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sabato 17 maggio 2008

PASSAPAROLA... Il CSM non cadrà : è già caduto..

passaparola


Caso Forleo. Né si né no: ni!

di Felice Lima
(Giudice del Tribunale di Catania)



dal blog Toghe : http://toghe.blogspot.com/2008/05/caso-forleo-n-si-n-no-ni.html


Oggettivamente e al di là dei fatti e delle intenzioni dei protagonisti, non c’è dubbio che molti percepiscono le sanzioni proposte per Clementina Forleo da parte del C.S.M. (così come quella per Luigi De Magistris) come una ingiustizia.

Alcuni addirittura le interpretano come un atto di “disponibilità” della magistratura verso il potere.

Oggi, sulla mailing list di una corrente della magistratura un avvocato ha scritto che «Forleo e de Magistris in questo contesto sono le vittime sacrificali che anche la Magistratura ha voluto “donare” [al potere] in cambio di tranquillità».

In un bellissimo articolo di questo blog Silvio Leotta ha parlato de “La preoccupante alleanza fra magistratura e politica”.

Con riferimento al “caso Forleo”, ieri si è verificata una cosa bizzarra.

Nella votazione alla Prima Commissione del C.S.M. NON si è astenuta la prof. Letizia Vacca, quella che all’avvio della pratica ne aveva anticipato a reti unificate l’esito con parole decisamente inadeguate al suo ruolo e grandemente disdicevoli (sul punto mi permetto di rinviare al mio articolo “Clementina Forleo e tutti noi avremmo diritto a un ‘giudice’ imparziale”).

E si sono astenuti, invece, i Consiglieri Livio Pepino (di Magistratura Democratica) e Mario Fresa (del Movimento per la Giustizia).

Vi devo confessare che io questa cosa delle “astensioni” dei Consiglieri del C.S.M. non l’ho mai mandata giù.


In molte (troppe) occasioni questo o quel Consigliere del C.S.M. “si astiene”.

Ma badate, non si astiene, come sarebbe normale, perché la pratica interessa un suo parente o un suo compagno di corrente (che, anzi, per i compagni di corrente non ci si astiene proprio), ma si astiene nel senso che “non vota né si né no”.

Il che è davvero bizzarro.


Quello che ho capito io è che quando mi viene affidato un ufficio pubblico e mi danno lo stipendio per questo lavoro, esercitare l’ufficio è un mio dovere e non una “possibilità”.

L’astensione, dunque, è un istituto a tutela dell’ufficio e non del suo titolare.

La legge organizza alcuni organi amministrativi in forma collegiale perché vuole che le decisioni vengano adottate da più persone insieme.


Se uno non vota, si sottrae a una responsabilità e priva – in concreto – la decisione del suo contributo.

In definitiva, a me pare che ci si dovrebbe astenere solo perché si è in una qualche forma di conflitto di interessi o perché, come accaduto per la prof. Vacca, si è persa e fatta perdere credibilità e dignità alla istituzione, dimostrando prevenzione e mancanza di serenità nel giudizio.

Negli altri casi votare dovrebbe essere un dovere e astenersi una sottrazione a un dovere e a una responsabilità.

Tornando al “caso Forleo”, è grandemente imbarazzante che ieri i Consiglieri appartenenti alle due correnti cosiddette (ma ormai abbiamo scritto qui in tutte le lingue che questa distinzione è ridotta a una truffa) “progressiste” (Magistratura Democratica e Movimento per la Giustizia) abbiano “deciso di non decidere” (per il momento) su un caso tanto delicato come quello di Clementina Forleo.

Si doveva trattare di una decisione non politica, ma tecnica. O no?

La rappresentazione che se ne è data è che si agisce contro la Forleo non perchè ha fatto arrabbiare Massimo D’Alema, ma perchè ha creato una situazione oggettivamente insostenibile di incompatibilità “incolpevole” (perchè l’art. 2 si puoi “usare” solo se la cosa è incolpevole).

Dunque, o i presupposti per il trasferimento c'erano o no. Che spazio c’era per l’astensione?

Ovviamente, uno spazio c’era e dell’astensione è stata data una giustificazione. I consiglieri astenuti hanno chiesto un approfondimento istruttorio che gli altri Consiglieri hanno respinto.

Loro, allora, si sono astenuti, sostenendo che riproporranno la loro richiesta di approfondimento istruttorio al plenum del C.S.M..


Ma la questione è che, una volta che i Consiglieri votanti hanno votato per escludere l’approfondimento istruttorio e una volta che è chiaro (perché altamente prevedibile sulla base degli “schieramenti sul caso”) che il plenum respingerà la richiesta di approfondimento istruttorio, la partita era ed è realmente e concretamente quella fra votare a favore o votare contro il trasferimento della collega Forleo.

Fermo restando che al plenum tutti i Consiglieri potranno sempre votare come ritengono più opportuno, se ieri i Consiglieri progressisti avessero votato contro il trasferimento di Clementina Forleo la pratica sarebbe andata al plenum con con la proposta di trasferimento, ma con la proposta di trasferimento bocciata in Commissione.


Sono i paradossi della realpolitik.

A volte i Consiglieri cosiddetti progressisti votano delibere illegittime (è accaduto per la nomina di 23 magistrati del Massimario della Corte di Cassazione, annullata dal T.A.R. Lazio con una sentenza che intendo commentare qui nei prossimi giorni e che intanto può leggersi a questo link) e si giustificano (lo ha fatto, nella vicenda del Massimario, il Consigliere Mario Fresa con un resoconto che si può leggere a questo link) dicendo che votare contro la delibera sarebbe stato solo trovarsi in minoranza e perdere e, dunque, meglio votare “il meno peggio”.

Altre volte gli stessi Consiglieri progressisti si consegnano serenamente alla sconfitta certa, per difendere una richiesta istruttoria che è quasi certo che non otterranno.

Sembra che il primo sia realpolitik e il secondo rigore duro e puro.

Ma in realtà sono entrambi realpolitik.

Nel primo caso le correnti progressiste hanno ottenuto un tot numero di loro “soci” al Massimario (salvo vedersi annullare la delibera per eccesso di potere, sviamento di potere, illogicità della motivazione e travisamento dei fatti).


Nel secondo caso le correnti progressiste hanno ottenuto di poter sostenere di non essere responsabili né della proposta di trasferimento né della proposta di non trasferimento di Clementina Forleo.

Perchè mentre la partita – nei fatti e al di là delle intenzioni – rendeva possibile e “politicamente doveroso” solo il voto pro o contro il trasferimento, loro hanno votato per l’istruttoria.

Un tempo si diceva: la fantasia al potere!



P.S. – Resta la speranza che, se il plenum del C.S.M. non concederà l’approfondimento istruttorio, i Consiglieri progressisti, concedendo a Clementina Forleo il beneficio che spetta anche agli imputati (in dubio pro reo), in mancanza delle ulteriori prove, voteranno per il rigetto del trasferimento.





L'intera memoria difensiva di Clementina Forleo si può leggere in questo blog a questo link.

Appello per la Giustizia - Per De Magistris


L'amara denuncia di Carlo Vulpio, dall'inchiesta «Why Not» all'informazione distratta

Mani sporche che soffocano il Sud

Corruzione, mafie, veleni in procura: casi di ordinario marasma

Mani in alto, questa non è una rapina. O forse sì: immaginate un posto dove i carabinieri indagano sui giudici e i giudici, per farsi dare le carte e sapere che cos'abbiano scoperto i carabinieri, una bella mattina mandano i poliziotti in caserma. Coi mitra puntati, le braccia levate e il colpo in canna (Policoro, giugno 2007). Oppure un paesino dove una brutta mattina la terra trema e tutte le case restano in piedi, tutte meno una scuola che ammazza 27 bambini e una maestra, ma guai a dire che questa scuola è crollata perché l'avevano costruita peggio d'un canile: meglio seppellire la verità sotto macerie di retorica («quei piccoli angeli!...») dare tutta la colpa al terremoto, assolvere progettisti e amministratori, infine incassare soldi pubblici per la ricostruzione che, altrimenti, non arriverebbero (San Giuliano, ottobre 2002).

Dove eravate. Fu la prima domanda senza interrogativo che Roberto Saviano ci fece dalla copertina d'un settimanale, quando la sua scandalosa Gomorra stupì tutti. Che Paese è: sarà la domanda con risposta incorporata che ossessiona chi legge Roba Nostra (Il Saggiatore), 254 indignate pagine di Carlo Vulpio, scandalo al sole di Calabria, Basilicata e dintorni criminali. Dov'eravamo quando succedeva tutto questo e che Sud lasceremo, quando il malaffare sarà ovunque: «Nessuno — scrive Marco Travaglio nell'introduzione —, grazie anche a questo libro, potrà più dire di non aver saputo».

Forse Beppe Grillo la fa troppo semplice con la casta stampata ed è un po' provinciale quel suo scappellarsi di fronte a Cnn e Al Jazeera simboli di libertà: non c'è bisogno d'un Pete Dexter per sapere quant'è pericoloso raccontare certi affari di famiglia, a qualunque latitudine, o per capire che la 'ndrangheta somiglia davvero ad Al Qaeda. C'è casta e casta, però. E nonostante tutto sopravvive anche qui un'informazione di nobilissimi paria, cronisti di provincia pagati cinque euro a pezzo, che scarpina nella «Lucky Lucania» e magari non ha spazio su troppi «giornali distratti e distraenti» (virgolettati di Vulpio) e che è pur sempre roba nostra. Giornalisti che ci mettono la firma e ci rimettono la pelle. Ma comunque. Mezzogiorno corrotto = nazione infetta.

Nella provincia di Reggio Calabria, cuore nero del malaffare, in vent'anni sono stati condannati tre tangentari: tre. Nel silenzioso Molise una cattolicissima coppia, lui deputato e lei ginecologa obiettrice di coscienza che faceva gli aborti illegali, per anni ha regnato seminando paura e raccogliendo un nomignolo: Ceausescu. E poi ci sono i soldi truffati all'Unione Europea, i massoni giudici che informano i massoni inquisiti, i potenti di tutti i partiti che intimidiscono, i treni che impiegano sette ore dal Tirreno all'Adriatico, i carabinieri troppo attivi che vengono promossi e spediti in Iraq, i co.co.pro. che devono versare mezzo stipendio ai politici che li raccomandano... Prendete Potenza, «nera, sconosciuta, rassegnata e ripiegata su se stessa».

Le mani sulla città sono un film in bianco e nero, racconta Vulpio: adesso le mani stanno dappertutto. E i Don Rodrigo del Sud non fanno sconti. Lui, inviato del Corriere della Sera, l'ha provato seguendo da vicino due magistrati come Luigi de Magistris e Clementina Forleo. Che hanno indagato giudici e ministri e pure un presidente del Consiglio, intercettato gente che non dovevano, facendo anche qualche errore e sbattendo su fragorosi proscioglimenti. Osando comunque troppo, pagando sempre di più: l'uno col trasferimento, l'altra con un'incredibile sequela di minacce, di disgrazie, di lutti familiari. Tutt'e due, con l'inevitabile strepitus d'insulti e diffamazioni. Giudici che azzannano giudici: «Malati di protagonismo!». Giornalisti che impallinano giornalisti: «Velinari delle Procure!». Affari loro o roba nostra?

Si sa che molte redazioni sono il bordello del pensiero, diceva Kraus, e talvolta anche bordelli veri, chiosava Biagi, dove non sempre si può scrivere quel che si vuole, ma è già tanto se si riesce a non scrivere quel che non si vuole. Vulpio va oltre. E in questo libro, che sta coi pm senza se e senza ma, che ci va duro ad accusare la grande informazione di connivenza o conformismo, riporta anche una conversazione con Paolo Mieli in piena stagione di veleni e di microspie, dopo che una manina aveva passato ai giornali le telefonate private dell'autore: «La cosa più grave, più terribile che possano fare a uno di noi — gli disse il direttore del Corriere — è questa, intercettarlo e metterlo sotto controllo in questo modo. Dopo di che, possono solo sparargli». Why Not? Nella «democratura» del Sud, dittatura travestita da democrazia o viceversa, dice Vulpio che i segreti è meglio condividerli subito. Scrivere ogni cosa è un'assicurazione sulla vita e mica per niente è de Magistris a rinnovarsi la polizza: «Ma tu che credi, che in questi anni non abbia annotato tutto? Ho un diario mio, personale. Per tutelarmi da chi potrebbe farmi fuori fisicamente e professionalmente. Ma anche perché voglio che non si perda la memoria di tutto quello che è accaduto».

...

Francesco Battistini, Il Corriere della Sera, 8 Maggio 2008

mercoledì 9 aprile 2008

La preoccupante alleanza fra magistratura e politica

http://toghe.blogspot.com/2008/04/la-preoccupante-alleanza-fra.html





di Silvio Liotta
(Consulente per le politiche di sviluppo regionale)




I numerosi interventi che hanno ad oggetto il “caso De Magistris” mettono spesso in evidenza il ruolo decisivo della politica nel determinare il corso degli eventi che indichiamo come “caso De Magistris”.

Tuttavia tale impostazione non sembra del tutto condivisibile, anzi sembra che il peso decisivo sia piuttosto attribuibile alla magistratura nel suo complesso.

Nel prosieguo si cercherà di dimostrare le motivazioni di tali affermazioni.

Il “caso De Magistris” può essere definito come una serie di eventi che hanno:

- ostacolato dossier di indagini condotte dal magistrato evidentemente esiziali per la tenuta di equilibri socio-politici a livello nazionale (anche se il “bubbone” del vasto fronte di malaffare è stato individuato tra Basilicata e Calabria);

- discreditato il magistrato attraverso ispezioni ministeriali e processi disciplinari tesi a sollevarlo dalla funzione requirente (in modo che non potesse più danneggiare direttamente gli equilibri di cui al punto precedente).

La maggior parte delle analisi di queste due componenti giunge alla conclusione generale che esiste un coacervo di interessi solido, capace di influenzare il corso degli eventi e modificarlo in proprio favore.

Le componenti di tale coacervo di interessi vengono solitamente individuate nella massoneria (concetto fumoso in quanto nulla ci dice sulle singole componenti di interesse nelle quali essa si articola) ‘ngrangheta, imprenditoria e politica.

Queste le componenti solitamente riscontrate dalle analisi proposte.

Manca però una componente fondamentale, ossia la magistratura.

Senza la commistione del sistema giudiziario, nella sua componente giudicante e requirente, con il sistema politico corrotto, il “caso De Magistris” sarebbe stato altra cosa.

Esiste infatti una “zona grigia”, caratterizzata da comportamenti devianti, che interseca il sistema giudiziario e quello politico e, attraverso progetti criminosi, mira al mantenimento di posizioni di potere e prestigio sia di parte dei politici che dei magistrati.

Puntualizzo che non si intende porre sotto accusa ciascun magistrato, ma il complesso dei comportamenti (vedi i provvedimenti di avocazione “impensabili” o il tonante e minaccioso silenzio dell’A.N.M.) che il sistema giudiziario pone in essere nel “caso De Magistris”.

Ci si riferisce quindi ad azioni realizzate da magistrati di alto livello, sia in procure di piccole dimensioni che nel C.S.M., nonché nell’ambito dell’A.N.M..

Quindi non sembra essere pretestuoso il riferimento al sistema giudiziario nel suo insieme, in quanto i gangli strategici del sistema stesso, nel “caso De Magistris”, si sono mossi all’unisono, permettendo di ostacolare i dossier di indagine ed evitando accuratamente di tutelare la sua funzione dagli indomiti attacchi che da più parti venivano sferrati.

Insomma, ciò che si vuol sostenere è che la magistratura ha avuto un ruolo di grande rilievo nell’ostacolare le indagini e nel processo di delegittimazione di un magistrato etichettato “cattivo” prima dell’acquisizione di una qualsiasi prova a suo carico (da parte della sezione disciplinare del C.S.M.).

Per dimostrare (e quindi comprendere meglio) il decisivo peso del sistema giudiziario, potrebbe risultare utile porlo a confronto con il caso “Mani pulite”, che ha visto una contrapposizione netta tra magistratura e politica.

A determinare un differente corso degli eventi tra il “caso De Magistris” e il caso “Mani pulite” (forse meglio “caso Tangentopoli” anche se i confini di quest’ultimo sono più vasti) non sono stati i nuovi poteri in capo al Ministro della giustizia, bensì la connivenza della magistratura.

Una connivenza finalizzata al mantenimento di un modus vivendi tra magistratura e politica tutelato dalla pax mastelliana.

Dunque qualunque magistrato, realmente indipendente, che nell’espletamento delle proprie funzioni minaccia tale equilibrio di potere, necessariamente viene percepito come un nemico da punire in modo esemplare, da parte di entrambi i contraenti del pactum sceleris, magistrati e politici.

Tale impostazione necessariamente genera due effetti principali:

- la delegittimazione della funzione costituzionale del potere giudiziario; in quanto esso non risulta più finalizzato esclusivamente alla realizzazione dello stato di diritto, ma mira a favorire un sistema di interessi costituito, prescindendo dalla valutazione giudiziaria delle componenti criminose presenti nel sistema stesso;

- l’evoluzione autoritaria del sistema politico in quanto privato dei contrappesi necessari ad impedire il sopruso nei confronti dei “non potenti”.

Tornando al confronto, nel caso di tangentopoli i processi sono stati celebrati, alcuni imputati condannati, ma la più parte è stata salvata da nuove leggi che sanavano le singole posizioni di reato (pratica che rimarrà stabile fino ad oggi).

Nel “caso De Magistris” non sono state varate nuove leggi che potessero ostacolare il normale corso della giustizia (a legislazione vigente); l’attacco alle indagini del magistrato è stato condotto da tre istituzioni fondamentali del sistema giudiziario:

- Ministero della giustizia garante di un equilibrio post-tangetopoli tra politica e magistratura, accettato quand’anche non promosso dalla magistratura (o sue maggiori rappresentanze, ma questo è sottointeso);

- Funzioni giudiziarie di controllo del Sostituto Procuratore (De Magistris) interne alla procura di Catanzaro;

- Consiglio Superiore della Magistratura che si incarica dell’atto materiale di decapitazione del magistrato.

Nel caso Tangentopoli, quindi, l’ultimo atto di decapitazione dei magistrati che indagavano è stato il varo di leggi “salva inquisiti” (il ricorso allo strumento legislativo inoltre dimostra il grande peso del sistema politico nell’ostacolare le indagini di tangentopoli).

Nel “caso De Magistris”, invece, l’ultimo atto è affidato al C.S.M. (per analogia al sistema giudiziario), metafora del peso decisivo avuto dal sistema giudiziario nella feroce punizione comminata ad un suo membro che minacciava gli equilibri interni del sistema stesso.

Tangentopoli ha scosso le fondamenta del rapporto sistema politico-sistema giudiziario; quella che comunemente identifichiamo come Seconda Repubblica (ovvero la notte della Prima Repubblica) ha adoperato parte rilevante del proprio tempo e delle proprie energie per ricomporre un equilibrio tra questi due poteri costituzionali (pax mastelliana); De Magistris ha minacciato l’equilibrio faticosamente raggiunto e la parte della magistratura garante di quell’equilibrio lo ha punito ferocemente (s’intende con l’aiuto importante della politica), in modo tale da garantirsi dal ripetersi della minaccia.

La lettura degli eventi proposta, induce ad interrogarsi su due importanti questioni: che possibilità ha, oggi, un magistrato “indipendente” di perseguire la corruzione (che si connota come pratica normale nella gestione delle dinamiche politiche e sociali) se la magistratura e la politica alzano le barricate a protezione di un sistema che si nutre di corruzione? Come può essere tutelato il magistrato “indipendente” in un contesto in cui non esiste più un contrappeso ad un sistema politico oligarchico e corrotto (e per questa via eversivo)?

Il “caso De Magistris” è un caso esemplare; genera un discrimine tra un sistema giudiziario asservito alle logiche di potere ed un sistema giudiziario soggetto esclusivamente al diritto.

Tutti i magistrati dovranno scegliere esplicitamente tra queste due opzioni.

Dirà qualcuno: ed il silenzio?

Il silenzio evidentemente opera a favore del mantenimento dell’equilibrio, sulla strada dell’asservimento.

Mentre la contrapposizione con la protervia del sistema politico è una condizione fisiologica di un assetto democratico.



Time.com's First Annual Blog Index

dal Blog di Beppe Grillo : 9 Aprile 2008

http://www.beppegrillo.it/2008/04/timecoms_first_annual_blog_index.html#comments

TIME_blogs.jpg

Devo dirvi ancora una volta:"Grazie!". Il TIME, il primo settimanale del mondo, ha pubblicato la sua classifica dei primi 25 blog: il "Time.com's First Annual Blog Index". Beppegrillo.it è tra questi. Belin. Non è possibile. L'ho detto a mia moglie e mi ha mandato a comprare il pane dicendo di non montarmi la testa. Mio figlio Ciro mi ha chiesto quanto ho pagato il TIME per la pubblicità e se mi è avanzato qualcosa per i suoi giornalini.

Posso chiedervi un altro piccolo aiuto?
I 25 blog possono essere votati on line. E' come una giuria popolare.


TIME_top_blogs.jpg

Questo blog deve scalare la classifica. Gli americani non lo conoscono ancora. Fate cadere il sever con i vostri voti per beppegrillo.it (tutti 10 però, non fate scherzi!).


TIME_blog_vote.jpg
Clicca per votare

Presentazione del blog beppegrillo.it da TIME.com:
"Beppe Grillo, un popolare comico italiano, attore e autore di satira politica, scrive uno dei pochi blog non di lingua inglese popolare a livello mondiale. Il motivo è che Grillo si esprime nel linguaggio internazionale dell'indignazione. Durante una giornata tipica il blog di Grillo può chiedere alla Germania di dichiarare guerra all'Italia, all'Italia di boicottare i Giochi Olimpici in Cina o, a un importante personaggio politico, di smettere di agire come uno "Psico-nano". La maggior parte dell'indignazione ha un bersaglio politico - il blog di Beppe pubblica una lista aggiornata dei parlamentari italiani condannati, e frequentemente chiede ai politici corrotti di dimettersi dal loro incarico. Lo scorso settembre, Grillo ha usato il suo blog per organizzare una manifestazione in circa 300 città italiane per il suo "Vaffanculo Day", per incoraggiare i cittadini a rimuovere dal Parlamento i condannati in via definitiva. La manifestazione ha avuto così successo che la sua seconda edizione è prevista per il 25 aprile. L' America potrebbe usare un comico di satira politica alimentato da questo tipo di indignazione, ma per ora, c'è Beppe." TIME

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La marcia del V2-Day
V2-day, 25 aprile, per un'informazione libera:
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V-day.jpg

4. Scarica il volantino del V2-day

Vday

mercoledì 23 gennaio 2008

dal Blog Toghe : IL VOLTO MAFIOSO DELLE ISTITUZIONI

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Dopo aver lottato per tutta una vita..
è meglio perdere che perdersi..
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da:
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Il volto mafioso delle istituzioni
In attesa di trattare più approfonditamente alcuni aspetti della “vicenda De Magistris”, definito un “cattivo giudice” da Letizia Vacca, componente del C.S.M. “in quota” ai Comunisti Italiani, riportiamo qui una notizia di pochi giorni fa che potrebbe aiutare anche la prof. Vacca a inquadrare meglio il concetto dicattivo giudice”.
Si tratta della condanna in primo grado (dunque, non definitiva, essendo la sentenza soggetta alle ordinarie impugnazioni) di due importanti magistrati a cinque e sette anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa e favoreggiamento della mafia.
Si tratta dell’ex Capo dei Gip di Messina (Marcello Mondello) e di un ex Sostituto Procuratore della Direzione Nazionale Antimafia (Giovanni Lembo).
Come accade ormai troppo spesso, questa notizia, come altre, purtroppo, è passata nel quasi assoluto silenzio dei media.
E’ stata quasi solo sussurrata.
Viene ritenuto clamoroso sui giornali che Luigi De Magistris “motivi troppo” un decreto di perquisizione (vedremo in altro articolo come questa sia uno dei motivi di condanna di Luigi al C.S.M.) e passano sotto silenzio i magistrati concorrenti e favoreggiatori della mafia.
Al solito, se si mette una stringa di ricerca su Google, si scopre che nessuno dei giornali e dei media di rilievo ha ritenuto “interessante” la notizia, che si trova solo in siti underground (ma d’altra parte è stata taciuta anche una condanna di Andreotti!).
Vi diamo la notizia a mezzo di un articolo scritto per noi da Marco Benanti, che ringraziamo di cuore per averci fatto questo “regalo”.
Questo articolo è l’occasione di dirvi di Marco.
Un giornalista coraggioso e indipendente (per questo ha vinto anche il premio Rocco Chinnici), che, ovviamente, vive il suo lavoro e la sua vita fra mille difficoltà in un regime nel quale l’informazione libera non è considerata virtù.
Per saperne di più su Marco, è sufficiente digitare “Marco Benanti” su Google.
Noi intanto vi segnaliamo due articoli su Peacelink e su Il Barbiere della Sera.
Nell’articolo di Marco si parla di un altro uomo impegnato in tante difficili battaglie, che per quelle ha pagato e paga “prezzi pesanti”: l'avv. Ugo Colonna.
Le vicende di Marco e dell’avv. Colonna ci sembrano emblematiche del fatto che non possiamo tirarci indietro e non possiamo credere di essere gli unici a pagare, per la giustizia e la verità, prezzi troppo cari.
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Continua su :
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Ha scritto Bertold Brecht:
I deboli non combattono
quelli più forti lottano forse per un’ora
quelli ancora più forti lottano per molti anni
ma quelli fortissimi lottano per tutta la vita.
Costoro sono indispensabili
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Ieri ho scritto un post. Per il momento non lo rendo pubblico.
Lo farò quando arriverà il tempo..
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Saluti
Fabrizio Frosini