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giovedì 22 gennaio 2009

Quando si lascia morire la Giustizia..

dal blog toghe : http://toghe.blogspot.com/2009/01/gabriella-nuzzi-lascia-lanm.html

Gabriella Nuzzi lascia l’A.N.M.

Pubblichiamo la lettera con la quale la collega Gabriella Nuzzi, vittima dei provvedimenti adottati dal C.S.M. lunedì scorso comunica al presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati le proprie dimissioni. E' un documento prezioso. Grazie Gabriella per quello che hai fatto e che fai. Sei profondamente nel nostro cuore.




Alla Associazione Nazionale Magistrati - ROMA



Signor Presidente,

Le comunico, con questa mia, l’irrevocabile decisione di lasciare l’Associazione Nazionale Magistrati.

Il plauso da Lei pubblicamente reso all’ingiustizia subita, per mano politica, da noi Magistrati della Procura della Repubblica di Salerno è per me insopportabilmente oltraggioso.

Oltraggioso per la mia dignità di Persona e di essere Magistrato.

Sono stata, nel generale vile silenzio, pubblicamente ingiuriata; incolpata di ignoranza, negligenza, spregiudicatezza, assenza del senso delle istituzioni; infine, allontanata dalla mia sede e privata delle funzioni inquirenti, così, in un battito di ciglia, sulla base del nulla giuridico e di un processo sommario.

Per bocca sua e dei suoi amici e colleghi, la posizione dell’Associazione era già nota, sin dall’inizio.

Quale la colpa? Avere, contrariamente alla profusa apparenza, doverosamente adottato ed eseguito atti giudiziari legittimi e necessari, tali ritenuti nelle sedi giurisdizionali competenti.

Avere risposto ad istanze di verità e di giustizia. Avere accertato una sconcertante realtà che, però, doveva rimanere occultata.

Né lei, né alcuno dei componenti dell’associazione che oggi degnamente rappresenta ha sentito l’esigenza di capire e spiegare ciò che è davvero accaduto, la gravità e drammaticità di una vicenda che chiama a riflessioni profonde l’intera Magistratura, sul suo passato, su ciò che è, sul suo futuro; e non certo nell’interesse personale del singolo o del suo sponsor associativo, ma in forza di una superiore ragione ideale, che è – o dovrebbe essere – costantemente e perennemente viva nella coscienza di ogni Magistrato: la ricerca della verità.

Più facile far finta di credere alla menzogna: il conflitto, la guerra tra Procure, la isolata follia di “schegge impazzite”.

Il disordine desta scandalo: immediatamente va sedato e severamente punito.

Il popolo saprà che è giusto così.

E il sacrificio di pochi varrà la Ragion di Stato.

L’Associazione non intende entrare nel merito. Chiuso.

Nel dolore di questi giorni, Signor Presidente, il mio pensiero corre alle solenni parole che da Lei (secondo quanto riportato dalla stampa) sarebbero state pubblicamente pronunciate pochi attimi dopo l’esemplare “condanna”: “Il sistema dimostra di avere gli anticorpi”.

Dunque, il sistema, ancora una volta, ha dimostrato di saper funzionare.

Mi chiedo, allora, inquieta, a quale “sistema” Lei faccia riferimento.

Quale il “sistema” di cui si sente così orgogliosamente rappresentante e garante.

Un “sistema” che non è in grado di assicurare l’osservanza minima delle regole del vivere civile, l’applicazione e l’esecuzione delle pene?

Un “sistema” in cui vana è resa anche l’affermazione giurisdizionale dei fondamentali diritti dell’essere umano; ove le istanze dei più deboli sono oppresse e calpestato il dolore di chi ancora piange le vittime di sangue?

Un “sistema” in cui l’impegno e il sacrificio silente dei singoli è schiacciato dal peso di una macchina infernale, dagli ingranaggi vetusti ed ormai irrimediabilmente inceppati?

Un “sistema” asservito agli interessi del potere, nel quale è più conveniente rinchiudere la verità in polverosi cassetti e continuare a costellare la carriera di brillanti successi?

Mi dica, Signor Presidente, quali sarebbero gli anticorpi che esso è in grado di generare? Punizioni esemplari a chi è ligio e coraggioso e impunità a chi palesemente delinque?

E quali i virus?

E mi spieghi, ancora, quale sarebbe “il modello di magistrato adeguato al ruolo costituzionale e alla rilevanza degli interessi coinvolti dall’esercizio della giurisdizione” che l’Associazione intenderebbe promuovere?

Ora, il “sistema” che io vedo non è affatto in grado di saper funzionare.

Al contrario, esso è malato, moribondo, affetto da un cancro incurabile, che lo condurrà inesorabilmente alla morte.

E io non voglio farne parte, perché sono viva e voglio costruire qualcosa di buono per i nostri figli.

Ho giurato fedeltà al solo Ordine Giudiziario e allo Stato della Repubblica Italiana.

La repentina violenza con la quale, in risposta ad un gradimento politico, si è sommariamente decisa la privazione delle funzioni inquirenti e l’allontanamento da inchieste in pieno svolgimento nei confronti di Magistrati che hanno solo adempiuto ai propri doveri, rende, francamente, assai sconcertanti i vostri stanchi e vuoti proclami, ormai recitati solo a voi stessi, come in uno specchio spaccato.

Mentre siete distratti dalla visione di qualche accattivante miraggio, faccio un fischio e vi dico che qui sono in gioco i principi dell’autonomia e dell’indipendenza della Giurisdizione.

Non gli orticelli privati.

Non vale mai la pena calpestare e lasciar calpestare la dignità degli esseri umani.

Per quanto mi riguarda, so che saprò adempiere con la stessa forza, onestà e professionalità anche funzioni diverse da quelle che mi sono state ingiustamente strappate, nel rispetto assoluto, come sempre, dei principi costituzionali, primo tra tutti quello per cui la Legge deve essere eguale per deboli e potenti.

So di avere accanto le coscienze forti e pure di chi ancora oggi, nonostante tutto, crede e combatte quotidianamente per l’affermazione della legalità.

Ed è per essa che continuerò sempre ad amare ed onorare profondamente questo lavoro.

Signor Presidente, continui a rappresentare se stesso e questa Associazione.

Io preferisco rappresentarmi da sola.


Dott.ssa Gabriella NUZZI
Magistrato



vedi anche :

Il regime e l’A.N.M.

di Felice Lima
(Giudice del Tribunale di Catania)

Italia sull'orlo del baratro..

dal Blog di Beppe Grillo , 21 Gennaio 2009 :
http://www.beppegrillo.it/2009/01/io_so.html#comments


Io so

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Io so.
Io so che la criminalità organizzata e la massoneria comandano in Calabria e anche a Roma.
Io so che Luigi De Magistris è stato rimosso dai suoi incarichi a Catanzaro ed espropriato delle sue inchieste per impedire che scoppiasse una nuova Tangentopoli.
Io so che nove miliardi di euro di fondi europei, di cui i cittadini non hanno alcun controllo, finanziano ogni anni le mafie, i partiti e sono all’origine del voto di scambio nel Sud.
Io so che i padri di questa Repubblica, la seconda Repubblica, sono i mandanti morali dell’omicidio di Paolo Borsellino.
Io so che in Parlamento siedono mafiosi, amici di mafiosi, servitori di mafiosi, protettori di mafiosi e lo sanno molte Procure d’Italia, molti giornalisti e anche molti italiani, ma non abbastanza.
Io so che la Procura di Salerno deve essere lasciata libera di indagare la Procura di Catanzaro.
Io so che il tribunale per il Riesame ha dichiarato corretto il comportamento tenuto dalla procura di Salerno e dal suo Procuratore Apicella.
Io so che non esiste alcuna guerra tra Procure, ma una Procura indagata, quella di Catanzaro, e una che ha indagato nel rispetto della legge e dei regolamenti, quella di Salerno.
Io so tutto questo, ma non ho le prove. Solo una montagna, una colossale montagna di indizi.
Io so che Alfano ha il compito di proteggere Berlusconi dalla Giustizia e non la Giustizia da Berlusconi.
Io so che quattro cariche dello Stato sono al di sopra della legge, come neppure i re e i principi del Medio Evo, per non essere soggette alla legge, per non farsi processare, per non finire in galera.
Io so che le cariche dello Stato al di sopra della legge e, quindi, fuorilegge si chiamano, in ordine alfabetico: Berlusconi, Fini, Napolitano e Schifani.
Io so che un giornalista del Corriere della Sera, Vulpio, è stato rimosso dal suo incarico dal direttore Mieli per aver riportato nei suoi articoli i nomi eccellenti delle persone coinvolte dalle indagini in corso a Catanzaro da parte della Procura di Salerno, e tra questi Nicola Mancino, vice presidente del CSM.
Io so che Paolo Borsellino incontrò a Roma Mancino, appena prima della sua morte, e uscì sconvolto dal colloquio.
Io so che Apicella non deve essere rimosso da Alfano, il maggiordomo di Ghedini, l’avvocato di Berlusconi che lo difende mentre percepisce i soldi da deputato della Repubblica.
Io so, e lo sanno in tanti, che la Seconda Repubblica è nata per salvare dalla galera, e forse dalla morte, molti politici contigui alla criminalità organizzata.
Io so che la Seconda Repubblica è nata sulle stragi del ’93 e su accordi occulti.
Io so che Luigi De Magistris va difeso, che Clementina Forleo va difesa, che Luigi Apicella va difeso.
Io so che Napolitano sa, nel suo ruolo di presidente del CSM, ma preferisce voltarsi, ogni volta, dall’altra parte. Dalla parte dei partiti e della tenuta del Sistema.
Io so che ci sono 18 condannati in via definitiva in Parlamento, e un centinaio tra inquisiti e condannati in primo o secondo grado.
Io so che le ultime elezioni sono state illegali e che i parlamentari sono stati scelti dai capi dei partiti a tavolino e che non rispondono agli elettori, ma agli interessi di partito o delle persone che controllano il partito.
Io so che Luigi Apicella non può essere lasciato solo, che non può essere sospeso da nessun politico.
Io so che Luigi De Magistris deve continuare le sue inchieste “Why Not”, “Poseidone” e “Toghe Lucane”.
Io so che Clementina Forleo deve rientrare in possesso dell’inchiesta sull’Unipol ed essere libera di poter interrogare chiunque, anche Massimo D’Alema.
Io so che se la magistratura sarà soggetta al potere politico, se perderà la sua indipendenza, quella che le rimane, per l’Italia non ci sarà nessun futuro e, forse, non ci sarà più neppure l’Italia.
Io so che, per queste ragioni, il 28 gennaio 2009 sarò a Roma alle ore 9, in piazza della Repubblica, insieme all’ Associazione dei familiari delle vittime di mafia.
Io so che, per queste ragioni, ogni cittadino italiano dovrebbe testimoniare a Roma con la sua presenza.

Ps: Aderisci su Facebook alla

Manifestazione a sostegno del Procuratore di Salerno Luigi Apicella

sabato 28 giugno 2008

DO UT DES.. Un Paese alla deriva : la Politica dei Corrotti..

Iustitiam quaerimus, rem omni auro cariorem.
Ricerchiamo la giustizia, cosa più preziosa di ogni ricchezza. (Cicerone)



La corruzione è capillare in questo Paese. E dilagante.
Sembra quasi che chi ne accetta la logica non se ne renda neppure conto.
In realtà è tutta una messinscena.
Si è corrotti ma non lo si vuole ammettere.
Neppure con se stessi..
E nessun ambiente ne è esente.
Perché pensare solo ai propri affari, piuttosto che al benessere della collettività, non solo paga, ma è considerato il massimo dei fini..
E vendersi, per chi non ha dignità, non è un problema. Basta non guardarsi allo specchio. O farlo con gli occhi chiusi..
.

Beati monoculi in terra coecorum..


Saluti a tutti
FF



I cortocircuiti interni della magistratura

di Felice Lima

(Giudice del Tribunale di Catania)


da Micromega n. 4/2008


L’appropriazione indebita dei meriti

Cosa fa la magistratura associata con i magistrati integerrimi e coraggiosi quando questi vengono assassinati si sa benissimo: si appropria dei loro meriti, dando luogo all’abuso per il quale quando qualcuno si permette di chiedere conto “alla Magistratura” di qualcosa di cui debba vergognarsi, essa invoca la memoria dei suoi martiri, dicendo che “la Magistratura ha pagato a caro prezzo il suo eroismo”.

Ma non è la verità, perché non è “la Magistratura” ad essere o essere stata “eroica” e men che meno ad aver pagato prezzo alcuno per nulla; a farlo sono stati alcuni singoli magistrati, che prima di essere assassinati erano stati clamorosamente e rumorosamente isolati dai loro colleghi. Per tutti, basti citare qui le vicende del Procuratore di Palermo Gaetano Costa, lasciato solo a firmare dei fermi particolarmente “impegnativi”, e del Consigliere Istruttore Rocco Chinnici, che lasciò un diario con le prove del suo isolamento da parte dei vertici degli uffici giudiziari di Palermo. Ma certo è significativa anche la storia del Sostituto Procuratore Giangiacomo Ciaccio Montalto: all’indomani del suo assassinio un collega del suo stesso ufficio è stato arrestato perché a casa gli sono stati trovati un’arma con la matricola abrasa e un mucchio di soldi incartati in un giornale. E il Procuratore Capo, vi chiederete? Promosso Presidente di Sezione in Cassazione! E in Cassazione, come Sostituto Procuratore Generale, è andato anche il Procuratore di Palermo Giammanco, che faceva fare anticamera a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Dunque, si sa benissimo cosa fa “la Magistratura” con i magistrati integerrimi DOPO che sono morti.

Non sempre si riflette su cosa aveva fatto prima dell’omicidio e su cosa fa quando l’omicidio non accade.

La vicenda di Luigi De Magistris è un occasione per riflettere su questo.


La persecuzione disciplinare

Ho già esposto analiticamente proprio qui, su Micromega (nel numero 2/2008), le ragioni per le quali la sentenza disciplinare che ha condannato Luigi De Magistris e che contiene tutti gli addebiti che sono riusciti a immaginare a suo carico non convince per nulla e appare tecnicamente infondata.

Una sentenza, per di più, emessa al termine di un processo dall’esito preannunziato (il Consigliere del C.S.M. Letizia Vacca che annuncia trionfalmente alla stampa che Luigi De Magistris è «un cattivo magistrato» e «va colpito» (!?)) e dalle dinamiche peculiari (sorprendente rapidità del tutto; rifiuto di attendere l’esito delle indagini in corso a Salerno, ben note allo stesso C.S.M. per averne acquisito alcuni atti; il Vicepresidente Mancino che rivela il segreto della camera di consiglio, informando la stampa che la decisione è stata presa all’unanimità).


La richiesta di archiviazione di Salerno

Su tutto questo interviene adesso la Procura di Salerno che chiede l’archiviazione delle accuse a carico di Luigi De Magistris con un provvedimento di poco meno di mille pagine che, analizzando minutamente ogni cosa, non lascia scampo a chi aveva giocato tutto sul frastuono e le invettive.

Da quel provvedimento emerge fra l’altro che:

1) Il contesto ambientale nel quale Luigi de Magistris ha svolto per anni la propria attività di P.M. era oltremodo “difficile”, caratterizzato da pesanti intrecci tra magistrati di punta degli uffici calabresi (ivi compresi gli stessi vertici degli uffici requirenti di Catanzaro) e persone sottoposte ad indagini da parte dello stesso Luigi (ivi compresi altri magistrati, soprattutto lucani).

2) Da quel medesimo contesto è scaturita una vasta, articolata e provata (sì, provata!) attività di aggressione e delegittimazione di De Magistris e del suo operato, attuata con denunce ed esposti diretti non solo alla Procura di Salerno, non solo agli organi disciplinari, ma a chiunque, ivi comprese le più alte cariche dello Stato (è davvero impressionante la lettura, nel primo capitolo della richiesta di archiviazione, della quantità di esposti, denunce, interrogazioni, querele etc. che hanno investito il collega in un arco di tempo relativamente breve).

3) In tale contesto, De Magistris si è trovato nella singolare condizione di non poter fare affidamento – all’infuori della P.G. che lo coadiuvava nelle indagini – praticamente su nessuno, stanti gli acclarati rapporti dei suoi superiori gerarchici con soggetti sottoposti a indagini, “colorati” da episodi forse interpretabili anche come interferenze nelle indagini stesse.

4) Sotto tale profilo, il provvedimento dei P.M. salernitani contiene un passaggio significativo che lascia intendere che la storia non è finita e potrebbero esserci ulteriori sviluppi (solo pochi giorni fa i giornali hanno dato conto dell’iscrizione nel registro degli indagati del dr Dolcino Favi, autore dell’avocazione che un autorevole collega ha definito “impensabile”).

5) Tutto ciò premesso, pur nella condizione di delegittimazione e isolamento in cui ha operato, non è emerso che Luigi De Magistris si sia reso responsabile non solo e non tanto dei reati a lui addebitati, ma neanche di mere “irregolarità” o violazioni di norme processuali o deontologiche: insomma, il giudizio complessivo sul suo comportamento è di estrema correttezza e scrupolosità.

6) Sul punto i P.M. di Salerno hanno approfondito alcune delle vicende per le quali Luigi è stato condannato in sede disciplinare, evidenziando come quel giudizio fosse in realtà fondato non su una valutazione parametrata al rispetto delle regole processuali e ordinamentali, ma piuttosto su una generica (nonché a volte pregiudiziale e apodittica) valutazione negativa proprio del merito della sua attività giurisdizionale, in contrasto con uno dei capisaldi teorici in tema di limiti al sindacato disciplinare sull’attività dei magistrati.

7) Ancora, con riferimento ad alcune vicende particolarmente sbandierate da “media” e commentatori con la litania sui “cattivi magistrati” (mi riferisco alla nota vicenda dei fermi non convalidati o a quella ancor più famosa della perquisizione asseritamente “ipermotivata”, ma gli esempi possono moltiplicarsi), si è sottolineato, talora anche con l’autorevole avallo della Cassazione, come grossolani errori e macroscopiche illegittimità, semmai, si rinvengono negli atti posti in essere da quei magistrati che in alcuni casi hanno sconfessato le ipotesi investigative e gli atti di Luigi (ma di questi nessuno ha detto se sono “buoni” o “cattivi magistrati” …).

8) Anche quanto alle famose “fughe di notizie”, non solo è stata ribadita l’estraneità ad esse di De Magistris (ma ciò era già riconosciuto dallo stesso C.S.M.), ma ne è stato correttamente sottolineato il carattere di oggettivo pregiudizio alle indagini da lui svolte, specie quando intervenivano in momenti “caldi” dell’attività investigativa: con buona pace, anche in questo caso, di chi ha accusato Luigi di “protagonismo”.

9) Sono emersi contatti quanto meno ineleganti tra persone sottoposte a indagini da parte di Luigi e magistrati del C.S.M., ivi compreso forse anche l’estensore della sentenza di condanna emessa nei confronti dello stesso Luigi.

10) Alla luce di tutto ciò, si sarebbe tentati di attribuire un significato sinistro alla fretta con cui il C.S.M. ha voluto aprire e chiudere il giudizio disciplinare a carico di Luigi De Magistris, comprimendone gli spazi di difesa al punto da non voler neanche attendere questi pochi mesi, che oggi avrebbero consentito un giudizio più completo, che tenesse conto delle circostanze sopra indicate (peraltro ben note al C.S.M., essendo state rappresentate sia da Luigi che dai magistrati di Salerno, auditi nel corso del processo disciplinare e le cui dichiarazioni il P.G. D’Ambrosio, di cui dirò più avanti, ha cercato di non fare ammettere agli atti).

Ho tratto questa sintesi del provvedimento di Salerno da una mail del collega Raffaele Greco che si concludeva con un interrogativo: perché – scriveva su una mailing list di magistrati – oggi, mentre è in corso il congresso dell’A.N.M. e mentre si torna a discutere delle criticità del nuovo ordinamento giudiziario, specie con riguardo all’assetto delle Procure, solo pochissimi magistrati (che si contano sulle dita di una mano) si sentono di intervenire in maniera chiara su questa vicenda?

L’interrogativo non ha avuto NESSUNA RISPOSTA.


Il cancro che consuma la magistratura dall’interno

Alla ineludibile domanda sul perché la magistratura associata tutta taccia sul “caso De Magistris”, sopportando l’enorme prezzo che ciò le fa pagare in termini di totale discredito interno (presso i magistrati della “base”) ed esterno (presso l’opinione pubblica), la risposta è che vi è costretta.

L’A.N.M., le sue correnti, i maggiorenti del potere interno alla magistratura non possono parlare, perché troppi legami con gli ambienti – ancora una volta interni ed esterni al “caso” – glielo impediscono.

Si va al Consiglio Superiore della Magistratura mediante elezioni. Il consenso elettorale è gestito da gruppi – detti “correnti” – che rappresentavano molti anni fa aree culturali e ideologiche e si sono ridotti oggi quasi esclusivamente a collettori di voti.

Le correnti legittimano se stesse agli occhi dell’opinione pubblica mantenendo in vita – con un autentico accanimento terapeutico – l’Associazione Nazionale Magistrati, che oggi ormai non è altro che un involucro che serve solo a dare copertura alle correnti, unica realtà esistente.

L’A.N.M. è talmente cannibalizzata dalle correnti che da anni qualunque sia l’esito delle elezioni interne per i suoi organi direttivi, le correnti si spartiscono con un numero uguale di seggi la sua Giunta Esecutiva Centrale.

Con l’alibi dell’“unità associativa”, infatti, per moltissimi anni l’A.N.M. è stata governata da giunte unitarie, nelle quali ciascuna corrente aveva lo stesso numero di componenti indipendentemente dai voti ottenuti dalla base. In sostanza, le elezioni erano “per finta”.

La giunta attualmente in carica costituisce una novità, ma una novità “zoppa”: la Giunta dell’A.N.M., infatti, per la prima volta dopo molti anni non è unitaria, ma è comunque composta alla pari da tre correnti su quattro.

La circostanza che alle ultime elezioni del C.D.C. due delle quattro correnti abbiano subito una flessione di voti del 24% è rimasta sostanzialmente irrilevante e le due correnti in questione compongono ugualmente con lo stesso numero di componenti la Giunta.

Le correnti designano i candidati al C.S.M. e ne ottengono l’elezione.

Accade nella magistratura una cosa assai simile a ciò che accade in Parlamento: gli eletti più che eletti sono “designati”.

La programmazione del consenso, anche con appositi cartelli elettorali fra distretti, e la gestione delle liste elettorali è tale che le correnti offrono al voto un numero di candidati molto vicino a quello che pronosticano di potere fare eleggere e veicolano il consenso nel modo per loro più utile.

Gli eletti al C.S.M. sono poi talmente legati al gruppo che li ha fatti eleggere che:

- ormai nel C.S.M. non ci sono il Consigliere Tizio e il Consigliere Caio, ma, paradossalmente, scimmiottando il Parlamento, i “gruppi consiliari”;

- ormai i resoconti del Consiglio sono scritti con riferimento ai gruppi correntizi e non ai singoli consiglieri: “E’ stata approvata la tal delibera: ha votato a favore MD e contro Unicost”.

Per mantenere e incrementare il consenso della base ciascuna corrente “sponsorizza” i propri soci in tutti i concorsi interni, dai più rilevanti ai meno.

Così che quasi l’intero organigramma della magistratura risulta lottizzato correntiziamente.


Alcuni casi clamorosi

Perché le mie non sembrino accuse gratuite, citerò alcuni clamorosi casi recenti.

Il TAR Lazio, con la sentenza n. 3526 del 2008, ha annullato la delibera con la quale sono stati coperti 23 posti al Massimario della Corte di Cassazione (ufficio assai importante per molte ragioni), denunciando come essa fosse affetta da eccesso di potere, sviamento di potere, travisamento dei fatti, illogicità della motivazione.

In un intervento che si può leggere anche su internet, il Presidente della commissione del C.S.M., Mario Fresa, ha scritto fra l’altro: «Il monito proveniente dal Capo dello Stato, seguito con convinzione dall’ex Vicepresidente del CSM Rognoni e poi dal neo eletto Vicepresidente Mancino, secondo cui ancora oggi esiste un forte potere delle correnti dell’ANM che condiziona e rallenta le scelte consiliari per piegarle agli interessi localistici e dei gruppi organizzati, va pertanto condiviso in quanto espressione di un disagio dell’opinione pubblica e dello stesso corpus della magistratura».

E proprio con riferimento al concorso per il Massimario, ha aggiunto: «Invero, quando ho iniziato a leggere gli atti del procedimento, ho verificato che i fascicoli di più della metà degli aspiranti non erano ancora stati esaminati (…). Poiché le voci che giungevano negli uffici giudiziari riguardavano scontri su possibili nomi, è parso evidente che le divisioni riguardavano schieramenti precostituiti, a prescindere dall’esame dei profili professionali in forza dei quali quelle scelte dovevano essere effettuate. Il metodo operativo che veniva seguiyo (che non rappresentava una novità, attesa la mia pregressa conoscenza degli “interna corporis”) era quello della spartizione correntizia».

Nel luglio 2007 sono stati coperti nove posti alla Procura Generale della Cassazione e ben sei dei nove erano consiglieri uscenti del C.S.M. (divisi per correnti), la cui vittoria nel concorso è stata ottenuta con un metodo talmente increscioso che uno dei designati – il consigliere Francesco Menditto di MD – ha ritenuto deontologicamente doveroso non accettare quella nomina.

Altro caso particolarmente scandaloso, la designazione – in palese violazione di una legge che lo vietava espressamente – di un consigliere uscente del C.S.M. a Presidente di Sezione della Corte di Appello di Genova.

Il TAR ha annullato anche questa delibera, sottolineando l’evidente violazione di legge. Il C.S.M., sorprendentemente, pur di “non darla vinta” al magistrato danneggiato dalla delibera illegittima, non ha ottemperato alla decisione del TAR impugnandola dinanzi al Consiglio di Stato, che, ovviamente, ha respinto il ricorso con ulteriore perdita di prestigio e credibilità dell’organo di autogoverno, più incline (almeno in questo caso) a difendere interessi correntizi invece che la legge.

Nei giorni scorsi tre componenti uscenti del Comitato scientifico per la formazione dei magistrati sono stati rimpiazzati al termine del loro mandato. Erano uno di MD, uno di MI e uno di Unicost. I loro rimpiazzi sono, guarda caso, uno di MD, uno di MI e uno di Unicost.

Dunque, per quanto appaia paradossale, anche il “Comitato scientifico” è lottizzato.

In un contesto come questo, non stupisce che una delle telefonate intercettate riportate nella richiesta di archiviazione della Procura di Salerno sia quella fra uno dei magistrati inquisiti da De Magistris e un consigliere del C.S.M. al quale ella dà indicazioni e pone condizioni.

Il magistrato in questione – la dr Felicia Genovese – è stata poi, comunque, trasferita dalla Sezione Disciplinare del C.S.M..

Poiché è stata trasferita al Tribunale di Roma, sede ambitissima, alla quale moltissimi magistrati chiedono infruttuosamente di potere andare, un collega giorni fa, su una mailing list di magistrati, osservava sarcasticamente come la via più breve per un posto ambito possa essere anche farcisi trasferire punitivamente dal C.S.M..


Relazioni pericolose

In un contesto come questo, le “relazioni” interne fra capi degli uffici nominati correntiziamente e “grandi elettori” delle varie correnti e i vertici dell’A.N.M. e del C.S.M. sono talmente intrecciate e complesse da esservi troppe persone che possono esigere coperture o almeno neutralità.

E vi è poi il vastissimo capitolo delle “relazioni esterne”.

Il potere politico “interloquisce” con i vertici delle correnti.

Meno di ventiquattro ore dopo la sua nomina il Ministro Mastella ha incontrato i capi di tutte le correnti e ventiquattro ore dopo quell’incontro ha coperto i più importanti uffici apicali del suo ministero guarda caso con magistrati dai consolidati e risalenti legami alle correnti incontrate il giorno prima.

Capo dipartimento dell’organizzazione giudiziaria è divenuto addirittura un magistrato che fino a poco tempo prima era il Segretario generale di Magistratura Democratica.

I radicali hanno denunciato questa cosa, definendola suggestivamente come il progetto della “Pax Mastelliana”.

Quando ho invitato i miei colleghi a discutere di questa cosa, un magistrato che oggi ricopre una delle cariche di vertice dell’A.N.M. mi ha espressamente minacciato di querela, sostenendo che la sua corrente non aveva segnalato nessuno e che il Ministro Mastella i capi dei suoi uffici se li era scelti da sé (pensa le coincidenze).

E’ chiaro che in queste condizioni non si pone un problema di buona o mala fede dei singoli. E’ il sistema che produce inevitabilmente un conflitto di interessi e poi una cancrena.

Se il Ministro della Giustizia mi convoca perché sono il capo di una corrente e se enne capicorrente prima di me “hanno fatto carriera”, come potrò io, fossi anche santo, non pormi il problema di gestire i miei rapporti con il Ministro in un modo che mi renda, se non “gradevole”, almeno “non sgradevole” per lui?

E così dopo la “confusione” fra i ruoli interni si ha anche quella con i ruoli esterni.

Che dà luogo a situazioni paradossali che ritengo si commentino da sé.

Cito le due più recenti e significative.

Il collega Vito D’Ambrosio, che è stato in passato consigliere del C.S.M., si è dato alla politica e per dieci anni – fino al 2005 – è stato Presidente della regione Marche.

Dopo di che è rientrato in servizio nei nostri ruoli.

Cosa ovviamente più che legittima.

Sembrano ovvie, però, esigenze di opportunità che avrebbero suggerito di occuparlo in ruoli “discreti” (un ufficio collegiale, per esempio).

Invece viene assegnato alla Procura Generale della Cassazione e incaricato di sostenere l’accusa contro Luigi De Magistris al C.S.M. e, parallelamente, viene fatto eleggere al Comitato Direttivo Centrale dell’A.N.M.. Così che si trova ad essere il Presidente della sessione del C.D.C. nella quale il Presidente dell’A.N.M. Luerti si dimette – per ragioni ancora mai del tutto chiarite – dalla sua carica per sue relazioni (verosimilmente legittime, per carità) con uno dei principali indagati proprio delle inchieste di De Magistris.

Insomma, un corto circuito di relazioni veramente surreale.

La corrente di “appartenenza” di Vito D’Ambrosio è il Movimento per la Giustizia nato poco più di vent’anni fa per porre rimedio a questo stato di cose, nel quale si è invece perfettamente integrato.

Mentre il collega Massimo Russo fa la seguente “carriera”: pubblico ministero della D.D.A. di Palermo e Presidente della Sezione Palermitana dell’A.N.M.; da lì a vicecapodipartimento nel Ministero Mastella; da lì ad Assessore regionale alla Sanità nel nuovo governo regionale siciliano.

Un altro corto circuito impensabile.

Anche lui del Movimento per la Giustizia.

Il gravissimo deterioramento del contesto di riferimento e la degenerazione del potere hanno reso sempre più deplorevoli le relazioni pericolose fra magistrati e detentori di potere politico ed economico.

Il gravissimo deterioramento delle condizioni dell’amministrazione della giustizia, la sua sempre maggiore inefficienza, la sempre maggiore afflittività delle condizioni di lavoro dei giudici peones rendono ormai insostenibile e inaccettabile un sistema di gestione del potere interno che quelle inefficienze non solo non combatte, ma addirittura produce: se i capi degli uffici giudiziari vengono scelti secondo logiche di spartizione correntizia e non di attitudini e merito, come potrà mai invertirsi la deriva che sta portando al collasso gli uffici giudiziari?

Con alcuni colleghi abbiamo proposto un rimedio minimo all’intreccio di interessi – personali e corporativi – di cui ho detto: la previsione di radicali incompatibilità fra i diversi ruoli del “potere interno”.

A nostro modesto parere, a chi si candida o comunque assume cariche nell’associazione devono essere preclusi per sempre incarichi nel governo – “interno” ed “esterno” – e viceversa.

E chi si candida o comunque assume cariche in questo o in quel fronte del “potere interno” non deve continuare ad avere – come accade oggi – condizioni di favore per “carriere parallele”, che contrappongono magistrati curvi per decenni su quintali di fascicoli polverosi ad altri che passano da una Direzione generale a una commissione di concorso, da un assessorato a un posto di sottogoverno.

Queste proposte sono state respinte rabbiosamente dall’intero establishment correntizio e noi siamo stati accusati di “sfascismo”, “grillismo”, “qualunquismo”.

Nel concreto contesto contemporaneo, poi, credo che si imporrebbe una regola per la quale chi va a fare politica non possa poi tornare nei ruoli della magistratura.

Intanto, tutta l’Italia assiste al paradosso per il quale, mentre Falcone e Borsellino, morti, possono essere “usurpati” della loro storia, ottenendo che non si ricordi più che essi furono isolati e osteggiati dalla “magistratura”, De Magistris, vivo e innocente, costituisce uno scandalo insanabile che disonora la corporazione, rendendo ridicolo qualunque tentativo di recupero di credibilità con il solo ormai stantio espediente della dialettica “ANM/governo”.

Anche sotto questo profilo la situazione complessiva del sistema costituisce una novità non compresa e non prevista dai capicorrente.

In passato casi come quello di De Magistris (perché ce ne sono stati tanti) venivano risolti “spazzando via” il magistrato “scomodo”. Lo si bollava con una sentenza disciplinare adatta alla bisogna, lo si trasferiva e si attendeva che, in breve tempo, venisse dimenticato (Carlo Palermo fu mandato da Trento a Trapani e neppure dopo scampato a una strage terribile venne mai “riabilitato” e se ne andò via dalla magistratura nella disattenzione generale).

Stavolta la cosa non ha funzionato.

I cittadini calabresi avevano sopportato troppo. Gli amici della “magistratura” “disturbati” da De Magistris ne avevano fatte di troppo sfacciate. E così c’è stata una ribellione popolare.

Internet, poi, ha consentito di diffondere documenti e analisi del processo disciplinare che, per la prima volta, è stato criticato apertamente anche da magistrati, che, a prezzo di ostracismi e anatemi, hanno deciso di violare il tabù per il quale “i panni sporchi si lavano in famiglia”, ritenendo che la critica delle dinamiche dell’autogoverno non può oggi fare alla magistratura più danno di quanto gliene fanno i suoi vertici con le loro prassi distorte.

E così inesorabilmente il re è rimasto nudo e non rassegnandosi alla destituzione si aggrappa a soluzioni impossibili, come, da ultimo, dare della “pazza” a Clementina Forleo, scavalcando “a destra” la proposta di Berlusconi sui test psicoattitudinali.

Non so come finirà. Ma mi sento certo che questa classe dirigente della “magistratura” è arrivata al capolinea. Non solo perché, come era chiaro da tempo, rappresenta ormai solo se stessa e celebra congressi deserti e tristi. Ma perché si è svelato l’artificio. E molto difficilmente troverà qualcuno disposto a crederle quando si spaccerà per l’ennesima volta come tutrice dei sacri valori della giurisdizione.

Speriamo che in qualche luogo e in qualche tempo – alla fine di quest’epoca buia di illegalità al potere, di intercettazioni vietate, di indulti e sanatorie, di tolleranza zero con i morti di fame e complicità con i faccendieri di stato – la società civile torni a reclamare spazi di vera indipendenza per i giudici. Non per la “magistratura” come corporazione, ma per i singoli giudici come addetti a una funzione costituzionale.

(Felice Lima ,
27.06.08)

http://toghe.blogspot.com/2008/05/i-cortocircuiti-interni-della.html




diffondi

domenica 18 maggio 2008

NON ACCETTIAMO IPOCRISIE..

Se non ci fosse lui.. l'Antonio nazionale.. che "opposizione" avremmo..?

OMAGGIO A DI PIETRO :




Dovremmo forse affidarci a quella sorta di "opposizione" che si esprime nelle ipocrisie, nella praxi e nei rituali mafiosi dei "padrini" politici/affaristi toscani..?

No, grazie. Meglio morti che venduti..


Grazie Di Pietro.. Vieni a darci una mano anche in Toscana : per far riacquistare dignità a questa regione - definita "felix" dal gruppo politico più longevo d'Italia..

Già, Felix: come un gatto da laboratorio sul quale da decenni si sperimenta un'aberrante pseudocultura democratica..

Antonio, continua così..

Dal sito web di Antonio Di Pietro :

17 Maggio 2008

Ballarò

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Lo scorso 13 maggio sono stato ospite di Giovanni Floris alla trasmissione Ballarò. Pubblico alcuni miei interventi su immigrazione e sicurezza, l'abolizione dell'ICI e lotta all'evasione fiscale, argomenti sui quali questo governo non ha alcuna credibilità e sui quali beneficierà del buon lavoro svolto nel breve tempo del governo Prodi.
(Antonio Di Pietro)


16 Maggio 2008

11 - Padania ladrona

Riporto un brano tratto da "Mani Sporche", libro pubblicato da Chiarelettere e scritto da Barbacetto, Gomez e Travaglio, dal titolo "Padania ladrona'" (pag.289).

"I seguaci di Bossi hanno un problema: la Popolare Credieuronord, una piccola banca creata nel dicembre 2000 per "ritrovare i valori tipici della credibilità e della collaborazione del Nord". A finanziarla, dopo una campagna a tappeto nelle sezioni del partito, è stato il popolo leghista. Ma già nel 2003 la banca del Carroccio è a un passo dal fallimento. Il bilancio si chiude con 8 milioni di euro di perdite e 12 di sofferenze su 47 impieghi. Un brutto guaio, soprattutto perchè l'azienda è nata e cresciuta come una tasca della politica. Nel consiglio di amministrazione siedono i sottosegretari leghisti Maurizio Balocchi (Interno), Alberto Brambilla (Welfare), Stefano Stefani (Attività produttive), ma anche il deputato varesino Giancarlo Giorgietti, pupillo di Bossi e presidente della commissione Bilancio alla Camera. Insomma, se scattasse la bancarotta, sarebbe un duro colpo per il Carroccio. E se poi partono le inchieste giudiziarie, la situazione potrebbe ancor più aggravarsi. Attraverso la Credieuronord sono stati infatti riciclati 13 milioni di euro provenienti da una gigantesca truffa organizzata dai proprietari della - un tempo mitica - Radio 101 e da una commercialista, Carmen Gocini, ai danni di alcune procedure fallimentari del Tribunale milanese. Miliardi rubati e poi, come sosterrà la Procura di Milano, ripuliti grazie alla complicità dei vertici operativi della banca. Operazioni analoghe sono state condotte da vari personaggi legati ai "Cobas del latte", gli allevatori vicinissimi alla Lega che non volevano pagare le multe dell'Unione Europea per aver prodotto latte in eccedenza. Se esplode il bubbone Credieuronord, si fanno male in tanti. Meglio coprire tutto e tentare di metterci una pezza. Il salvatore, per i leghisti, si chiama Fiorani.
Con lui il Carroccio ha legami antichi: la scuola leghista di Varese e il prato di Pontida, quello che ogni anno si riempie di bandiere verdi per i comizi del Senatùr, sono stati acquistati con soldi della Popolare di Lodi: per un totale, tra i fidi e finanziamenti, di 10 milioni di euro, più un altro milione proveniente dalla Popolare di Crema (controllata dalla Lodi). tutti soldi ottenuti offrendo in pegno la storica sede milanese del partito di via Bellerio. Operazioni regolari, ma sintomatiche di un rapporto preferenziale, che ora viene sfruttato a fondo per evitare il crac di Credieuronord. Fiorani riesce a tenere in piedi la banchetta con una complicata operazione finanziaria. In cambio, ottiene la retromarcia della Lega sul governatore. Il 3 febbraio 2005 Maroni comunica ufficialmente che la Lega non mette più in discussione il mandato a vita di Fazio. E' la tomba della legge sul risparmio.
Sarà Fiorani, davanti ai pm milanesi, a raccontare anche questo patto con la Lega: salvataggio della banca in cambio del salvataggio del governatore."
(Antonio Di Pietro)


15 Maggio 2008

Non vogliamo ipocrisia

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Riporto il video dell'intervista rilasciata a RepubblicaTv, oggi 15 maggio 2008, dove rispondo alle domande degli spettatori.
(Postato da Antonio Di Pietro in )


La parzialità dell'Agcom

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Contro Travaglio ed Anno Zero si manovra per non disturbare il manovratore. L’istruttoria avviata dall’ Agcom (quanto mai tempestiva) è solo l’ultimo tentativo per fermare chi ha ancora il coraggio di raccontare i fatti ,anche se sgraditi alla casta dei politici. Insomma verrebbe da dire: colpirne uno per addormentare la coscienza critica di cento.

Ancora non è chiaro quali sarebbero i capi d’imputazione per Travaglio, visto che ha solo raccontato fatti già noti e per i quali non si era levata alcuna indignazione. Episodi su cui molti cittadini, grazie all’informazione che hanno ricevuto, possono ora farsi un’opinione e giudicare liberamente.

L’Autority delle comunicazioni farebbe bene a spiegare come mai, solo in questa occasione, ha così prontamente e mirabilmente vigilato, mentre in tante altre occasioni è parsa “disattenta” tanto che a vigilare ci hanno dovuto pensare altri.
(Antonio Di Pietro)


14 Maggio 2008

IdV: unica opposizione

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Pubblico il video ed il resoconto stenografico della dichiarazione di voto dell’Italia dei Valori per la fiducia al Governo, fiducia che non è stata data. Il mio discorso ha reso palese un fatto importante: esiste un’unica opposizione, quella dell’Italia dei Valori.

Antonio Di Pietro: Vorrei dirle con il sorriso sulle labbra, signor Presidente del Consiglio, che mai avrei immaginato, di trovarmi per la seconda volta a dare un giudizio sul suo Governo. La prima volta mi è capitato quando mi ha offerto di fare il Ministro dell'interno e non ho abboccato. Poi se l'è scordato, perché lei è abituato a dimenticare, quando le cose non le fanno piacere
(Commenti dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà e Lega Nord Padania - Una voce dai banchi del gruppo Italia dei Valori: «Lasciate parlare!»).

Gianfranco Fini: Prego di non interrompere. Lasciate esprimere all'onorevole Di Pietro la sua opinione.

Antonio Di Pietro: Quindi, signor Presidente del Consiglio, lasci che anche oggi - con il sorriso sulle labbra, ma sempre a testa alta - le diciamo: «noi no, noi dell'Italia dei Valori non abbocchiamo!» Noi dell'Italia dei Valori non intendiamo cadere nella tela del ragno che lei, ancora una volta, sta tentando di costruire con pacche sulle spalle, come ha detto lei: «volemose bene, va' che ce la famo». Lo dica agli altri, non lo dica a noi dell'Italia dei Valori! Infatti, noi dell'Italia dei Valori abbiamo memoria e soprattutto non intendiamo perdere la memoria.
Noi conosciamo la sua storia personale e politica e conosciamo bene anche la sua storia...
(Commenti dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà e Lega Nord Padania).

Gianfranco Fini: Onorevole Di Pietro, la prego di proseguire e prego ancora i colleghi di non interrompere gli oratori.

Antonio Di Pietro: E soprattutto conosciamo bene la sua storia personale e giudiziaria e quella dei tanti...
(Vivi Commenti dei deputati dei gruppi Popolo della Libertà e Lega Nord Padania).

Antonio Di Pietro: Signor Presidente della Camera, darmi la possibilità di parlare è un suo compito.

Gianfranco Fini: Onorevole Di Pietro, lei non è nuovo di quest'Aula e sa che è abbastanza naturale che ci sia, nei limiti...

Antonio Di Pietro: Solo quando riguarda me, però.

Gianfranco Fini: Ovviamente dipende unicamente da ciò che si dice
(Applausi dei deputati dei gruppo Popolo della Libertà e Lega Nord Padania)...

Gianfranco Fini: .. fermo restando che ho già invitato la parte destra dell'emiciclo a non interromperla. Prego, onorevole Di Pietro, continui.

Antonio Di Pietro: Ha ragione signor Presidente della Camera, dipende da quello che si dice: non bisogna disturbare il manovratore!
(Applausi dei deputati dei gruppi Italia dei Valori e Partito Democratico)
Ma noi dell'Italia dei Valori conosciamo la storia anche dei suoi tanti dipendenti e sodali che si è portato in Parlamento con sé a titolo di ringraziamento per i favori e le omertà di cui si sono resi complici. Noi dell'Italia dei Valori conosciamo bene le sue bugie e la sua capacità di distorcere la verità dei fatti.

Antonio Di Pietro: Soprattutto conosciamo bene la tela sul controllo dell'informazione e sul sistema di disinformazione che ha messo in piedi (Applausi dei deputati dei gruppi Italia dei Valori e Partito Democratico). Soprattutto conosciamo la disinformazione che ha posto e ha fatto porre in essere per far credere che la colpa dei mali dell'Italia non sarebbe di chi li ha commessi ma di chi li ha scoperti.
Lei ha mentito a ripetizione nel corso della sua carriera politica e da ultimo ha fatto credere agli italiani di aver lasciato l'ultima volta il Governo con i conti in ordine, mentre invece ha truccato le carte fin quando l'Unione europea non l'ha scoperto e sanzionato, e quel povero Prodi si è dovuto far carico di far quadrare i conti e ne ha pagato le conseguenze (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori e di deputati del gruppo Partito Democratico - Commenti dei deputati del gruppo Popolo della libertà).
Lei, signor Presidente del Consiglio, spesso - ed ancora ieri - ha detto di ringraziare e apprezzare il lavoro dei giudici. Ma va! È un falso storico, signor Presidente: lei odia i giudici indipendenti che fanno il loro dovere, a lei quei giudici fanno orrore! Lei vuole solo una giustizia forte con i deboli e debole con i forti!
(Applausi dei deputati dei gruppi Italia dei Valori - Commenti dei deputati del gruppo Popolo della libertà)
Lei vuole solo una giustizia che fa comodo a lei, una giustizia a suo uso e consumo, e quando non le basta si fa le leggi apposta per fare in modo che la giustizia funzioni come dice lei.
Lei è in conflitto di interesse con se stesso e nulla vuole fare per risolverlo. Così ancora oggi nessuno di noi può sapere, quando decide qualcosa, se lo fa per sé o per gli altri, e quali altri poi. Lei non ci ha detto ieri come intende risolvere il conflitto di interesse, anzi ce lo ha detto con il suo silenzio: non intende risolverlo.
Lei ieri ha descritto un Paese di sogni e di balocchi, in un esercizio di equilibrismo per farci stare dentro tutti: nord e sud, poveri e ricchi, imprenditori, lavoratori e parti sociali deboli, pacifisti e guerrafondai, rigoristi e scialacquatori. Insomma, ha fatto solo un discorso furbo per cercare di imbavagliare l'opposizione. Ma noi non abbocchiamo.
Lei dice di volere il dialogo...

Antonio Di Pietro: ... ma noi crediamo che lei voglia un dialogo ad una voce sola: la sua. E chi non la pensa come lei è solo un qualunquista, un forcaiolo, un populista; insomma un disturbatore da isolare e condannare.
Lei dice di volere una giustizia che funzioni, lo ha ripetuto anche in questi giorni. Ma come può funzionare - di grazia - una giustizia con le leggi ad personam che si è fatto fare nella scorsa legislatura? Come può funzionare un libero mercato, che lei dice di volere, quando ci sono falsificatori di bilanci - che lei conosce molto bene, a lei molto vicini - che grazie alle leggi fatte fare da lei e dal suo Governo oggi possono stare ancora liberi in giro per l'Italia?
Lei dice che vuole combattere l'evasione fiscale, ma intanto ogni giorno se ne inventa una, nel corso del processo che la riguarda a Milano, per ritardare i tempi della giustizia che la riguarda.
Lei dice che vuole combattere la criminalità organizzata, ma la criminalità organizzata oggi si combatte prevedendo ferree leggi e decisi interventi sull'evasione fiscale, sul falso in bilancio, sulla contiguità esistente e persistente tra politica e mafia, sulla non candidabilità delle persone condannate. Se lo ricordi questo leitmotiv, perché lo sentirà per tutta la legislatura
(Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori).
Sono tutte questioni chiave su cui lei si è ben guardato dal prendere posizione.Certo, lei ha più volte teso la mano all'opposizione, a quell'opposizione che pensa di ingraziarsi ammiccando un po' di più. Io non credo che il Partito Democratico, che è un partito che ha la sua storia, ha un suo passato, cadrà nel trabocchetto, né ci cadremo noi dell'Italia dei Valori.
Noi crediamo che fare opposizione vuol dire innanzitutto riscrivere la verità rispetto alle disinformazioni che lei ha portato avanti in questi anni nel nostro Paese. L'opposizione ideale che vuole lei è quella di un'opposizione morbida che non denuncia, non alza i toni, non fa battaglie anche dure per il rispetto delle regole democratiche, insomma un'opposizione di Governo. Noi questa opposizione non la faremo, né crediamo che la faranno gli amici del Partito Democratico, perché una cosa è ascoltarla, un'altra è venirle appresso.
Insomma, sappia signor Presidente del Consiglio che da oggi esiste ed esisterà un'opposizione forte, decisa e senza compromessi, fatta di critiche, ma anche di proposte costruttive, che è quella dell'Italia dei Valori.

Antonio Di Pietro: Un'opposizione che avrà anche il coraggio e il dovere, allorché lei dovesse fare un provvedimento negli interessi dei cittadini, di votarlo, ma mai di scambiare la sua politica come una politica nell'interesse della collettività. Noi crediamo che lei abbia fatto e si sia messo a fare politica per i suoi interessi personali e giudiziari (Proteste dei deputati del gruppo Popolo della Libertà - Una voce dai banchi del gruppo Popolo della Libertà: «Vergogna!»); è questa la verità che non ci toglie nessuno. Noi non le diamo la fiducia (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori e di deputati del gruppo del Partito Democratico - Commenti di deputati del Popolo della Libertà)!
(Antonio Di Pietro)


13 Maggio 2008

Il discorso di Silvio Berlusconi

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Il discorso del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi al Parlamento per chiedere la fiducia al suo Governo – in puro stile “papista” e pseudobuonista - ricorda tanto la favola del ragno che invita la mosca nella propria ragnatela. Non so se il partito democratico farà l’allocco e ci cadrà ma certamente non lo faremo noi dell’Italia dei Valori.
Egli ha descritto il paese da sogni e di balocchi che vorrebbe ma non ha indicato come fare per realizzarlo. Il suo discorso – pieno di “ma anche” è apparso solo un esercizio di equilibrismo per farci stare dentro tutto ed il contrario di tutto, nella speranza di ingraziarsi maggioranza e opposizione, Nord e Sud, lavoratori e datori di lavoro, imprenditori e sindacati, parti sociali deboli e poteri forti, pacifisti e guerrafondai, rigoristi e scialacquatori.

Dice di volere il dialogo ma ad una voce sola: la sua! E chi non la pensa come lui “peste lo colga”: è solo un qualunquista, un forcaiolo, un populista, insomma un disturbatore del manovratore da isolare e condannare.

Per rendersene conto basta rileggere il suo discorso, pieno non di proposte di governo ma di “eclatanti omissioni” su questioni chiave, come il rilancio della lotta all’evasione fiscale, la funzionalità della giustizia, la trasparenza dei mercati, la pluralità dell’informazione, la lotta alla “Casta”, gli sprechi nella pubblica amministrazione, la lentezza e la farraginosità della burocrazia, la questione della Rai come servizio pubblico, la scandalosa vicenda Europa/-Rete4 ed il connesso rispetto delle Direttive e delle sentenze degli organismi di controllo.

Nel suo discorso, Berlusconi ha posto l’accento sul verbo “crescere”. Avrebbe dovuto usare il verbo “cambiare”. Senza un cambiamento la crescita non potrà avvenire. Il verbo giusto è cambiare.
Per ripartire bisogna eliminare alla radice le cause che in questo momento bloccano il Paese. Tra queste la mancanza di una libera informazione, la diffusione della criminalità organizzata, la non certezza della pena.
Economia e etica sono due facce della stessa medaglia. Una forte economia non può prescindere dall’”etica dei comportamenti” e questo non è il caso dell’Italia con leggi ad personam e condannati eletti in Parlamento su precisa scelta del leader del PDL.

Un Paese che voglia attrarre investimenti dall’estero non può permettersi ombre su chi ha primarie responsabilità nel sistema bancario come è il caso di Cesare Geronzi.
La libera informazione è alla base della democrazia. La recente sentenza della Corte di Giustizia europea impone che Rete 4, di proprietà del presidente del Consiglio, ceda le sue frequenze a Europa 7, in caso contrario i cittadini italiani pagheranno, con effetto retroattivo dal primo gennaio 2006, tutti i giorni 300.000 euro di multa. L’Alitalia costa ai contribuenti più di un milione di euro al giorno grazie alla mancata fusione con Air France dovuta al PDL. Di fronte a un debito pubblico di circa 1630 miliardi di euro con interessi annui di 70 miliardi di euro pagati dallo Stato, Rete 4 e Alitalia possono sembrare sciocchezze, ma sono un chiaro segnale di chi fatica a distinguere gli interessi privati da quelli pubblici.
Berlusconi dice di voler rivalutare la casa come bene primario. Ma per dare concretezza a questi obiettivi bisognerà rivedere i rapporti tra istituti di credito e cittadini, decine di migliaia di famiglie stanno perdendo la casa per l’impossibilità di pagare il mutuo.
Egli dice che vuole una giustizia che funzioni ma non dice che bisogna cancellare le leggi vergogna che hanno accorciato i tempi di prescrizione rendendo quasi impossibile ogni condanna.

Egli dice che vuole servizi efficienti accompagnati a una diminuzione dei costi dello Stato. Chi non li vorrebbe? Non ho però sentito quali in concreto sono le misure che consentirebbero questi obiettivi. Ad esempio l’abolizione delle Province, l’accorpamento delle Province, l’abolizione delle Comunità montane, l’allineamento dei compensi parlamentari al resto d’Europa, un utilizzo produttivo e controllato dei miliardi di euro di finanziamento della Comunità Europea, una rivisitazione complete e concreta della legge sui finanziamenti pubblici ai partiti ed ai cosiddetti giornali di partito.
Il federalismo fiscale della Lega può conciliarsi con i 15 miliardi di euro per lo Stretto di Messina?
Con le centinaia di migliaia di dipendenti pubblici e para pubblici del nostro Meridione? Il Sud non può sopravvivere se le risorse fiscali rimarranno nel Nord. Tutti sanno che il federalismo fiscale senza una reale autonomia economica del Sud è solo fumo negli occhi e che il Sud, fino a quando non sarà affrancato dalla criminalità organizzata, non potrà essere autonomo. Ma la criminalità organizzata oggi si combatte prevedendo ferree leggi e decisi interventi sull’evasione fiscale, sui falsi in bilancio, sulla contiguità esistente e persistente fra politica e mafia, sulla non candidabilità delle persone condannate, tutte questioni-chiave di cui il Presidente del Consiglio si è ben guardato dal prendere posizione.
Egli ha più volte teso la mano all’opposizione, ha chiesto e offerto collaborazione, alla condizione, ovviamente, che non venga alterato lo status quo sull’informazione e sulla giustizia.
L’opposizione ideale per Silvio Berlusconi è un’opposizione morbida che non denunci, non alzi i toni, non faccia battaglie, anche dure, per il rispetto delle regole democratiche. Insomma una “opposizione di Governo”.

Ripeto, non so cosa voglia fare e come voglia comportarsi il Partito democratico di Veltroni. Da oggi, però, deve essere chiaro che esiste ed esisterà una opposizione forte, decisa e senza compromessi, fatta di critiche ma anche di proposte costruttive, che è quella dell’Italia dei Valori.
(Antonio Di Pietro)


Il silenzio dei magistrati

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Bavaglio all'informazione e bavaglio alla giustizia sono questi i primi fatti tangibili del governo del centrodestra a cui fa sponda un tacito consenso di questa finta opposizione.
Oggi Clementina Forleo verrà "cacciata" da Milano, non potrà più esercitare in quella città. Le parole di oggi di Silvio Berlusconi secondo cui "il rispetto va ai magistrati che compiono in silenzio il proprio dovere" trovano da subito effettivo riscontro. Lascio, come altre volte ho fatto, all’articolo di Marco Travaglio “Colpirne una…” de l’Unità, che condivido completamente, il commento a questa vicenda:

"Se il plenum del Csm confermerà l’indicazione data ieri dalla Commissione competente, Clementina Forleo sarà cacciata da Milano per “incompatibilità ambientale”. Il suo peccato mortale, come tutti han capito fin troppo bene, è stato quello di mettere nero su bianco i nomi dei parlamentari intercettati durante le scalate di Antonveneta, Rcs e Bnl e chiedere al Parlamento l’autorizzazione a usare le loro telefonate. Non potendo dichiarare ufficialmente che andava punita per questo, a perenne ammonimento per tutti gli altri magistrati che osassero fare altrettanto, insomma a futura memoria, la commissione ha deciso di cacciarla perché avrebbe cattivi rapporti con i cancellieri del tribunale (testuale); perché avrebbe turbato l’opinione pubblica con denunce infondate (e pazienza se poi si son rivelate fondatissime), perché avrebbe detto a un convegno cose che non ha mai detto, e perché avrebbe chiesto a un pm notizie di un provvedimento interdittivo che la Procura le aveva preannunciato dicendole di tenersi pronta. Insomma, incolpazioni inventate o faccenduole che sono normale routine in un ufficio giudiziario. Alla fine, in questo mondo alla rovescia, il topolino ha partorito la montagna: una sanzione mostruosa, che sarebbe apparsa sproporzionata anche se gli addebiti mossi alla Forleo fossero stati fondati. Clementina Forleo non potrà più fare il giudice a Milano e dovrà emigrare altrove con quel che resta della sua famiglia già falcidiata da lutti, minacce e attacchi. Il voto è stato tutt’altro che unanime, a riprova del fatto la sanzione non era affatto obbligata. Per il trasferimento han votato i membri laici, cioè politici: la comunista Vacca (che aveva anticipato il giudizio prim’ancora che iniziasse il procedimento, ma non ha sentito neppure il dovere di astenersi: bella garanzia di “terzietà”) e Anedda di An; e poi il togato di Unicost, Roia. Contro, ha votato il presidente della commissione, Patrono di MI. I due di Md, pilatescamente, si sono astenuti: se avessero votato contro sarebbe finita 3 a 3. E la manovra sarebbe fallita. Una manovra che, molto probabilmente, è illegittima. L’ordinamento giudiziario Castelli-Mastella vieta trasferimenti d’ufficio dei magistrati per fatti che implichino comportamenti colpevoli: l’incompatibilità può derivare solo da fatti incolpevoli, per esempio da parentele con altri giudici o con imputati dello stesso distretto. Ma qui le condotte contestate alla Forleo, se dimostrate, implicano che lei sia colpevole. Dunque andavano esaminate in sede disciplinare, con una procedura molto più garantista. Ma si temeva di non riuscire a punirla nemmeno sul fronte disciplinare: perché, per una dimenticanza degli analfabeti che hanno approvato la Castelli-Mastella, nella lista degli illeciti disciplinari non figurano le esternazioni. E qui proprio di esternazioni si tratta. Dunque, sapendo che in sede disciplinare non c’era trippa per gatti, si sono usate condotte ipoteticamente colpevoli per dichiarare l’incompatibilità. Il risultato è a metà fra l’inquietante e l’esilarante: se qualcuno ritiene che la Forleo sia una pazza furiosa che litiga con tutti e lancia allarmi infondati, che senso ha spostarla da Milano a Roma o a Vipiteno? Il fatto è che anche la manovra per farla apparire pazza è fallita: tutti conoscono la sua preparazione giuridica, la sua laboriosità, il suo carattere. Come diceva Montanelli, “tutte le persone di carattere hanno un pessimo carattere”. Ma che c’entra il carattere con la capacità di un giudice? Patrono ha votato contro il trasferimento anche perché, per la nuova legge, la Forleo è “scaduta” come gip avendo esercitato l’incarico da più di 10 anni e, al pari di centinaia di gip, dovrà passare al tribunale. Bastava aspettare qualche mese (in attesa che il Csm bandisse quei posti) e il nodo si sarebbe sciolto da sé. Ma qui bisognava dare una lezione purchessia, a prescindere. La sentenza, richiesta a gran voce dai politici di destra e sinistra, era scritta fin da luglio, quando la gip osò fare il suo dovere anziché voltarsi dall’altra. Calamandrei diceva: “Non temo i giudici corrotti, ma i giudici conformisti”. Questo Csm e questa politica temono i giudici anticonformisti. Colpirne uno (anzi due: c’è pure De Magistris) per educarne diecimila."
(Postato da Antonio Di Pietro in )


12 Maggio 2008

Informazione oscurata

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E' proprio vero: la lingua batte dove il dente duole!

Gli attacchi che sta subendo il giornalista Marco Travaglio solo per aver raccontato la cronaca di fatti veri ed accaduti e che riguardano nientemeno la seconda carica dello Stato, il Presidente del Senato Schifani, dimostrano che, come al solito, quando si tratta di difendere la Casta, i vari esponenti di partito di destra e di sinistra fanno quadrato e diventano un tutt’uno (come accadde ai tempi dell’indulto).

Allora mi domando e domando: ma un giornalista che rivela circostanze sconosciute alla maggioranza dei cittadini adempie al proprio dovere di cronaca e di critica o no? Se Schifani risulta essere stato socio di persone di malaffare, allora il presidente del Senato, proprio per l'alta carica che ricopre ne spieghi le ragioni o contesti i fatti. E' un suo dovere morale.

Ed ancora mi domando e domando, questa volta ai tanti benpensanti del Partito Democratico: ma sapete chi sono i condannati per mafia Nino Mandalà e Benny D’Agostino? E sapete cosa vuol dire essere stati soci con costoro ai tempi d’oro della mafia, come lo fu Schifani? Ed allora, che male c’e’ se un giornalista indipendente pone delle domande trasparenti ed altrettanto trasparentemente informa l’opinione pubblica?

Che senso ha attaccare Travaglio per aver solo detto ciò che è vero? Invece di prendersela con lui non sarebbe meglio prendere spunto da questo fatto per impostare una campagna di informazione capillare e veritiera su chi sta al Parlamento, al Governo o nelle altra istituzioni controllate dalla politica? Oppure il silenzio è dovuto al fatto che anche tra le file del centrosinistra ci sono alcune posizioni imbarazzanti per cui è meglio far finta di niente e schierarsi con l’avversario nella speranza che un giorno il favore possa tornare?
(Antonio Di Pietro)


Zappiamo Forbice

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sabato 17 maggio 2008

PASSAPAROLA... Il CSM non cadrà : è già caduto..

passaparola


Caso Forleo. Né si né no: ni!

di Felice Lima
(Giudice del Tribunale di Catania)



dal blog Toghe : http://toghe.blogspot.com/2008/05/caso-forleo-n-si-n-no-ni.html


Oggettivamente e al di là dei fatti e delle intenzioni dei protagonisti, non c’è dubbio che molti percepiscono le sanzioni proposte per Clementina Forleo da parte del C.S.M. (così come quella per Luigi De Magistris) come una ingiustizia.

Alcuni addirittura le interpretano come un atto di “disponibilità” della magistratura verso il potere.

Oggi, sulla mailing list di una corrente della magistratura un avvocato ha scritto che «Forleo e de Magistris in questo contesto sono le vittime sacrificali che anche la Magistratura ha voluto “donare” [al potere] in cambio di tranquillità».

In un bellissimo articolo di questo blog Silvio Leotta ha parlato de “La preoccupante alleanza fra magistratura e politica”.

Con riferimento al “caso Forleo”, ieri si è verificata una cosa bizzarra.

Nella votazione alla Prima Commissione del C.S.M. NON si è astenuta la prof. Letizia Vacca, quella che all’avvio della pratica ne aveva anticipato a reti unificate l’esito con parole decisamente inadeguate al suo ruolo e grandemente disdicevoli (sul punto mi permetto di rinviare al mio articolo “Clementina Forleo e tutti noi avremmo diritto a un ‘giudice’ imparziale”).

E si sono astenuti, invece, i Consiglieri Livio Pepino (di Magistratura Democratica) e Mario Fresa (del Movimento per la Giustizia).

Vi devo confessare che io questa cosa delle “astensioni” dei Consiglieri del C.S.M. non l’ho mai mandata giù.


In molte (troppe) occasioni questo o quel Consigliere del C.S.M. “si astiene”.

Ma badate, non si astiene, come sarebbe normale, perché la pratica interessa un suo parente o un suo compagno di corrente (che, anzi, per i compagni di corrente non ci si astiene proprio), ma si astiene nel senso che “non vota né si né no”.

Il che è davvero bizzarro.


Quello che ho capito io è che quando mi viene affidato un ufficio pubblico e mi danno lo stipendio per questo lavoro, esercitare l’ufficio è un mio dovere e non una “possibilità”.

L’astensione, dunque, è un istituto a tutela dell’ufficio e non del suo titolare.

La legge organizza alcuni organi amministrativi in forma collegiale perché vuole che le decisioni vengano adottate da più persone insieme.


Se uno non vota, si sottrae a una responsabilità e priva – in concreto – la decisione del suo contributo.

In definitiva, a me pare che ci si dovrebbe astenere solo perché si è in una qualche forma di conflitto di interessi o perché, come accaduto per la prof. Vacca, si è persa e fatta perdere credibilità e dignità alla istituzione, dimostrando prevenzione e mancanza di serenità nel giudizio.

Negli altri casi votare dovrebbe essere un dovere e astenersi una sottrazione a un dovere e a una responsabilità.

Tornando al “caso Forleo”, è grandemente imbarazzante che ieri i Consiglieri appartenenti alle due correnti cosiddette (ma ormai abbiamo scritto qui in tutte le lingue che questa distinzione è ridotta a una truffa) “progressiste” (Magistratura Democratica e Movimento per la Giustizia) abbiano “deciso di non decidere” (per il momento) su un caso tanto delicato come quello di Clementina Forleo.

Si doveva trattare di una decisione non politica, ma tecnica. O no?

La rappresentazione che se ne è data è che si agisce contro la Forleo non perchè ha fatto arrabbiare Massimo D’Alema, ma perchè ha creato una situazione oggettivamente insostenibile di incompatibilità “incolpevole” (perchè l’art. 2 si puoi “usare” solo se la cosa è incolpevole).

Dunque, o i presupposti per il trasferimento c'erano o no. Che spazio c’era per l’astensione?

Ovviamente, uno spazio c’era e dell’astensione è stata data una giustificazione. I consiglieri astenuti hanno chiesto un approfondimento istruttorio che gli altri Consiglieri hanno respinto.

Loro, allora, si sono astenuti, sostenendo che riproporranno la loro richiesta di approfondimento istruttorio al plenum del C.S.M..


Ma la questione è che, una volta che i Consiglieri votanti hanno votato per escludere l’approfondimento istruttorio e una volta che è chiaro (perché altamente prevedibile sulla base degli “schieramenti sul caso”) che il plenum respingerà la richiesta di approfondimento istruttorio, la partita era ed è realmente e concretamente quella fra votare a favore o votare contro il trasferimento della collega Forleo.

Fermo restando che al plenum tutti i Consiglieri potranno sempre votare come ritengono più opportuno, se ieri i Consiglieri progressisti avessero votato contro il trasferimento di Clementina Forleo la pratica sarebbe andata al plenum con con la proposta di trasferimento, ma con la proposta di trasferimento bocciata in Commissione.


Sono i paradossi della realpolitik.

A volte i Consiglieri cosiddetti progressisti votano delibere illegittime (è accaduto per la nomina di 23 magistrati del Massimario della Corte di Cassazione, annullata dal T.A.R. Lazio con una sentenza che intendo commentare qui nei prossimi giorni e che intanto può leggersi a questo link) e si giustificano (lo ha fatto, nella vicenda del Massimario, il Consigliere Mario Fresa con un resoconto che si può leggere a questo link) dicendo che votare contro la delibera sarebbe stato solo trovarsi in minoranza e perdere e, dunque, meglio votare “il meno peggio”.

Altre volte gli stessi Consiglieri progressisti si consegnano serenamente alla sconfitta certa, per difendere una richiesta istruttoria che è quasi certo che non otterranno.

Sembra che il primo sia realpolitik e il secondo rigore duro e puro.

Ma in realtà sono entrambi realpolitik.

Nel primo caso le correnti progressiste hanno ottenuto un tot numero di loro “soci” al Massimario (salvo vedersi annullare la delibera per eccesso di potere, sviamento di potere, illogicità della motivazione e travisamento dei fatti).


Nel secondo caso le correnti progressiste hanno ottenuto di poter sostenere di non essere responsabili né della proposta di trasferimento né della proposta di non trasferimento di Clementina Forleo.

Perchè mentre la partita – nei fatti e al di là delle intenzioni – rendeva possibile e “politicamente doveroso” solo il voto pro o contro il trasferimento, loro hanno votato per l’istruttoria.

Un tempo si diceva: la fantasia al potere!



P.S. – Resta la speranza che, se il plenum del C.S.M. non concederà l’approfondimento istruttorio, i Consiglieri progressisti, concedendo a Clementina Forleo il beneficio che spetta anche agli imputati (in dubio pro reo), in mancanza delle ulteriori prove, voteranno per il rigetto del trasferimento.





L'intera memoria difensiva di Clementina Forleo si può leggere in questo blog a questo link.

Appello per la Giustizia - Per De Magistris


L'amara denuncia di Carlo Vulpio, dall'inchiesta «Why Not» all'informazione distratta

Mani sporche che soffocano il Sud

Corruzione, mafie, veleni in procura: casi di ordinario marasma

Mani in alto, questa non è una rapina. O forse sì: immaginate un posto dove i carabinieri indagano sui giudici e i giudici, per farsi dare le carte e sapere che cos'abbiano scoperto i carabinieri, una bella mattina mandano i poliziotti in caserma. Coi mitra puntati, le braccia levate e il colpo in canna (Policoro, giugno 2007). Oppure un paesino dove una brutta mattina la terra trema e tutte le case restano in piedi, tutte meno una scuola che ammazza 27 bambini e una maestra, ma guai a dire che questa scuola è crollata perché l'avevano costruita peggio d'un canile: meglio seppellire la verità sotto macerie di retorica («quei piccoli angeli!...») dare tutta la colpa al terremoto, assolvere progettisti e amministratori, infine incassare soldi pubblici per la ricostruzione che, altrimenti, non arriverebbero (San Giuliano, ottobre 2002).

Dove eravate. Fu la prima domanda senza interrogativo che Roberto Saviano ci fece dalla copertina d'un settimanale, quando la sua scandalosa Gomorra stupì tutti. Che Paese è: sarà la domanda con risposta incorporata che ossessiona chi legge Roba Nostra (Il Saggiatore), 254 indignate pagine di Carlo Vulpio, scandalo al sole di Calabria, Basilicata e dintorni criminali. Dov'eravamo quando succedeva tutto questo e che Sud lasceremo, quando il malaffare sarà ovunque: «Nessuno — scrive Marco Travaglio nell'introduzione —, grazie anche a questo libro, potrà più dire di non aver saputo».

Forse Beppe Grillo la fa troppo semplice con la casta stampata ed è un po' provinciale quel suo scappellarsi di fronte a Cnn e Al Jazeera simboli di libertà: non c'è bisogno d'un Pete Dexter per sapere quant'è pericoloso raccontare certi affari di famiglia, a qualunque latitudine, o per capire che la 'ndrangheta somiglia davvero ad Al Qaeda. C'è casta e casta, però. E nonostante tutto sopravvive anche qui un'informazione di nobilissimi paria, cronisti di provincia pagati cinque euro a pezzo, che scarpina nella «Lucky Lucania» e magari non ha spazio su troppi «giornali distratti e distraenti» (virgolettati di Vulpio) e che è pur sempre roba nostra. Giornalisti che ci mettono la firma e ci rimettono la pelle. Ma comunque. Mezzogiorno corrotto = nazione infetta.

Nella provincia di Reggio Calabria, cuore nero del malaffare, in vent'anni sono stati condannati tre tangentari: tre. Nel silenzioso Molise una cattolicissima coppia, lui deputato e lei ginecologa obiettrice di coscienza che faceva gli aborti illegali, per anni ha regnato seminando paura e raccogliendo un nomignolo: Ceausescu. E poi ci sono i soldi truffati all'Unione Europea, i massoni giudici che informano i massoni inquisiti, i potenti di tutti i partiti che intimidiscono, i treni che impiegano sette ore dal Tirreno all'Adriatico, i carabinieri troppo attivi che vengono promossi e spediti in Iraq, i co.co.pro. che devono versare mezzo stipendio ai politici che li raccomandano... Prendete Potenza, «nera, sconosciuta, rassegnata e ripiegata su se stessa».

Le mani sulla città sono un film in bianco e nero, racconta Vulpio: adesso le mani stanno dappertutto. E i Don Rodrigo del Sud non fanno sconti. Lui, inviato del Corriere della Sera, l'ha provato seguendo da vicino due magistrati come Luigi de Magistris e Clementina Forleo. Che hanno indagato giudici e ministri e pure un presidente del Consiglio, intercettato gente che non dovevano, facendo anche qualche errore e sbattendo su fragorosi proscioglimenti. Osando comunque troppo, pagando sempre di più: l'uno col trasferimento, l'altra con un'incredibile sequela di minacce, di disgrazie, di lutti familiari. Tutt'e due, con l'inevitabile strepitus d'insulti e diffamazioni. Giudici che azzannano giudici: «Malati di protagonismo!». Giornalisti che impallinano giornalisti: «Velinari delle Procure!». Affari loro o roba nostra?

Si sa che molte redazioni sono il bordello del pensiero, diceva Kraus, e talvolta anche bordelli veri, chiosava Biagi, dove non sempre si può scrivere quel che si vuole, ma è già tanto se si riesce a non scrivere quel che non si vuole. Vulpio va oltre. E in questo libro, che sta coi pm senza se e senza ma, che ci va duro ad accusare la grande informazione di connivenza o conformismo, riporta anche una conversazione con Paolo Mieli in piena stagione di veleni e di microspie, dopo che una manina aveva passato ai giornali le telefonate private dell'autore: «La cosa più grave, più terribile che possano fare a uno di noi — gli disse il direttore del Corriere — è questa, intercettarlo e metterlo sotto controllo in questo modo. Dopo di che, possono solo sparargli». Why Not? Nella «democratura» del Sud, dittatura travestita da democrazia o viceversa, dice Vulpio che i segreti è meglio condividerli subito. Scrivere ogni cosa è un'assicurazione sulla vita e mica per niente è de Magistris a rinnovarsi la polizza: «Ma tu che credi, che in questi anni non abbia annotato tutto? Ho un diario mio, personale. Per tutelarmi da chi potrebbe farmi fuori fisicamente e professionalmente. Ma anche perché voglio che non si perda la memoria di tutto quello che è accaduto».

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Francesco Battistini, Il Corriere della Sera, 8 Maggio 2008