domenica 3 febbraio 2008
giovedì 31 gennaio 2008
Sei da qualche parte
Sei da qualche parte
Sei
Da qualche parte
–Invisibile
–Inudibile
Coi fianchi
Scavati
Nelle dune matriarcali
Delle amazzoni.
Le ruote
Del carretto
Alle fontane
Immerse
In anni sgangherati
Si sostengono
Appena
In pochi assi
(Se cadranno marci
Anche le fontane
Resteranno secche)
La statua
Quasi immobile
Di un mulo
Scaccia
Petali di giorni con
Coda
Origliante
Sul mio fianco –Che
Chiama…
Sei qui
Già qui
Che ascolti…
Chi sapeva
Che udissi il
Vento
Prima degli
Uccelli?
Che
Indovinassi
I segreti
Più nascosti,
Le paure,
Gli amori,
Le vergogne
Inammissibili…
Prima ch’io
Parli
Mi guardi –Già
Sapendo
Le parole
Che dirò :
Nei tuoi occhi
I riflessi
D’improvvisi
Cristalli
–Non pensati
Esplodono
Coi battiti di
Ciglia.
Se c’è qualcuno
Che –Svolando il
Nibbio
Lo raccolga e
Lo trapassi
E faccia questo per
Me,
Non lo confidi.
Io sono schiavo
Della mia memoria.
La sera
Solo –Pipistrello
Libero nell’aria
Volteggio
Le falene
In stretti
Cerchi.
Chi chiama
Non ha storia
E si ripete
Ad ogni lamento di
Cenere
Nel fuoco.
Mi dico: non morire!
–Ma chiamo…
E mi ascolti
E mi rispondi
E mi precipiti
Nel gioco crudele
Delle parti.
Circolo d’ombre solitarie:
Non c’è
Più
Chi ci appenda
Alle campane:
Chi ci liberi –Coi vespri
Nella sera
Chi ci raccolga,
Ci protegga,
Ci abbandoni.
Non grida. Non
Urli. Non
Gli ululati
Dei lupi nelle tundre.
Non più
Paure –Né odio
Né palpiti di sogni.
Cadono le
Travi
Sui ricordi: tutto
S’incendia: è
Necrosi di tomba.
Tu mi ascolti…
È vero che mi ascolti..?
Fabrizio Frosini
mercoledì 30 gennaio 2008
Italiani brava gente.. che tiene famiglia.. anche a Ceppaloni..

Famiglia Ceppalonica
Il Ministro della Giustizia, Clemente Mastella e sua moglie Sandra Lonardo hanno due figli, Elio e Pellegrino. Pellegrino è sposato a sua volta con Alessia Camilleri. Una bella famiglia come le altre, ma con qualcosa in più.
Per sapere cosa, partiamo dal partito di Clemente che, come i più informati sanno, si chiama Udeur. L'Udeur, in quanto partito votato dall'1,4% degli italiani adulti, ha diritto ad un giornale finanziato con denaro pubblico.
Si chiama "Il Campanile", con sede a Roma, in Largo Arenula 34. Il giornale tira circa 5.000 copie, ne distribuisce 1.500, che in realtà vanno quasi sempre buttate. Lo testimoniano sia il collega Marco Lillo dell'Espresso, che ha fatto un'inchiesta specifica, sia un edicolante di San Lorenzo in Lucina, a due passi dal parlamento, sia un'altro nei pressi di Largo Arenula.
Dice ad esempio il primo: "Da anni ne ricevo qualche copia. Non ne ho mai venduta una, vanno tutte nella spazzatura!". A che serve allora -direte voi- un giornale come quello? Serve soprattutto a prendere contributi per la stampa.
Ogni anno Il Campanile incassa 1.331.000 euro. E che farà di tutti quei soldi, che una persona normale non vede in una vita intera di lavoro? Insisterete ancora voi.
Che farà? Anzitutto l'editore, Clemente Mastella, farà un contratto robusto con un giornalista di grido, un giornalista con le palle, uno di quelli capace di dare una direzione vigorosa al giornale, un opinionista, insomma. E così ha fatto. Un contratto da 40.000 euro all'anno. Sapete con chi? Con Mastella Clemente, iscritto regolarmente all'Ordine dei Giornalisti, opinionista e anche segretario del partito. Ma è sempre lui, penserete! Che c'entra? Se è bravo! Non vogliamo mica fare discriminazioni antidemocratiche.
Ma andiamo avanti. Dunque, se si vuol fare del giornalismo serio, bisognerà essere presenti dove si svolgono i fatti, nel territorio, vicini alla gente. Quindi sarà necessario spendere qualcosa per i viaggi. Infatti Il Campanile ha speso, nel 2005, 98.000 euro per viaggi aerei e trasferte.
Hanno volato soprattutto Sandra Lonardo Mastella, Elio Mastella e Pellegrino Mastella, nell'ordine. Tra l'altro, Elio Mastella è appassionato di voli. Era quello che fu beccato mentre volava su un aereo di Stato al gran premio di F1 di Monza, insieme al padre, Clemente Mastella, nella sua veste di amico del vicepresidente del Consiglio, Francesco Rutelli.
Ed Elio Mastella, che ci faceva sull'aereo di Stato? L'esperto di pubbliche relazioni di Rutelli, quello ci faceva!
Quindi, tornando al giornale. Le destinazioni. Dove andranno a fare il loro lavoro i collaboratori de Il Campanile? Gli ultimi biglietti d'aereo (con allegato soggiorno) l'editore li ha finanziati per Pellegrino Mastella e sua moglie Alessia Camilleri Mastella, che andavano a raggiungere papà e mamma a Cortina, alla festa sulla neve dell'Udeur. Siamo nell'aprile del 2006. Da allora -assicura l'editore- non ci sono più stati viaggi a carico del giornale.
Forse anche perché è cominciata la curiosità del magistrato Luigi De Magistris, sostituto procuratore della Repubblica a Catanzaro, il quale, con le inchieste Poseidon e Why Not, si avvicinava ai conti de Il Campanile. Ve lo ricordate il magistrato De Magistris? Quello a cui il ministro della Giustizia, Clemente Mastella, mandava tutti quei controlli, uno ogni settimana, fino a togliergli l'inchiesta? Ve lo ricordate? Bene, proprio lui!
Infine, un giornale tanto rappresentativo deve curare la propria immagine. Infatti Il Campanile ha speso 141.000 euro per rappresentanza e 22.000 euro per liberalità, che vuol dire regali ai conoscenti. Gli ordini sono andati tra gli altri alla Dolciaria Serio e al Torronificio del Casale, aziende di Summonte, il paese dei cognati del ministro: Antonietta Lonardo (sorella di Sandra) e suo marito, il deputato Udeur Pasquale Giuditta.
Ma torniamo un attimo agli spostamenti. La Porsche Cayenne (4000 di cilindrata) di proprietà di Pellegrino Mastella fa benzina per 2.000 euro al mese, cioè una volta e mezzo quello che guadagna un metalmeccanico. Sapete dove? Al distributore di San Giovanni di Ceppaloni, vicino a Benevento, che sta proprio dietro l'angolo della villa del Ministro, quella con il parco intorno e con la piscina a forma di cozza. E sapete a chi va il conto? Al giornale Il Campanile, che sta a Roma. Miracoli dell'ubiquità.
lunedì 28 gennaio 2008
Onorata sanità..
In manette Alessando e Giuseppe Marcianò, due imputati per l'omicidio di Francesco Fortugno
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DELITTO FORTUGNO - Il provvedimento restrittivo ha colpito anche Alessando Marcianò e suo figlio Giuseppe, due degli imputati per il delitto del vice presidente del consiglio regionale Francesco Fortugno, avvenuto a Locri il 16 ottobre 2005. Secondo l’accusa i Marcianò (il figlio sarebbe tra i killer) avrebbero fatto uccidere Fortugno per favorire il rientro in consiglio regionale di Mimmo Crea, primo dei non eletti nella Margherita (ma non ha mai aderito al Partito democratico). Tra i colpiti dalle ordinanze di custodia cautelare in carcere, emesse dal gip di Reggio Calabria, figura anche Antonio Crea, 29 anni, figlio del consigliere regionale Domenico e direttore sanitario della clinica privata Ania di Melito Porto Salvo, che è stata posta sotto sequestro. Tutti gli indagati dovranno rispondere di associazione per delinquere di stampo mafioso operante nel settore della sanità pubblica.
(Corriere, 28 gennaio 2008 )
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Luigi De Magistris (24 gennaio 2008)
domenica 27 gennaio 2008
Guai a dimenticare..
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di ELENA LOEWENTHAL
La memoria non è di per sé terapeutica. Come diceva Primo Levi, il fatto che sia accaduto non azzera, anzi moltiplica le probabilità che accada di nuovo. La percezione della storia attraverso la memoria è invece istruttiva: guardare al passato per capire che cosa e come siamo. E quest’anno il presidente Napolitano ci ha ricordato che l’Italia di oggi viene anche, ebbene sì, dall’infamia delle leggi razziali.
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LA CADUTA DEL CENTROSINISTRA
Alle origini del fallimento
La fine del governo Prodi evoca innanzi tutto un'importante questione storica destinata, temo, ad accompagnarci a lungo: la costante minorità numerica della sinistra italiana, e dunque la sua costante debolezza elettorale di partenza. L'Italia profonda non è un Paese progressista. Ciò costringe la sinistra, per avere qualche probabilità di andare al governo, ad allearsi con forze diverse da lei, più o meno dichiaratamente conservatrici. Il che, tuttavia, come si capisce, può avvenire in momenti e su spinte eccezionali (per esempio l'antiberlusconismo) ma è difficile che duri a lungo. Si aggiunga — come concausa di questa minorità, e sua aggravante — la paralizzante eredità comunista. La vicenda italiana indica quanto sia difficile che da quell'eredità nasca un'evoluzione di tipo uniformemente socialdemocratico. La stragrande maggioranza degli eredi del vecchio Pci, infatti, come si sa, ha rifiutato tale evoluzione e il suo nome, preferendo invece, al suo posto, quello alquanto vago di «democratici».
Accanto a loro è nato dal tronco del vecchio partito un blocco di tenace radicalismo (le tre o quattro formazioni che ancora si dicono «comuniste») il quale include almeno un terzo dell'antico elettorato di Botteghe Oscure: insomma un ulteriore fattore di debolezza. C'è poi da ultimo la sinistra cattolica proveniente dalla vecchia Democrazia cristiana. Per avere qualche speranza di vincere è necessario dunque assommare e combinare queste tre componenti, e in più, come dicevo, è necessario trovare un'alleanza con il centro. Un'impresa non da poco, bisogna ammettere; proprio per riuscire nella quale si è spinti a ricorrere a una personalità a suo modo autonoma e di prestigio, per esempio Romano Prodi, la quale però a sua volta tenderà per forza di cose a concepire anch'essa prima o poi una sua personale strategia, a costituire un suo personale polo politico. Portando così al massimo il potenziale divisivo e la confusione delle lingue. Il governo Prodi, già nato sulla base di queste difficoltà strutturali, le ha aggravate di suo con una serie di errori e di insufficienze. Innanzi tutto con la faccenda del programma. Invece di provare a superare la fortissima disomogeneità dell'alleanza accordandosi preliminarmente su cinque, al più dieci, cose importanti da fare nella legislatura, invece di perdere anche magari qualche settimana prima delle elezioni a discutere priorità e stabilire modalità a quel punto davvero vincolanti, si è preferito soddisfare le esigenze identitarie dei circa dieci-dodici componenti della coalizione e compilare un ridicolo programma «monstre» di 280 e passa pagine, impossibile da attuare ma solo fonte di discussioni e rivendicazioni continue, da parte di tutti contro tutti, appena si è cominciato a governare: e da cui nessuno, ovviamente, si è mai sentito impegnato. Anche su queste secche si è incagliata la capacità realizzativa del governo. La cui portata assai limitata, del resto, si è però vista già all'inizio, nell' estate del 2006, quando il ministro Bersani presentò un pacchetto di riforme liberalizzatrici che, pur se nella sostanza cautissime, furono ancor di più sterilizzate finendo per partorire il più classico dei topolini.
Egualmente, di qualunque vera riforma dell'ordinamento giudiziario— un'altra questione cruciale che mina la vita del Paese — non si è sentito mai parlare. Lo stesso dicasi poi per quella che pure il centrosinistra aveva presentato come la più urgente ed essenziale delle riforme: la legge sul conflitto d'interessi. Sono pure cadute nel dimenticatoio grandi questioni nazionali, come l'infame legislazione sulla sanità pubblica, le condizioni delle reti infrastrutturali, lo stato disastrato dell'istruzione. Per quanto riguarda i conti pubblici, infine, anche qui all'urgenza da tutti invocata di ridurre la spesa pubblica non è stato dato alcun seguito, nel mentre si è ricorso come sempre all'aumento del carico fiscale. Insomma, la coalizione di centrosinistra, presentatasi come portatrice di volontà e di visioni realizzative assai superiori a quelle dei suoi avversari, è mancata clamorosamente alla promessa creando un sentimento di disillusione profonda nell'opinione pubblica. Sentimento accresciuto dalla presenza, anche ai vertici, di un personale politico troppo di frequente demagogico, vuotamente assertivo quanto inconcludente, di cui il ministro Pecoraro Scanio è stato l'esempio ormai emblematico.
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P.S.: mancano pochi giorni alla fine di Gennaio..
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Saluti
FF
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giovedì 24 gennaio 2008
Dico addio alla "casta"..
Luigi De Magistris si dimette dall'Associazione nazionale magistrati (come già aveva fatto la collega Ilda Boccassini due settimane fa), dopo la decisione del Csm di rimuoverlo dalla sede di Catanzaro e dall'ufficio di pm.
Già da alcuni mesi avevo deciso - seppur con grande rammarico - di dimettermi dall'Associazione nazionale magistrati. I successivi eventi che mi hanno riguardato, le priorità dettate dai tempi di un processo disciplinare tanto rapido quanto sommario, ingiusto ed iniquo, mi hanno imposto di soprassedere.Adesso è il tempo che 'tutti i nodi vengano al pettine'.
Vado via da un'associazione che non solo non è più in grado di rappresentare adeguatamente i magistrati che quotidianamente esercitano le funzioni, spesso in condizioni proibitive, ma sta - con le condotte ed i comportamenti di questi anni - portando, addirittura, all'affievolimento ed all'indebolimento di quei valori costituzionali che dovrebbero essere il punto di riferimento principale della sua azione.
L'Anm - che storicamente aveva avuto il ruolo di contribuire a concretizzare i valori di indipendenza interna ed esterna della magistratura - negli ultimi anni, con prassi e condotte censurabili ormai sotto gli occhi di tutti, ha contribuito al consolidamento di una magistratura 'normalizzata' non sapendo e non volendo 'stare vicino' ai tanti colleghi (sicuramente i più 'bisognosi') che dovevano essere sostenuti nelle loro difficili azioni quotidiane spesso in contesti di forte isolamento; ha fatto proprie tendenze e pratiche di lottizzazione attraverso il sistema delle cosiddette correnti; ha contribuito - di fatto - a rendere sempre più arduo l'esercizio di una giurisdizione indipendente che abbia come principale baluardo il principio costituzionale che impone che tutti i cittadini siano uguali di fronte alla legge.
L'Anm è divenuta, con il tempo, un luogo di esercizio del potere, con scambi di ruoli tra magistrati che oggi ricoprono incarichi associativi, domani siedono al Csm, dopodomani ai vertici del ministero e poi, magari, finito il 'giro', si trovano a ricoprire posti apicali ai vertici degli uffici giudiziari. È uno spettacolo che per quanto mi riguarda è divenuto riprovevole.
Anche io, per un periodo, ho pensato, lottando non poco come tutti i miei colleghi sanno, di poter contribuire a cambiare, dall'interno, l'associazionismo giudiziario, ma non è possibile non essendoci più alcun margine.
Lascio, pertanto, l'Anm, donando il contributo ad associazioni che, nell'impegno quotidiano antimafia, cercano di garantire l'indipendenza concreta della magistratura molto meglio dell'associazionismo giudiziario.
Non vi è dubbio che anche il Consiglio superiore della magistratura, composto da membri laici, espressione dei partiti, e membri togati, espressione delle correnti, non può, quindi, non risentire dello stato attuale della politica e della magistratura associata.
I magistrati debbono avere nel cuore e nella mente e praticare nelle loro azioni i principi costituzionali ed essere soggetti solo alla legge.
So bene che all'interno di tutte le correnti dell'Anm vi sono colleghi di prim'ordine, ma questo sistema di funzionamento dell'autogoverno della magistratura lo considero non più tollerabile. Il Csm deve essere il luogo in cui tutti i magistrati si sentano, effettivamente, garantiti e tutelati dalle costanti minacce alla loro indipendenza.
Non è possibile assistere ad indegne omissioni o interventi inaccettabili dell'Anm, come ad esempio negli ultimi mesi, su vicende gravissime che hanno coinvolto magistrati che, in prima linea, cercano di adempiere solo alle loro funzioni: da ultimo, quello che è accaduto ai colleghi di Santa Maria Capua Vetere.
Non parlo delle azioni ed omissioni riprovevoli - da parte anche di magistrati, non solo operanti in Calabria - sulla mia vicenda perché di quello ho riferito alla magistratura ordinaria competente e sono fiducioso che, prima o poi, tutto sarà più chiaro.
Certo, lo spettacolo che mi ha visto in questi giorni protagonista, in un processo disciplinare che mi ha lasciato senza parole, ha contribuito a radicare in me la convinzione che questo sistema ormai è divenuto inaccettabile per tutti quei magistrati che ancora sentono e amano profondamente questo mestiere e che siamo ormai al capolinea.
Io sono orgoglioso - sembrerà paradossale - che questo Csm mi abbia inflitto la censura con trasferimento d'ufficio. Era proprio quello che mi aspettavo. Ed anche scritto, in tempi non sospetti. Ho già detto, ad un mio amico antiquario, di farmi una bella cornice: dovrò mettere il dispositivo della sentenza dietro la scrivania del mio ufficio ed indicare a tutti quelli che me lo chiederanno le vere ragioni del mio trasferimento.
La mia condanna disciplinare è grave e infondata, nei confronti della stessa farò ricorso alle sezioni unite civili della Suprema Corte di Cassazione confidando in giudici sereni, onesti, imparziali, in poche parole giusti. La condanna è, poi, talmente priva di fondamento, da ogni punto di vista, che la considero anche inaccettabile.
Mi viene inflitta la censura, devo lasciare Catanzaro ed abbandonare le funzioni di pubblico ministero in sostanza perché non ho informato i miei superiori in alcune circostanze e perché ho secretato un atto solo ed esclusivamente per salvaguardare le indagini ed evitare che vi fossero propalazioni esterne che danneggiassero le inchieste; senza, peraltro, tenere conto delle gravissime ragioni che hanno necessariamente ispirato alcune mie condotte. Troppo zelo, troppi scrupoli, troppo amore per questo mestiere. Del resto il procuratore generale che rappresentava l'accusa in giudizio, nel rimproverarmi, definendomi anche birichino, ha detto che concepisco le mie funzioni come una missione.
Ebbene, questa decisione, a mio umile avviso, contribuisce ad affievolire l'indipendenza della magistratura, conduce ad indebolire i valori ed i principi costituzionali, ci trascina verso una magistratura burocratizzata ed impaurita sotto il maglio e la clava del processo disciplinare.
Il rappresentante della Procura generale della Cassazione in udienza, il dr. Vito D'Ambrosio, ex politico, il quale per circa dieci anni è stato anche presidente della giunta della Regione Marche, ha sostenuto, durante il processo, sostanzialmente, che non rappresento, in modo adeguato, il modello di magistrato.
Ed invero, il modello di magistrato al quale mi sono ispirato è quello rappresentato da mio nonno magistrato (che ha subito anche due attentati durante l'espletamento delle funzioni), da mio padre (che ha condotto processi penali di estrema importanza in materia di terrorismo, criminalità organizzata e corruzione), dai miei magistrati affidatari durante il tirocinio, dai tanti colleghi bravi e onesti conosciuti in questi anni, da quello che ho potuto apprendere ed imparare, sulla mia pelle in contesti ambientali anche molto difficili, dall'esperienza professionale nell'esercizio di un mestiere al quale ho dedicato, praticamente, gran parte della mia vita. Il mio modello è la Costituzione repubblicana, nata dalla resistenza. Il modello 'castale' e del magistrato 'burocrate' non mi interessa e non mi apparterrà mai, nessuna 'quarantena' in altri uffici, nessun ' trattamento di recupero ' nelle pur nobili funzioni giudicanti, potrà mutare i miei valori, né potrà far flettere, nemmeno di un centimetro, la mia schiena. Sarò sempre lo stesso, forse, debbo a questo appunto ammetterlo, un magistrato che per il 'sistema' è 'deviato ed eversivo'.
Pertanto, questa sentenza è, per me, la conferma di quello che ho visto in questi anni ed un importante riscontro professionale alla bontà del mio lavoro. Certo è una sentenza che nella sua profonda ingiustizia è anche intrinsecamente mortificante. Imporre ad un pubblico ministero, che si sa che ha sempre professato e praticato l'amore immenso per quel mestiere, di non poterlo più fare - sol perché ha 'osato', in pratica, indagare un sistema devastante di corruzione e cercato di evitare che una 'rete collusiva' ostacolasse il proprio lavoro e, quindi, condannandolo per avere, in definitiva, rispettato la legge - è un po' come dire ad un chirurgo che non può più operare, ad un giornalista di inchiesta che deve occuparsi di fiere in campagna, ad un investigatore di polizia giudiziaria che deve pensare ai servizi amministrativi. Farò di tutto, con passione ed entusiasmo intatti, nei prossimi mesi, per dimostrare quanto ingiusta e grave sia stata questa sentenza e che danno immane abbia prodotto per l'indipendenza e l'autonomia dei magistrati, ed anche e soprattutto per la Calabria, una terra (che continuerò sempre ad amare comunque finisca questa 'storia') che aveva bisogno di ben altri 'segnali' istituzionali.
Lavorerò ancor più alacremente nei prossimi mesi - prima del mio probabile allontanamento 'coatto' dalla Calabria - presso la Procura della Repubblica di Catanzaro per condurre a termine le indagini più delicate pendenti.
Non mi sottrarrò ad eventuali dibattiti pubblici anche tra i lavoratori, tra gli operai, tra gli studenti, nei luoghi in cui vi è sofferenza di diritti, per contribuire - da cittadino e da magistrato, con la mia forza interiore - al consolidamento di una coscienza civile e per la realizzazione di un tessuto connettivo sinceramente democratico.
Il Paese deve, comunque, sapere che vi sono ancora magistrati che con onore e dignità offrono una garanzia per la tutela dei diritti di tutti (dei forti e dei deboli allo stesso modo) e che non si faranno né intimidire, né condizionare, da alcun tipo di potere, da nessuna casta, esercitando le funzioni con piena indipendenza ed autonomia, in una tensione ideale e morale costituzionalmente orientata, in ossequio, in primo luogo, all'art. 3 della Costituzione repubblicana.La lotta per i diritti è dura e forse lo sarà sempre di più nei prossimi mesi: nelle istituzioni e nel Paese vi sono ancora, però, energie e valori, anche importanti. Si deve costruire una rete di rapporti - fondata sui valori di libertà, uguaglianza e fratellanza - che impedisca all'Italia di crollare definitivamente proprio sul terreno fondamentale dei diritti e della giustizia. È il momento che ognuno faccia qualcosa - in questa devastante deriva etica e pericoloso decadimento dei valori - divenendo protagonista per contribuire al bene della collettività e del prossimo, non lasciando l'Italia nelle mani di manigoldi, affaristi e faccendieri.
Luigi De Magistris (24 gennaio 2008)
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Lettera aperta alla città di Calabria
Sulla vicenda De Magistris per mesi abbiamo deciso il silenzio.
Un silenzio dettato in primo luogo dal desiderio di sfuggire ad ogni accusa di strumentalizzazione di vicenda e persone.
Un silenzio, in secondo luogo, simbolico e teso a manifestare rispetto per le istituzioni e dunque per i lavori e le indagini e le valutazioni del CSM.
In questa follia collettiva la convinzione, che adesso vacilla, è che non si prescinda dall’assicurare rispetto alle istituzioni che di un paese sono comunque il collante e la parvenza d’identità. E che i salti e le revisioni di un sistema, per il bene della società stessa, possano passare attraverso situazioni non traumatiche.
Quella convinzione è caduta, forse definitivamente.
Ed il silenzio si scioglie nella constatazione che questo paese è allo stremo e la corruzione che ne segna l’animo e le speranze è giunta ad uno stadio di non ritorno.
Davvero di non ritorno.
Non esistono ordini e corpi che segnalino senso e responsabilità di Stato, non esistono soggetti che riconoscano il senso di norme collettive o legislative. Ma solo poteri nella veste più sfacciata e impertinente.
Senza vergogna.
La cappa del potere è scesa definitivamente e francamente non si vedono vie d’uscita.
Si badi bene. Il potere ha le forme del degrado non solo quando è legato ad ogni livello ma quando tutti i corpi sono espressioni delle medesime logiche.
I poteri in Italia hanno dimostrato un senso di chiusura, di prepotenza, di irragionevolezza, di onnipotenza.
Né la politica né la magistratura oggi ci consentono di avere fiducia.
Ognuno, nelle sue sfere di competenza agisce come un attore in una sfida all’ultimo sangue dove non ci sono regole, esistenze individuali, giustizie collettive da assicurare e garantire, aspettative della collettività.
Niente. “Fanno tutti schifo” pronuncia l’antipolitica. Un po’ è così.
Il dispositivo della sentenza del CSM ci fa effettivamente schifo come ci fa schifo la nomina del dirigente ASL per tessera di partito, così come ci fa schifo chi nelle intercettazioni dice che un certo giudice deve essere fatto fuori (“Cazzo alla fine ce l’ha fatta però il tizio”. Forse aveva mezzi per vedere lungo).
Sono logiche uguali, prese da prospettive e corpi diversi.
Il CSM va oltre le richieste dell’accusa, pronuncia valutazioni di merito che sondano le intenzionalità che muovono il candidato e incornicia un dispositivo “tagliagambe” che non lede il magistrato solo nel suo ruolo ma anche nella sua persona.
Non è difficile pensare in questo momento alle difficoltà personali del dott. De Magistris, magari psicologiche prima ancora che professionali.
Queste sono le logiche del potere.
Il potere ha bisogno di creare vittime ed eroi, affossa, colpisce uno perché tutti vedano, sentano e capiscano. Nel silenzio delle loro vite e della loro quotidianità.
Quanti delinquenti avranno gioito di questa sentenza!
Magari quegli stessi che in Parlamento hanno applaudito Mastella.
Il potere politico semplicemente si è gioiosamente specchiato nel potere giudiziario.
Ma sempre di potere si tratta.
Le inchieste sembrano l’ultimo interesse di questo paese scollato, deluso, umiliato, stanco.
Che ha giornali quotidiani che sembrano bollettini di guerra, che regala ai giovani la prospettiva di dignitose vite da disperati, che sta tutto nell’immondizia napoletana e nelle magagne criminose e nell’incapacità di dimettersi e di colpire le responsabilità.
Luigi De Magistris e la sua vicenda dimostrano che oggi non esistono speranze al di fuori di grandi individualità e che il sistema è morto e la speranza coincide con quella che si chiama iniezione esterna.
I poteri non hanno deciso la via del compromesso e di un cambio lento, ma si arroccano sulla montagna di immondizia.
E’ una scelta che può avere drammatiche conseguenze perché un paese può arrivare a un punto di sopportazione ma poi si “incazza”.
Nonostante i toni pacati di questa lettera sentiamo un senso di rabbia che se si potesse manifestare in forza butterebbe all’aria istituzioni, partiti e parlamento e getterebbe i pezzi in mare come in un dimenticatoio perenne.
Non riusciamo a esprimere con parole quello che è un senso di vuoto.
Davvero non sappiamo quale è la via.
Non ci sono vie …
E ci piacerebbe pensare che cosa ne pensano i migliaia di calabresi che accorrevano desiderosi a firmare a sostegno dell’indipendenza della magistratura o che ascoltavano in silenzio in una notte d’agosto di Soverato un’assemblea pubblica nella quale il dott. De Magistris illustrava lo stato delle cose.
Noi abbiamo visto questo miracolo, questo senso di speranza legato ad inchieste e legato al lavoro onesto di un magistrato.
Forse nessuno si è reso conto che quei cittadini calabresi si legavano col cuore a null’altro che a ciò che dovrebbe essere la dovuta normalità, e cioè un magistrato che lavora e una classe politica corrotta che andava punita.
Cioè siamo arrivati al punto di manifestare con passione viva un desiderio di normalità.
Qui infatti la normalità non esiste.
La normalità viene gambizzata ed esemplarmente punita.
Non ci sono parole oggi per esprimere un senso di riconoscenza al dott. De Magistris che probabilmente condividiamo con i calabresi onesti e non eroi che vivono e pretendono normalità.Una riconoscenza perché abbiamo rivisto, grazie a lui, l’immagine di una prospettiva e un senso di passione civile in questa terra davvero insoliti.
Ma è da quella passione civile che occorre ripartire.
Non vi sono Cassazioni in cui riporre fiducia purtroppo ma solo un senso di disgusto e speranza che deve farsi proposta, rigetto, distruzione e costruzione.
Non vi sono dubbi. Le code ai banchi firma, la gente incollata ai teleschermi, la gente pronta a scendere in piazza non deve dimenticare e noi siamo certi che non dimenticherà.
Non vi può essere potere che affossi quella forza che viveva negli animi.
Ne siamo spettatori e sappiamo quel che diciamo.
Esiste, dopo il fallimento di tutte le soluzioni di mediazione, una comunità di cuori e spiriti che deve ricostruirsi, capirsi e inventarsi un senso.
In questa comunità che deve cominciare a parlare e costruirsi sta davvero riposta la speranza concreta di un cambiamento.
La via non la conosciamo.
Ma è un qualcosa che esiste, vive ed oggi, dopo questa sentenza, ha trovato ancora di più il suo nemico: il potere, l’impunità, il vecchio, la paura.
Associazione Universitaria Calabrese Ulixes
Il "metodo Mastella"
Per dare una ulteriore prova della confusione che fa fra "politica" e "interessi personali", il sen. Clemente Mastella, poche ore prima di dimettersi dalla carica di Ministro della Giustizia, ha emesso il provvedimento di avvio della Scuola della Magistratura, nei termini previsti dal decreto legislativo n. 26/2006. Con quel provvedimento, ha indicato Benevento come sede principale della Scuola medesima (non Roma o Napoli, con riferimento alla "centralità geografica": Benevento), e ha designato i componenti del Comitato Direttivo, fra i quali ha inserito il Preside della Facoltà di giurisprudenza di Benevento, il suo (di Mastella) avvocato di famiglia e uno dei Sostituti Procuratori di Santa Maria Capua Vetere, lo stesso ufficio - ma forse è superfluo ricordarlo - che sta procedendo nei confronti suoi e della sua famiglia. Nessun commento è possibile, perchè "in claris non fit interpretatio".
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mercoledì 23 gennaio 2008
dal Blog Toghe : IL VOLTO MAFIOSO DELLE ISTITUZIONI
Il volto mafioso delle istituzioni
In attesa di trattare più approfonditamente alcuni aspetti della “vicenda De Magistris”, definito un “cattivo giudice” da Letizia Vacca, componente del C.S.M. “in quota” ai Comunisti Italiani, riportiamo qui una notizia di pochi giorni fa che potrebbe aiutare anche la prof. Vacca a inquadrare meglio il concetto di “cattivo giudice”.





