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lunedì 2 giugno 2008

2 Giugno : ombre sulla repubblica..

http://www.empolipertutti.com/sedute-comunali-pubbliche/371/mafia-si-o-mafia-no-ma-gli-empolesi-da-che-parte-stanno

Relativamente alla proposta di cittadinanza onoraria a Pino Masciari..

La cosa importante -indispensabile- quando si voglia veramente combattere la CRIMINALITÀ ORGANIZZATA, è comprendere i meccanismi di COLLUSIONE (anche psicologici) che trasformano la società (così detta) "civile" nel mare in cui quegli squali umani si muovono (così spesso indisturbati), cibandosi di tutto quanto risulti loro commestibile..

Il fenomeno mafia non riguarda solo le "famiglie/clan", gli affiliati, i "simpatizzanti", i corrotti,.. -fino , purtroppo, alle "vittime".

C'è tutta un'area di collusione che non è solo quella "diretta", di chi partecipa ad uno scambio (collusione: accordo segreto tra due o più persone, a danno di terzi, per conseguire un fine illecito [De Mauro] -anche da una posizione di debolezza, eventualmente, ma non meramente passiva), bensì –come dicevo- anche quella psicologica, delle masse, per la quale il pensiero "debole" è lo strumento principe che consente la CONVIVENZA, prima, e l’accettazione, poi, dei metodi mafiosi. Fino alla CONNIVENZA. Alla tolleranza delle logiche mafiose.

Il pensiero “debole” è quello che ci fa ritenere di poco conto –o socialmente ininfluente, essendo diventato una sorta di abitudine mentale- un atteggiamento utilitaristico che antepone il proprio interesse a principi e valori che vengono relativizzati, in modo da renderli anche moralmente “neutri”.

Quando si compie questo passo, si apre la porta a tutte le mafie –criminalità organizzata e assassina inclusa.

UN GESTO ALTAMENTE SIMBOLICO E UNANIMAMENTE CONDIVISO QUALE IL RICONOSCERE LA CITTADINANZA ONORARIA A PINO MASCIARI, è un passo importante, anche se non sufficiente, per aiutare a rafforzare le difese immunitarie (culturali e di prassi) della nostra Società.

Ma è evidente che si tratta di un passo che non tutti ritengono il caso di fare..

Fabrizio Frosini


Dal Blog di Antonio Di Pietro :

"Fiducia sulla magistratura" di Antonio Di Pietro | 31 Maggio 2008
Tieniti aggiornato: www.antoniodipietro.it

magistratura.jpg

Riporto il testo del mio intervento alla trasmissione Otto e Mezzo di giovedì 29 maggio, dove rispondo alle domande di Lanfranco Pace sul tema della magistratura. (Antonio Di Pietro)

passaparola

Dal Blog di Beppe Grillo : http://www.beppegrillo.it/2008/06/passaparola_lun.html#comments

UNICI COLPEVOLI: I CITTADINI


Per avviare il video, clicca "play"

Riporto di seguito il testo dell'intervento di Marco Travaglio.

"Buongiorno a tutti. Spero si possa ancora dire che l’intervento del Capo dello Stato in occasione della festa del 2 giugno tenuto ieri è stato tutt’altro che soddisfacente. Io per esempio non l’ho condiviso per niente. Non perché i principi che ha enunciato non siano giusti: basta con l’intolleranza, basta con le ribellioni allo Stato. Dipende da che cosa sta dicendo e a chi si sta riferendo. Si riferiva a Bossi? Che ha di nuovo minacciato che se non si faranno le riforme che vuole lui di marciare su Roma con cinquecentomila padani, peraltro tutti da individuare. Non si sa se questa volta armati, disarmati, travestiti da Obelix, o come diavolo si presenterebbero. Si riferiva a Berlusconi, che si è appena ribellato allo Stato, cioè agli arresti disposti dalla magistratura napoletana per lo scempio dei rifiuti, per le discariche truccate, per la monnezza non trattata che veniva nascosta sotto lievi coltri di monnezza trattata e magari anche profumata con la calce viva come dalle intercettazioni dell’enturage di Bertolaso e dalla immarcescibile FIBE-FISIA del gruppo Impregilo che hanno continuato a lucrare soldi nostri senza smaltire un grammo di rifiuti? Si riferiva a ..? Chi sono quelli che si ribellano allo Stato? Sono quelli che vogliono abolire le intercettazioni perché funzionano troppo, come hanno dimostrato anche in questo caso? Berlusconi ha approfittato del ricevimento al Quirinale per primo giugno per annunciare una legge contro le intercettazioni, cioè per disarmare una magistratura che già è stata messa in ginocchio da quindici anni di riforme di destra e sinistra che ormai provocheranno a ben breve il risultato della chiusura di alcuni tribunali e di alcuni uffici giudiziari che dichiareranno fallimento. Chi si ribella allo Stato è per caso chi manda a fare carotaggi e analisi a Chiaiano e poi dà i risultati prima che siano finiti i carotaggi medesimi dicendo che va tutto bene e che quello è il posto giusto per portarci l’immondizia? In una delle poche oasi incontaminate, dove si coltivano frutti di eccellenza, dove a pochi passi ci sono gli ospedali, nel centro della città. Quelli che si ribellano allo Stato chi sono? Sono quelli che dal 1999 calpestano le sentenze della Corte Costituzionale, del Consiglio di Stato, della Corte Europea di Giustizia, le messe in mora e le procedure di infrazione della Commissione Europea sulle frequenze concesse a Rete4 senza concessione, anziché a Europa7, che la concessione ce l’ha? Chi si ribella allo Stato chi è? Quello che stava facendo fallire definitivamente Alitalia dopo aver messo in fuga i francesi di Airfrance che l’avrebbero probabilmente salvata? Chi si ribella allo Stato è per caso il senatore Schifani, presidente del Senato, che oggi regala le costituzioni ai bambini e che ha dato il suo nome, Schifani, a una delle leggi più incostituzionali che si ricordino, il “lodo Schifani”, che garantiva l’impunita alle cinque più alte cariche dello Stato, soprattutto a una, la più bassa, e che fu incenerito dalla Corte Costituzionale nel 2003? Chi si ribella allo Stato sono i politici campani, di cui Napolitano fino a prima di essere eletto presidente della Repubblica faceva parte, perché è li che aveva il suo collegio elettorale, che hanno creato per quindici anni l’emergenza immondizia e che adesso pretenderebbero di farla risolvere dagli stessi che l’hanno creata, compreso Bertolaso, che due anni fa era commissario alla monnezza e che non ha combinato niente, come tutti gli altri e che adesso viene riproposto, come la peperonata che ritorna sempre su, a risolvere un problema che anche lui ha contribuito a creare e ad aggravare? Chi si ribella allo Stato è chi non ha dato la protezione a questo imprenditore che aveva cominciato a parlare e che per questo è stato ammazzato, come tutti quelli che parlano in Campania, come in Calabria, come in Sicilia? Chi si ribella allo Stato è forse chi ha definito in campagna elettorale “eroe” Vittorio Mangano, cioè un malavitoso che non ha parlato? Allora, se in questo Paese gli eroi sono i mafiosi che non hanno parlato, allora questo che è stato ucciso per ha parlato non era un eroe. Dobbiamo decidere...

Ma temo che non intendesse parlare di queste categorie e di questi suoi colleghi il Capo dello Stato in questo suo, per così dire, infelice discorso per la festa della Repubblica. Temo che si riferisse alla gente di Chiaiano che difende la sua oasi, che difende la sua qualità della vita, che difende la possibilità di andare prima a verificare se un sito è o non è idoneo a ricevere rifiuti, e poi dopo utilizzarlo. E non viceversa. Ma è tutto sconvolto, non solo il vocabolario delle nostre istituzioni. È sconvolta la logica, è sconvolto l’ordine pubblico, è sconvolta la Costituzione. Di fatto vengono sospese le garanzie costituzionali, vengono vietate le manifestazioni come simboli di complicità con la monnezza e viene espropriata la magistratura del suo diritto-dovere di perseguire i reati e presto non avremo più nemmeno il controllo delle intercettazioni. Avremo l’esercito che andrà a militarizzare sempre più spesso, come peraltro Beppe Grillo aveva previsto, le situazioni che la politica non riesce più a governare se non con la forza, con i manganelli e con l’uso delle armi.
Stefano e Luigi, nel blog di Beppe Grillo, mi chiedono di spiegare la sentenza del Consiglio di Stato, sul caso Europa7. Che sarebbe il caso di chiamare “caso Rete4”, in realtà. Diciamo lo scandalo delle frequenze negate a Europa7 da nove anni da parte dello Stato, al quale qualcuno si è ribellato, ma non era la gente di Chiaiano e non era nemmeno l’imprenditore di Europa7, Francesco Di Stefano. È l’azienda del nostro presidente del Consiglio, che non ha nemmeno bisogno di ribellarsi perché è da 25, 30 anni, fin dai decreti che Craxi faceva su misura per il Cavaliere, riesce a comandare in materia televisiva sia prima, sia durante, sia dopo la sua permanenza al governo. Le leggi in materia televisiva, da 25 anni a questa parte, le scrive sempre Berlusconi. Solo che prima era costretto a pagare Craxi per sdebitarsi, mentre adesso le fa direttamente lui e quindi non deve più pagare nessuno. Diciamo che risparmia. A me piacerebbe molto poter spiegare questa sentenza del Consiglio di Stato, ma questa sentenza del Consiglio di Stato non c’è. O meglio, c’è, ma i vertici del Consiglio di Stato hanno pensato bene di chiuderla in una cassaforte sabato mattina, poi se ne sono partiti per il weekend lasciando ai giornalisti un comunicato scritto in ostrogoto, forse in sanscrito. Nessuno ha capito cosa voglia dire, quindi dobbiamo andare a tentoni. Diciamo, fidandoci di alcune parole chiave che emergono in questo comunicato. Domani speriamo di avere finalmente la sentenza sotto mano. Qual è il problema? Il problema nasce nel 1999 quando lo Stato italiano decide di riassegnare, secondo dei criteri previsti dalla legge, per gli otto soggetti che hanno titolo a trasmettere su scala nazionale. Si presentano vari pretendenti: si presenta la Rai con le sue tre reti, si presenta Mediaset con le sue tre reti, si presenta l’allora Telemontecarlo, si presentano vari soggetti presenti all’epoca - Telepiù, c’era ancora Telepiù nero – si presenta anche questo nuovo editore, Francesco Di Stefano, con due reti: una è Europa7, l’altra è 7plus. Vince la concessione a trasmettere su scala nazionale con una di queste due reti, Europa7, mentre perde la concessione nazionale Rete4. Perché? Perché fin da cinque anni prima la Corte Costituzionale aveva stabilito che Mediaset, come tutti i soggetti privati, non può possedere più di due reti sull’analogico terrestre, cioè sul nostro telecomando classico che utilizziamo per cambiare canale. Quindi, una delle reti o viene ceduta, o viene trasferita sul satellite liberando le frequenza dell’analogico terreste, che sono limitate e che quindi devono andare a chi ne ha diritto. Nella fattispecie, Europa7 ha vinto la concessione e quindi dovrebbe avere le frequenze. Chi c’è al governo in quel periodo? Massimo D’Alema. Il governo D’Alema fa un bel decreto ministeriale in cui dice Europa7 ha diritto, anzi davanti all’authority che si è occupata di esaminare i requisiti delle varie televisioni che chiedono di poter trasmettere, Europa7 ha addirittura vinto su tutte le altre per la qualità dei programmi del suo progetto di palinsesto che ha presentato. In questo decreto c’è scritto che quindi Europa7 ha diritto di trasmettere, ma si dimenticano di precisare su quali frequenze esattamente, perché? Perché le uniche frequenze libere sono quelle che sono ancora occupate da Rete4 e da Telepiù Nero. Rete4 di Berlusconi, Telepiù Nero degli amici di Berlusconi, i quali naturalmente non hanno alcuna intenzione di liberarle se il governo non glielo imporrà. E il governo non glielo impone, anzi, consente a Mediaset di continuare a trasmettere su quelle frequenze anche senza concessione per Rete4, in attesa di nuovi sviluppi. Per cui Rete4, formalmente abusiva, cioè senza più concessione, ottiene una proroga che non si sa quando finirà. A questo punto interviene la Corte Costituzionale per la seconda volta. La prima volta nel ’94: principio antitrust, due reti per ogni soggetto privato, la terza, via. Dato che nessuno ha fatto niente in quei sette anni, nel 2001 la Corte Costituzionale torna a ribadire: “guardate che Mediaset deve scendere da tre reti a due. È incostituzionale non agire. È incostituzionale ogni legge che le consente di trasmettere su tre reti. Panico, ovviamente, in Mediaset, ma chi c’è al governo? C’è Berlusconi. Con l’apposito ministro Gasparri. Prima versione, viene bocciata da Ciampi perché incostituzionale. Dicembre 2003. A questo punto a Natale del 2003, Berlusconi in persona firma un decreto legge che si chiama “salva Rete4”. Cioè decide che Rete4 può continuare a trasmettere. Nel frattempo entra in vigore la Gasparri 2, questa Ciampi la firma. Nell’aprile del 2004, la Gasparri 2 stabilisce che, fino al momento in cui entrerà in vigore il digitale terrestre, Rete4 potrà trasmettere, perché tanto il digitale terrestre è dietro l’angolo. Gasparri lo prevede nel 2006. Digitale terrestre moltiplicherà il numero delle rete a centinaia e centinaia, tutti avranno centinaia di televisioni tra le quali scegliere, per cui che saranno mai quelle piccole tre reti di Mediaset? Rete4 quindi può rimanere. Naturalmente è tutta una balla. Il digitale terrestre non esiste nemmeno oggi. Siamo nel 2008. Non esisterà nemmeno del 2010. Non esisterà nemmeno nel 2012. Forse, si dice, arriverà nel 2015, ma molto probabilmente arriverà prima la televisione su Internet che lo supererà e lo renderà già vecchio. In ogni caso era una balla, era una truffa, che è servita a procrastinare sine die questa fase transitoria che non finisce mai, perché è in vista di un digitale terrestre che non arriva mai. E intanto Di Stefano continua a rimanere al palo con la sua televisione, per la quale ha investito una marea di soldi per creare un centro di produzione di 22.000 metri sulla Tiburtina, otto studi di registrazione, gli uffici, le tecnologie, la library con tremila ore di programmi. Tutto ciò era necessario appunto per ottenere la concessione. E tutto questo è una ferrari che arrugginisce nel garage. Perché? Perché non gli danno le frequenze. Non gliele da il centrosinistra. Non gliele da Berlusconi nei cinque anni di governo. Lui si rivolge, come fa un cittadino modello, ai tribunali. Il TAR, che gli da parzialmente torto. Ricorre al Consiglio di Stato. Il Consiglio di Stato, per far passare un po’ di tempo, o forse perché non ha chiaro qual è il problema, manda tutto alla Corte di Giustizia Europea chiedendo se le normative italiane che consentono questa situazione e che sono state create nel corso degli anni da destra e sinistra, sono o non sono compatibili con le norme europee. Anche la Corte di Giustizia Europea non è che impieghi poco tempo per studiare il caso, anche perché è un caso unico al mondo, e alla fine il 31 gennaio di quest’anno, il 2008, emette la sua sentenza: le norme italiane che consentono a Rete4 di trasmettere al posto di Europa7 in questa infinita fase transitoria sono contrarie al diritto comunitario, quindi sono illegali, quindi lo Stato italiano le deve disapplicare. È come se non esistessero. Perché? Perché il diritto comunitario vale più delle normative nazionali. Quindi il governo potrebbe sbaraccare la legislazione attuale, imporre a Rete4 di sparire dall’analogico terrestre, levarle comunque le frequenze – che non sono di Rete4, sono nostre, sono un bene pubblico, che viene dato in concessione a un privato se rispetta delle regole, ora che si dice che non rispetta quelle regole, perché quelle europee valgono più di quelle italiane, toglie le frequenze e le dai al legittimo, non proprietario, ma colui che legittimamente le può utilizzare in base alla concessione vinta nel ’99. Invece il governo Prodi ormai è semi defunto, è appena caduto, è in fase – diciamo – di disbrigo degli affari correnti in attesa delle elezioni. Non se la sente di fare ciò che nemmeno prima, quando era nel pieno delle sue funzioni Gentiloni aveva mai fatto, e cioè dare le frequenze a chi ne a diritto, e quindi viene varato un decreto per ottemperare a varie prescrizioni che ci fa l’Europa, tranne questa della Corte Europea di Giustizia. Nel frattempo la Commissione Europea, cioè il governo d’Europa, il governo Barroso tramite il commissario Kroes, ha aperto una procedura di infrazione sulla Gasparri a proposito di un altro “buco” della Gasparri, e cioè il fatto che la Gasparri garantisce l’accesso a questo mitologico digitale terrestre solo ai soggetti che sono già presenti sull’analogico, e cioè Mediaset e Rai. Invece di aprire il mercato, come ci era sempre stato raccontato, proprio la legge Gasparri, fa entrare nel digitale terrestre solo quelli che sono già presenti nell’analogico terrestre, il che significa non solo che oggi abbiamo il duopolio Rai-Mediaset, ma che ce lo avremo per sempre. Per l’eternità, perché nessuno di quelli esclusi oggi dall’analogico terrestre potrà entrare nel digitale terrestre. E per questo ci ha messo in mora nel 2006 avvertendoci che se entro un paio di anni non avessimo sbaraccato la Gasparri, sarebbe partita una multa retroattiva proprio dal 2006 fino addirittura ad arrivare a 3-400.000 euro al giorno, che se li spalmiamo su tre anni diventano addirittura 300 milioni di euro che ci potrebbero capitare se entro qualche mese la Gasparri non fosse risolta. A questo punto arriva il governo Berlusconi. Torna Berlusconi per la terza volta. Tenta immediatamente di fare un colpo di mano, cioè di rispondere all’Europa dicendo “chi ha avuto, ha avuto. Chi ha dato ha dato. Scurdammoce ‘o passato” e scurdammoce soprattutto le sentenze della Corte Costituzionale, le sentenze della Corte Europea, la messa in mora della Commissione Europea, la procedura di infrazione. Lo status quo rimane così, finché non ci sarà il digitale terrestre. Cioè in un futuro che forse arriverà tra sei, sette anni. Vogliono stabilire e cristallizzare una situazione illegale, per evitare di dare a Europa7 ciò che anche la Corte Europea ha stabilito sia suo diritto avere. Ultima puntata, sabato, il comunicato che annuncia la sentenza. Sentenza che dovrebbe chiudere questo contenzioso che è basato su ben sette cause che Europa7 ha fatto allo Stato italiano. Dice, in sintesi, il comunicato che: “il ricorso che aveva fatto Mediaset, - qui si parla di RTI, perché è la società che si chiama così – viene respinto, e spetterà all’amministrazione, cioè al governo, cioè al sottosegretario ad personam, o ad aziendam, Paolo Romani, applicare la sentenza della Corte Europea di Giustizia e rideterminare le frequenze in base alle richieste di Europa7”. Che cosa voglia dire tutto questo, non lo sappiamo. Non sappiamo se il Consiglio di Stato dice al governo: “dai le frequenze a Europa7 e toglile a Rete4”. Oppure: “decidi tu come vuoi”. Oppure: “facci sapere cosa vuoi fare, dopodiché noi stabiliremo quale sarà il risarcimento che dovremo dare a Europa7, senza che però nessuno le dia le frequenze”. Sono formule ambigue che però speriamo finiscano domani, quando arriverà finalmente il testo completo della fatidica sentenza. Quello che si può arguire fino a questo momento è che il Consiglio di Stato affida al governo Berlusconi di risolvere un problema che è stato creato dai governi Berlusconi per favorire l’azienda di Berlusconi; oltreché dalla cosiddetta opposizione di Berlusconi che ha remato dalla sua parte, come sempre è avvenuto in materia televisiva. Vedremo che cosa dirà la sentenza. Certo che affidare a Berlusconi la risoluzione del problema Rete4/Europa7 ricorda tanto l’affidare a Berlusconi e a Bertolaso la risoluzione del problema della monnezza, d’accordo con Bassolino. Cioè d’accordo con l’altro, che con Berlusconi e Bertolaso ha collaborato a crearlo. È come se, di fronte a un delitto, si affidasse il compito di risolvere il caso all’assassino." (Marco Travaglio)


venerdì 23 maggio 2008

A 16 anni dalla morte di Falcone..



23 maggio 1992, autostrada A29 Palermo-Trapani, svincolo di Capaci. Cinque quintali di tritolo esplodono per ordine di Totò Riina, per mano di Giovanni Brusca. Si spegne per sempre, senza possibilità di appello, la vita di Giovanni Falcone, di sua moglie Francesca Morvillo e della scorta.

Giovanni Falcone ha sacrificato la sua vita per lo Stato; era un’anomalia palermitana, era uno spietato persecutore del crimine organizzato, sentiva il bisogno di lottare contro la mafia, sentiva la necessità impellente di sacrificarsi alla causa.

Giovanni Falcone aveva un senso del dovere smisurato, credeva nella possibilità di liberare quella sua disgraziata terra dal cancro della mafia, credeva nella possibilità di costruire una società giusta, una società in cui lo stato sarebbe stato in grado di proteggere i propri cittadini e la credibilità delle proprie istituzioni.

Diceva: “Perché una società vada bene, si muova nel progresso, nell'esaltazione dei valori della famiglia, dello spirito, del bene, dell'amicizia, perché prosperi senza contrasti tra i vari consociati, per avviarsi serena nel cammino verso un domani migliore, basta che ognuno faccia il suo dovere”.

Era un uomo d’onore, riusciva ad attirare a sé le persone, le calamitava. Giovanni Falcone ha avuto il coraggio di portare avanti una lotta pericolosa, sapendo perfettamente che la sua esistenza sarebbe rimasta segnata per sempre.

Giovanni Falcone è morto ammazzato dalla mafia, abbandonato dallo stato, ossia da chi avrebbe dovuto proteggerlo...

Andrea Sferrella , giovedì 22 maggio 2008 , 21:18



Per ricordare Giovanni Falcone nel 16° anniversario della strage di Capaci : lettera aperta della Redazione del Circolo Culturale della Strada Persa, tratta dal sito web di Salvatore Borsellino : http://www.19luglio1992.com/

Una guerra solitaria


Scritto da : Circolo Culturale Strada Persa
giovedì 22 maggio 2008 13:20


Una guerra solitaria

Caro Giovanni,
una lettera aperta è forse una cosa sciocca in questo caso, ma è un modo come un altro per renderti omaggio nella ricorrenza della tua terribile e prematura fine, avvenuta proprio oggi, sedici anni fa. Sentivamo il bisogno di scriverti questa lettera perché, come molte persone che non ti hanno mai dimenticato, sappiamo di dover tramandare quest’oggi la tua eredità ed il tuo pensiero, e fare in modo che, per quanto possibile, la nobile lotta per la quale hai offerto la tua stessa vita non risulti vana.

“…la mafia è un fenomeno umano, e come ogni fenomeno umano ha un inizio e una fine: questo mi dà il conforto di sapere che prima o poi riusciremo necessariamente a sconfiggerla…”

“…la mafia è un’organizzazione criminale unitaria e verticistica, rigidamente gerarchizzata, che conta appoggi nella criminalità organizzata, nonché nell’imprenditoria, nella società civile e nelle istituzioni…”

Studiare i tuoi scritti e ripercorrere le vicende della tua professione è stato per noi un momento di crescita fondamentale, e per certi versi illuminante. Leggendo le tue parole abbiamo capito che decenni di onesto e coraggioso lavoro di magistrato antimafia ti avevano donato una conoscenza di Cosa Nostra assolutamente profonda e rara. Le tue idee superavano molti dei luoghi comuni che circondano questo cancro della nostra società, quasi a volerlo rendere benigno, e quindi meno intollerabile: tu avevi scoperto ed avevi capito cose talmente sconvolgenti che avrebbero fatto vacillare e forse crollare la democrazia italiana, sotto il peso dei suoi segreti impronunciabili. Avevi capito, ed oggi lo realizziamo anche noi, che ci sono cose che non si possono dire. Sono delle zone grigie, dei misteri insondabili che adombrano questo Belpaese, dei quali è meglio non parlare perché a farlo si rischia di finire al manicomio, se non al cimitero.

Ed una di queste zone grigie è proprio quella che circonda l’eterna lotta tra lo Stato e la mafia, la guerra suprema per il prevalere della legalità sulla criminalità organizzata. Così viene chiamata, e così uno se la immagina: come una guerra, in cui due potenze si scontrano e alla fine soltanto una prevale. Ma in verità, se ci si ferma a riflettere sui fatti storici che hanno segnato, negli ultimi trent'anni, la storia di questo interminabile conflitto, si scoprono degli episodi che a tutto fanno pensare fuorché ad uno Stato realmente interessato a debellare Cosa Nostra. Troppi fatti inquietanti hanno segnato questa ambigua lotta.

Basta ricordare la Procura di Palermo degli anni ‘80, il “palazzo dei veleni”, nel quale tu operasti per anni, dove un misterioso Corvo recapitava ai colleghi lettere minatorie anonime, aggirandosi nei meandri del pool antimafia per capirne le strategie e spifferarle ai suoi referenti di Cosa Nostra.
Basta ricordarsi del maxi-processo svoltosi a Palermo nel 1985, da te fortemente voluto ed istruito con uno sforzo sovrumano, e ricordare il modo in cui il suo potenziale contraccolpo sul sistema politico venne disinnescato impedendoti di succedere a Caponnetto alla direzione del pool antimafia, e designando invece “dall’alto” a tale ruolo Antonino Meli. Un uomo onesto, senza dubbio, che però fece regredire il lavoro del pool di decenni, rinunciando ad ogni velleità di alzare il tiro delle indagini a livello istituzionale.

Vedi, ormai andiamo convincendoci che i magistrati non sono tutti uguali: ci sono magistrati giusti e magistrati sbagliati, e tu e il tuo amico Paolo Borsellino eravate magistrati sbagliati, scomodi, perché non vi stava bene che le indagini si fermassero ogni volta al boss siciliano di turno, senza percorrere le innumerevoli piste mafiose che portavano alla Palermo bene, agli studi di liberi professionisti, ai nomi di rispettabili imprenditori, o a Montecitorio.

Concepivate la giustizia come un concetto perfetto ed assoluto: se la si vuole, la si deve cercare sino in fondo, senza fermarsi davanti alla lussuosa porta dello studio di un onorevole. Un pensiero così, non è difficile capirlo, era una mina vagante per quello stesso sistema legale che voi due rappresentavate. Tu e Paolo eravate due maestri dell’antimafia: conoscevate il vostro nemico così bene che eravate perfino arrivati a scoprire tutti i suoi stretti intrecci con la massoneria, lo Stato ed i servizi segreti.

Per questo vi fecero fuori: va bene tutto, va bene la giustizia, però a un certo punto alt, certi coperchi non li si può sollevare. La ragion di stato viene sempre e comunque prima della giustizia.

Per questo è sempre meglio che anche in magistratura, nei posti che contano, ci siano le persone giuste, gente inoffensiva: come li ha definiti Marco Travaglio nel suo libro Intoccabili, “gli specialisti delle carte a posto”. In quella Procura spaccata e sordida di veleni è ormai chiaro che qualcuno combatteva per la legalità pura e per lo Stato di diritto, mentre qualcun altro rispondeva ad ordini politici superiori, mimetizzandosi nella suddetta zona grigia.

Diventano quindi chiare e logiche le infami campagne di delegittimazione con cui ti colpirono quando pretendesti di approfondire i legami occulti mafia-politica interrogando a 360° il super pentito Tommaso Buscetta, il quale lasciò intendere che di legami Stato e mafia ne avevano sempre avuti, e forti, anche; salvo poi riservarsi di non fare nomi, poiché sapeva che ciò avrebbe comportato la tua condanna a morte. Ma di chi temeva la reazione Buscetta, se voleva difenderti dalla politica italiana? Chi tra i politici aveva interesse a che l’operato del pool fosse mantenuto low profile, per non scomodare interessi di Stato? Che cosa sapeva, Buscetta, di così sconvolgente da non poter essere detto? “Dottor Falcone, ci sono delle cose che io so ma non posso dirle, perché se gliele dicessi finiremmo entrambi al manicomio”, ti disse una volta Buscetta.

Eccole ritornare, le cose che non si possono dire: e chi si ostinava a dirle nonostante tutto allora era proprio un rompicoglioni, anzi una minaccia da eliminare ad ogni costo, prima che scoperchiasse verità sconvolgenti. Ecco perché decretarne l’isolamento, il ripudio, la diffamazione, la delegittimazione, che in un contesto come quello in cui tu e Paolo operavate equivaleva ad una condanna a morte. Un isolamento decretato proprio dallo stesso establishment politico-informativo che, subito dopo le stragi, si affrettò a riabilitarvi pubblicamente distribuendo tardive medaglie al valorcivile, grondanti retorica ed ipocrisia, poiché provenienti da quello stesso Stato che fino a un mese prima vi aveva osteggiati e denigrati in ogni modo. Un modo come un altro per dimostrare che in realtà le istituzioni apprezzavano Falcone e Borsellino, e ne rimpiangevano l’orrenda fine: ma appuntare sui vostri petti dilaniati la medaglia al valor civile è stato solo l’ultimo affronto, forse il più vergognoso, perché perpetrato al solo fine di salvare la faccia allo Stato, quando voi non eravate più in grado di ribellarvi.

A ricordare tutto questo, e le altre decine di morti forse meno celebri come Rocco Chinnici e tanti altri, di fronte all’evidenza dei fatti storici diviene logica ed ineludibile la conclusione che Stato e mafia non sono affatto poteri distinti ed antagonisti, ma costituiscono invece un duopolio inscindibile di potere ed interessi economici, che trova fisiologica espressione non nello scontro frontale, bensì nella negoziazione e nell’appoggio reciproco.

Del resto fu proprio per essersi rifiutato di piegarsi alla “trattativa” con Cosa Nostra (intavolata dalle istituzioni subito dopo il tuo attentato) che venne infine eliminato anche Paolo Borsellino, il quale con la sua integrità rappresentava un fastidioso ostacolo a quelle liaisons dangereuses.

È una triste ma irrefutabile verità, che tra lo Stato italiano e la mafia sono esistiti dei gravi rapporti collusivi, in virtù dei quali vi erano politici italiani che intrattenevano amichevoli rapporti con Cosa Nostra, e rappresentanti di quest’ultima che d’altro canto avevano sicuri referenti nelle istituzioni italiane, che ne curavano gli interessi e li tenevano al riparo da reazioni repressive dello Stato che potessero veramente danneggiarli.

L’esistenza del cosiddetto “terzo livello” della gerarchia mafiosa, ossia quello istituzionale, per dimostrare l’esistenza del quale tu e gli altri martiri deste la vita, appare oggi come una verità inconfutabile.

Non fu affatto guerra, né conflitto tra Stato e mafia, bensì una crociata solitaria, una tragica e solitaria guerra condotta da pochi uomini valorosi che non tolleravano di prendere ordini da nessuno, se non dal principio di legalità e di indipendenza della magistratura.

Di conseguenza appare ormai chiaro che la sconvolgente tesi dei “mandanti occulti” delle stragi di Capaci e via D’Amelio, in base alla quale l’ordine di morte per te e Paolo sarebbe partito non da Cosa Nostra ma da più su, dai disegni di qualche “mente raffinatissima”, è più che una semplice ipotesi.

Tu avevi già capito tutto, e anche Paolo, che nei giorni prima di morire ripeteva ai familiari e agli amici “È arrivato a Palermo il tritolo per me. E può anche darsi che a farmi saltare in aria sia la mafia, ma alla fine chi avrà ordinato la mia morte saranno altri.”

Ma ci sono cose che non si possono dire, e questa è una di quelle. Verrebbe da dimenticarsela proprio, perché a pensarla c’è da impazzire, oppure emigrare a ventimila chilometri da qui, lontano da questa palude marcia di corruzione, faide e disonestà che è diventata l’Italia. Oppure prenderne atto, continuare ad impegnarsi per diventare un magistrato sbagliato e provare a muovere guerra, un giorno, a questa orrida distopia.

Non è semplice, di certo, ma lo è un po’ di più quando lo si può fare stando sulle spalle di maestri come te, Paolo, Rocco e tutti quelli che sono venuti prima di noi, a dare il loro contributo.

In questo triste giorno che commemora la tua fine, ripensando a te e a tutto ciò che hai fatto per questo paese che non ti meritava, ci viene in mente la frase che pronunciasti quando già avevi capito di avere i giorni contati, e sapevi che presto ti avrebbero eliminato:

Possono uccidere gli uomini, ma non possono uccidere le nostre idee: quelle sopravvivranno sempre, e continueranno a vivere e a camminare sulle gambe di chi verrà dopo di noi.”

E ancora una volta avevi ragione. Forse, paradossalmente, è stata proprio la mafia a renderti giustizia uccidendoti.

Grazie Giovanni per quello che hai fatto per tutti noi. Prestare alle tue idee le nostre gambe, ora, per farle camminare ancora a lungo e portarle lontano, è il minimo che possiamo fare.

La Redazione del Circolo Culturale della Strada Persa
www.stradapersa.blogspot.com




IERI SUCCEDEVA QUESTO...

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OGGI NON E' CAMBIATO NULLA





MA NOI NON DIMENTICHIAMO..

NE' SIAMO DISPOSTI A PIEGARCI..



Saluti a tutti
Fabrizio Frosini

domenica 11 maggio 2008

Oggi abbiamo iniziato a raccogliere le firme per "Pino Masciari Cittadino Onorario"

Libera RAI, libera informazione

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Ho deciso di fare una diretta streaming da Internet e di non venire al Salone del Libro di persona. Il presidente Ferrero mi ha intimato dalle pagine della Stampa di non fare comizi, di non dire parolacce e di spiegare il valore della lettura, di limitarmi a parlare solo di libri. Non ho voluto metterlo in imbarazzo con la mia presenza e con qualche ardita espressione come Morfeo. Insulto violento e censurato dall’informazione che lo cita infatti come insulto inaudito. Io non voglio parlare del valore della lettura, ma piuttosto del valore della scrittura. Se ciò che scrivi è spazzatura, ciò che leggi è spazzatura. Elementare. Se ciò che scrivi viene censurato dall’editore, dall’inserzionista pubblicitario, dalla telefonata del politico per continuare a fare il giornalista o lo scrittore l’unica via che ti rimane è l’autocensura.
Il 25 aprile ha dimostrato che l’informazione è controllata, questo è stato il risultato vero, quello più importante. La reazione dei media è stata compatta. Prima il silenzio, poi gli attacchi personali a Beppe Grillo senza entrare nel merito dei tre referendum e sul perché così tante persone sono scese in piazza e hanno firmato. Non è mai successo che si raccogliessero 1.350.000 firme in un giorno nella storia della Repubblica, ma per Riotta, per Mieli, per Fede o per Scalfari è un non fatto. Il 25 aprile non è esistito, esiste solo un delinquente che si chiama Beppe Grillo, peggio di Mussolini, di Andreotti, di Testa d’Asfalto. Un assassino multimilionario che fa pagare chi partecipa ai suoi V day. Si mette in discussione la validità delle firme e non si citano neppure i contenuti dei referendum. Le richieste per i referendum sono state depositate alla Corte di Cassazione, pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale. I miei legali e i loro consulenti non hanno dubbi sulla loro validità. E’ il vecchio metodo fascista di colpire chi denuncia sul piano personale e di non parlare mai delle denunce.
Il 25 aprile tra qualche anno sarà ricordato come l’inizio della fine dell’informazione di regime, controllata da partiti, Confindustria, banche. L’informazione si sta spostando in Rete, tutti siamo giornalisti, tutti siamo editori, tutti siamo registi. E’ solo una questione di tempo. In Rete chi mente è perduto, le vecchie regole dell’informazione non valgono più.
Nei prossimi anni assisteremo a uno scontro diretto, a una escalation tra i vecchi media e la Rete, tra la politica e la Rete. Ma sono già sconfitti, questo mi rende felice e mi fa sentire in pace.
A luglio consegnerò le firme per i referendum, ma prima lancerò un referendum operativo. Un referendum operativo si differenzia da quello legislativo perchè è di immediata esecuzione. Il cittadino fa da sé. Proporrò la disdetta del canone alla RAI con le istruzioni, i partecipanti, i risultati in tempo reale. La RAI se la paghino i politici, l’informazione televisiva è roba loro, i Riotta, i Mazza e i Saccà sono roba loro, il consiglio di amministrazione è roba loro, la pubblicità è roba loro. Petruccioli in Confalonieri è roba loro. Per far chiudere questa RAI non è necessario cambiare le leggi, è sufficiente non pagare più il pizzo. Un solo canale, senza pubblicità, senza interferenze politiche, al servizio dell’informazione e dei cittadini. Un canale pubblico con un direttore come Marco Travaglio, per fare un esempio. Un canale di cultura, inchiesta. Questo è quello che vorrei, non culi, tette, calcio e politici in prima, seconda e terza serata.
Il controllo dell’informazione ha cambiato il Paese in peggio, una libera informazione può darci un nuovo Rinascimento. Loro non molleranno mai, noi neppure! (Beppe Grillo, 11.05.08)

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Oggi abbiamo iniziato a raccogliere le firme per sostenere la richiesta al Consiglio Comunale di Empoli di nominare Pino Masciari Cittadino Onorario della nostra città.

Questa la lettera al Comune di Empoli:


Oggetto: Pino Masciari, proposta conferimento Cittadinanza Onoraria.


Gentilissimi Signori,

facendo seguito alle lettere datate 10.12.2007 e 25.02.2008, a nome degli iscritti al Meetup Amici di Beppe Grillo di Empoli rinnovo l’appello al Comune di Empoli perché riconosca l’alto valore della testimonianza di vita di Pino Masciari nella Sua resistenza alla mafia (: e alla più agguerrita fra questa, la Ndrangheta calabrese, ramificatasi ormai dovunque, anche nella nostra regione, come documentato dalla Commissione Antimafia), attribuendo al medesimo la Cittadinanza Onoraria –gesto simbolico ma concretamente attestante la non retorica partecipazione del nostro Comune alla lotta contro tutte le mafie.

Con la presente informo anche che il Meetup raccoglierà firme a sostegno dell’appello per la Cittadinanza Onoraria a Pino Masciari (appello che potete visualizzare alla pagina web: http://www.petitiononline.com/2007ff01/petition.html), in contemporanea alla raccolta firme per il V-Day sull’Informazione, il prossimo 11 Maggio.

Per conoscere la testimonianza di vita di Pino Masciari, vogliate avere la cortesia di visitare il suo sito web http://pinomasciari.org/ o anche il 3D sul forum del Meetup Empoli : http://beppegrillo.meetup.com/489/messages/boards/thread/3916409

Tenete presente anche che il Meetup di Torino ha voluto far propria la nostra proposta e l’ha presentata al Consiglio Comunale di Torino, il quale all’unanimità (e con una procedura speditissima : circa 2 mesi) ha nominato Pino Masciari cittadino onorario di Torino.

Ci auguriamo che Empoli non voglia essere da meno.

RingraziandoVi per l’attenzione,

Cordiali saluti

Dott. Fabrizio Frosini

Meetup Empoli



Per Pino Masciari, diventato con la Sua testimonianza di vita un simbolo della lotta alla mafia, dobbiamo fare tutti la nostra parte. Dobbiamo squarciare il muro del silenzio, indifferenza e isolamento che avvolge quanti mettono a rischio la propria vita per sconfiggere i poteri criminali e ridare dignità al nostro Paese. Un Paese dove troppi rappresentanti dello Stato – delle Istituzioni – fanno finta di combatterli. Firma la richiesta al Consiglio Comunale di Empoli di riconoscere a Pino Masciari la cittadinanza onoraria. Un modo simbolico ma nello stesso tempo concreto per dimostrare che siamo realmente contro la mafia! Grazie.

MEETUP AMICI DI BEPPE GRILLO DI EMPOLI

http://beppegrillo.meetup.com/489/boards/


Dalle “linee di indirizzo” del ministro della Pubblica Istruzione Giuseppe Fioroni emanate il 23 maggio 2007, quindicesimo anniversario della “Strage di Capaci”:

«Il fenomeno mafioso è presente, anche se in modo diverso, in tutto il Paese» per cui, nella scuola, «l’educazione alla legalità finalizzata alla lotta alle mafie, dovrà offrire strumenti per la comprensione delle loro differenti connotazioni nelle diverse aree geografiche del territorio nazionale»: da ciò la necessità di far conoscere, in un più ampio contesto, anche «la storia e le caratteristiche del fenomeno, con particolare riguardo alla sua pervasività, che presenta il rischio di sempre maggiori inquinamenti − e non soltanto nel Sud − del sistema economico e delle Istituzioni pubbliche» al fine di «promuovere negli studenti il senso di responsabilità civile e democratica per spronarli ad un costante impegno sociale».



Cose evidentemente che si scrivono.. si dicono..
..ma poi non si fanno.

lunedì 5 maggio 2008

La mafia uccide.. Il silenzio, pure..

http://www.19luglio1992.com/index.php?option=com_content&view=article&id=318:la-mafia-uccide-il-silenzio-pure&catid=18:i-video&Itemid=33


La mafia uccide il silenzio pure

Desiree Grimaldi

IERI SUCCEDEVA QUESTO...

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OGGI NON E' CAMBIATO NULLA ...



da TOGHE http://toghe.blogspot.com/2008/05/in-ricordo-di-peppino-impastato.html venerdì 9 maggio 2008

In ricordo di Peppino Impastato




Oggi ricorre il 30° anniversario dell’assassinio di Peppino Impastato per mano della mafia.

Lo ricordiamo riportando un articolo pubblicato il 7 maggio 2008 su L’Unità.it.


____________


Sono molte le occasioni per celebrare, e ricordare, la memoria di Peppino Impastato, di cui quest’anno, questo maggio, ricorre il trentennale della morte.

Si comincia mercoledì con una manifestazione a Trapani organizzata dall’associazione Libera di don Luigi Ciotti.

Ma ce ne sono moltissime, di iniziative. Perché Peppino Impastato con la sua denuncia ironica e irriverente di tutte le coperture dell’Italia delle cosche è una figura che dopo trent’anni appare più viva che mai. Almeno in una fetta d’Italia.


E FRA LE EMERGENZE, ANCHE L'ECOMAFIA.. E LE COLLUSIONI POLITICHE.. COME SEMPRE..

http://www.la7.it/blog/post_dettaglio.asp?idblog=ILARIA_DAMICO_-_Exit_15&id=2256

torna l'emergenza rifiuti in Campania: gli inceneritori sono la soluzione ?

ILARIA D'AMICO 06/05/2008

Silvio Berlusconi ha promesso, in campagna elettorale, che il suo primo impegno da primo ministro sarà di risolvere il problema rifiuti in Campania. Sembra che il primo consiglio dei ministri del nuovo governo Berlusconi si terrà proprio a Napoli. Intanto, sono passati i cento giorni che Gianni De Gennaro, nominato commissario straordinario dal governo Prodi, si era dato per eliminare la spazzatura della strade.

Il servizio della nostra redazione, che potete vedere nei nostri player così come tutti i reportage di questa puntata, mette in luce come la situazione dei rifiuti nella provincia di Napoli sia ancora lontana dal potersi definire risolta. La spazzatura sta tornando ad invadere le strade.

Ilaria D’Amico approfondisce il delicato tema in studio con: l'On. Altero Matteoli membro Commissione parlamentare di inchiesta sul ciclo dei rifiuti, l'On. Ermete Realacci Presidente onorario Lega Ambiente e responsabile comunicazione del Partito Democratico, Walter Ganapini Assessore all'Ambiente Regione Campania, l'On. Tommaso Sodano Presidente Commissione Ambiente, il geologo e divulgatore scientifico Mario Tozzi, Daniele Fortini, amministratore delegato dell'A.S.I.A. (Azienda Servizi Igiene Ambientale) che si occupa della pulizia di Napoli, Mario Orfeo, direttore de Il Mattino, il dott. Federico Valerio Direttore del Dipartimento di Chimica Ambientale all’Istituto Tumori di Genova, Emanuele Burgin, Assessore Ambiente Provincia di Bologna e il Sindaco di Caivano (NA) Giuseppe Papaccioli, il dott. Giovanni Ghirga, pediatra e membro di Medici per l’ambiente.

Exit, però, ha cercato di aprire il dibattito anche su un altro aspetto. Gli inceneritori vengono indicati da tutte le forze politiche come l’unica soluzione per risolvere il problema dello smaltimento dei rifiuti. Ma è veramente così? L’Italia è l’unico paese in Europa che incentiva l’incenerimento dei rifiuti, come mai? Molti cittadini non vogliono un inceneritore vicino alle loro case perché temono che sia dannoso per la loro salute: hanno ragione? I nostri servizi cercano di dare risposta a questi interrogativi con l’intento di aprire un dibattito, su temi su cui in Italia poco si discute.

L’ultimo servizio infine, ci racconta le dinamiche di uno strano meccanismo: l’utilizzo degli inceneritori, reso economicamente vantaggioso dal contributo dei cosiddetti “cip-6” presente nelle nostre bollette, ha trasformato le cosiddette “eco-balle” in una sorta di “moneta preziosa”, usata anche come garanzia bancaria per ottenere finanziamenti e prestiti.


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Ps. 1: La mia diretta streaming per la Fiera del Libro è anticipata a domenica 11 alle ore 16.00 su questo blog.

dal Blog di Grillo : http://www.beppegrillo.it/2008/05/il_ghisa.html#comments

Il ghisa

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Clicca l'immagine

Un agente di Polizia Locale mi ha inviato una lettera. Fa il ghisa a Milano. Se chi deve controllare è alla fame il controllato lo può comprare. Chi lo dirige lo può demotivare. Carmine ha due passaggi illuminanti:
"Con il "prestigio sociale" non si paga al supermercato"
"E' molto più semplice licenziarsi e lavorare per il privato al quale si stava facendo l'accertamento".

"Scusate ma non ce la faccio devo sfogarmi.
Faccio l'agente di Polizia Locale (Vigile Urbano) a Milano e lavoro 365 giorni l'anno, con turni su tutto l'arco delle 24 ore. Sono uno che si accontenta, non vivo nel lusso sfrenato, anzi..., e pensavo di stare abbastanza bene fino a quando non ho sbirciato i redditi 2005 online prima dell'oscuramento.
I pubblici dipendenti hanno la nomea di non fare niente, ma non prendono come stipendio neanche niente, ma nessuno lo dice. Infatti con tutte le qualifiche che ho, tipo agente di pubblica sicurezza, pubblico ufficiale, agente di polizia giudiziaria ecc., mi sono accorto che a zero ore straordinarie sono l'ultimo in classifica, come reddito imponibile in confronto a tutte le persone attorno a me. Se lo Stato continua ad affamare i suoi collaboratori, servitori, chiamateli come volete, finanzieri,carabinieri...come può pensare che ci sia un buon andamento delle attività da svolgere?
E' vergognoso che gli accertamenti che la GdF svolge, una percentuale dei proventi della lotta alla evasione venga data al personale amministrativo dei vari ministeri e alla Guardia di Finanza niente, vero braccio esecutivo. Fare il lavoro di accertatore, faccia a faccia, sul campo è faticoso, le persone visto l'andazzo che c'è, si sentono sempre più in diritto di aggredire la divisa e le istituzioni. Come si può pensare che che un finanziere che accerta milioni di euro, viva con stipendi da fame e possa continuare a svolgere il proprio lavoro? E' molto più semplice licenziarsi e lavorare per il privato al quale si stava facendo l'accertamento.
Con il "prestigio sociale" non si paga al supermercato. Meglio non avere titoli e qualifiche ma avere uno stipendio adeguato al costo della vita. Ho visti gioiellieri dichiarare meno di me, gente anonima, semplici impiegati senza alcuna qualifica, dichiarare molto più di me.
I politici lamentano che il costo della Pubblica Amministrazione è elevato, ma evidentemente foraggiano i vertici della P.A., chi non è in prima linea, non lo è stato e mai lo sarà, chi non conosce la gavetta, la filiera di certi meccanismi. Si buttano via i soldi in manager e consulenti esterni, amici di amici, avulsi dai problemi reali delle istituzioni. La mia opinione è che il tutto viene fatto scientificamente per far si che non ci siano strumenti operativi e legislativi e risorse (soldi) per la truppa. In tal modo gli ultimi, i "soldati" saranno delegittimati e demotivati, distratti dai loro problemi economici,bollette, mutui...ecc. Altro che Rialzati Italia!!!
Io sarei ben contento di pagare il 70% di Iperf e dichiarare il reddito di Berlusconi, Montezemolo & C.
Saluti." Carmine


Ps. 1 Pubblico l’elenco aggiornato dei condannati del Parlamento 2008 con relativi reati. Diffondete il banner nei vostri blog. Ogni tanto leggetelo per non dimenticare.

Diffondi i condannati
Parlamento Pulito

Ps. 2 Per tutto il mese di maggio potete continuare a firmare per i referendum del V2-Day.

venerdì 18 aprile 2008

La lotta alla mafia una seconda Resistenza

Ringrazio il blog "Toghe" per le tante occasioni di riflessione che sa regalare.
Ne ripropongo una. Anche con i commenti pubblicati.

Saluti a tutti

Fabrizio Frosini

dal blog Toghe - giovedì 17 aprile 2008

http://toghe.blogspot.com/2008/04/la-lotta-alla-mafia-una-seconda.html

La lotta alla mafia una seconda Resistenza

di Enzo Guidotto

(Presidente dell’“Osservatorio veneto sul fenomeno mafioso”)


«Il fenomeno mafioso – si legge nelle “linee di indirizzo” del ministro della Pubblica Istruzione Giuseppe Fioroni emanate il 23 maggio 2007, quindicesimo anniversario della “Strage di Capaci” − è presente, anche se in modo diverso, in tutto il Paese» per cui, nella scuola, «l’educazione alla legalità finalizzata alla lotta alle mafie, dovrà offrire strumenti per la comprensione delle loro differenti connotazioni nelle diverse aree geografiche del territorio nazionale»: da ciò la necessità di far conoscere, in un più ampio contesto, anche «la storia e le caratteristiche del fenomeno, con particolare riguardo alla sua pervasività, che presenta il rischio di sempre maggiori inquinamenti − e non soltanto nel Sud − del sistema economico e delle Istituzioni pubbliche» al fine di «promuovere negli studenti il senso di responsabilità civile e democratica per spronarli ad un costante impegno sociale».

In questo senso, il documento integra e sviluppa le indicazioni espresse dal ministro Rosa Russo Jervolino nell’ottobre del ‘93 in una circolare dal contenuto più generico ma non meno incisivo relativamente all’obiettivo da raggiungere: costituendo «la lotta alla mafia un’occasione decisiva per la difesa delle Istituzioni democratiche», è necessario che gli insegnanti, nella loro azione educativa, si muovano nella consapevolezza che «soltanto se l’azione di lotta sarà radicata saldamente nelle coscienze e nella cultura dei giovani, essa potrà acquistare caratteristiche di duratura efficienza, di programmata risposta all’incalzare temibile del fenomeno criminale».


Rita Borsellino«La guerra alla mafia è la nuova Resistenza» aveva dichiarato nel novembre di due anni fa Rita Borsellino a “Contromafie”, il convegno organizzato a Roma da Libera. «La lotta alle cosche – aveva aggiunto − si fa tutti i giorni. Bisogna scegliere da che parte stare e devono essere i giovani i protagonisti della resistenza civile».

L’appello della sorella del magistrato, per lungo tempo vicepresidente di Libera è sicuramente encomiabile, ma, a un’attenta riflessione, si rivela piuttosto riduttivo e in un certo senso fuorviante.

Quale il punto? Le disposizioni e gli inviti dei responsabili dell’istruzione pubblica non possono che essere rivolti agli studenti, che ovviamente hanno una certa età.

Ma i messaggi lanciati nel corso di una manifestazione organizzata da Libera, alla quale aderiscono 1.300 associazioni create e gestite da persone di tutte le età, possono avere come principali destinatari i giovani, privi di mezzi di pressione sui signori del “Palazzo” per spronarli ad un’azione energica e risolutiva contro le mafie?

Insomma, possono i giovani, da soli, lottare contro organizzazioni che operano in tutti i continenti, manovrano miliardi ed hanno vantato – o vantano, stando ad alcuni nomi che figurano in certe liste elettorali – amicizie altolocate persino nelle istituzioni deputate all’azione di contrasto del crimine?

In altri termini, si può far finta di ignorare che quella che si presenta oggi ai giovani è una realtà che nel passato lontano e recente gli adulti – semplici cittadini e soprattutto uomini delle Istituzioni − non hanno voluto o saputo evitare facendo spesso orecchio da mercante davanti alle legittime pretese di fedeli servitori dello Stato che hanno poi perso la vita per aver contrastato le mafie agendo con coraggio, in prima linea, ad oltranza e senza guardare in faccia nessuno?


Il messaggio di Paolo − È una provocazione di cattivo gusto o un doveroso richiamo alla verità delle cose il ricordo, ad esempio, dell’inutilità delle parole pronunciate da Paolo Borsellino nell’ormai lontano agosto dell’86 commemorando il commissario Montana, il vice questore Ninni Cassarà e l’agente Roberto Antiochia trucidati uno dopo l’altro l’anno prima?

«Gli enti, le associazioni ed i comitati che si sono dati come finalità nobilissima quella della lotta alla criminalità – disse − hanno il gravoso e meritorio compito di tenere desta l’attenzione dell’opinione pubblica, affinché dietro il paravento della cosiddetta “normalizzazione” non si pervenga invece ad una frettolosa “smobilitazione” dell’apparato antimafia e coloro che, doverosamente e dolorosamente, hanno ritenuto in questa lotta di trovarsi in prima fila non vengano addirittura additati, come recentemente è avvenuto, alla pubblica esecrazione. Si deve rifiutare il concetto di emergenza nella lotta alla criminalità mafiosa e vanno ritenuti privi di significato valido i costanti richiami alla normalizzazione».

I provvedimenti auspicati in quegli anni sia da Paolo Borsellino che da Giovanni Falcone per poter svolgere un’adeguata azione di contrasto del fenomeno, furono emanati − e si rivelarono validi − solo dopo le stragi di Capaci e di Via D’Amelio. Ma non fu tutto rose e fiori, come ricorda Antonio Ingroia, sostituto procuratore a Palermo, nel libro "L’eredità scomoda": «La sensazione che non venisse fatto tutto quel che era necessario per sconfiggere definitivamente e al più presto possibile l’inquinamento ambientale e morale, finanziario e civile di cui era responsabile da decenni la criminalità organizzata l’avemmo subito dopo le stragi. Già allora cominciammo a dire: quel che si sta facendo è giusto, però non basta».


La mafia non c’è più – Ma la situazione, invece di migliorare, andò peggiorando.

«A cinque anni dalle stragi – si vide costretto a dichiarare Giancarlo Caselli, procuratore capo a Palermo, intervenendo nel settembre del ‘97 alla Festa dell’Unità − non siamo riusciti ad elaborare una strategia antimafia, abbiamo tirato avanti con gli strumenti che invece di essere stati affinati sono stati smantellati: il 41 bis del regolamento penitenziario che prevede il carcere duro per i mafiosi più pericolosi è svuotato, sull’articolo 513 del codice di procedura penale riguardante il valore delle dichiarazioni rese nelle indagini preliminari abbiamo perso un’occasione, la legge sui collaboratori di giustizia va ridisegnata. Se un boss oggi legge i giornali è sereno o arrabbiato? Il boss non può non notare queste contraddizioni che gli fanno comodo da una parte e dall’altra gli incessanti attacchi ai magistrati portati avanti [da esponenti del centrodestra, fra i quali erano emerse collusioni - n.d.a.] nel silenzio che diventa complice. Gli attacchi vanno respinti politicamente, contrastati da qualcuno in sede politica, perché i magistrati devono stare zitti, non possono rispondere».


In tema di legislazione antimafia – aveva dichiarato del resto in un’intervista ad Antonio Padellaro per L’Espresso nel dicembre dell’anno prima, a pochi mesi dalla vittoria del centrosinistra − «si può e si deve parlare di tutto, ma non come se la mafia non ci fosse più».


Il “nuovo corso” − In sintonia con il “nuovo corso” anche il movimento popolare antimafia, nato nell’82 dopo l’uccisione del generale−prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa ed irrobustitosi all’indomani delle stragi del ‘92 in Sicilia e gli attentati del ‘93 nel continente, cominciò a segnare il passo, forse per inconfessabili suggerimenti di chi lo aveva cavalcato negli ultimi tempi per mietere i consensi già ottenuti.

«Bisogna tornare a parlare di mafia e non solo quando succede qualcosa di clamoroso: sottovalutarla – insistette Caselli − è pericoloso, ritenere che sia finita significa dimenticare che la mafia è una questione centrale per lo sviluppo e la democrazia».

La “piovra”, infatti, più che scomparsa, si era soltanto inabissata: era andata in immersione, non faceva più rumore con fatti di violenza eclatante ma continuava a realizzare gli affari e a coltivare amicizie.

Nell’agosto del ‘99, la guida della Procura del capoluogo siciliano passa a Piero Grasso, che rilancia gli appelli del predecessore. «Ci si aspetterebbe, da parte delle Istituzioni e dell’opinione pubblica – dichiara nel discorso di insediamento – una doverosa tensione morale e culturale, una ragionevole aspettativa che i magistrati scoprano finalmente la verità sui tanti misteri d’Italia, che riescano a dimostrare l’estrema pericolosità di un’organizzazione come Cosa Nostra che, attraverso i suoi rapporti esterni, attraverso attentati e stragi, ha posto in pericolo e potenzialmente rischia di porre in pericolo la nostra democrazia».


Salvatore Borsellino − A distanza di quasi un decennio, le indagini sui mandanti occulti delle stragi si sono concluse con un nulla di fatto e non sembra che «le associazioni e i comitati» − indicati da Paolo Borsellino come entità capaci di scuotere l’opinione pubblica − si siano dati e si diano da fare per chiedere che si faccia piena luce sui lati più oscuri della strategia stragista degli Anni Novanta.

L’unica efficace iniziativa in tal senso, presa l’anno scorso alla vigilia della ricorrenza della “Strage di Via D’Amelio”, è stata quella di Salvatore Borsellino, fratello di Paolo: con una semplice lettera aperta è infatti riuscito a rimettere in moto i titolari dell’indagine sulla misteriosa sparizione dell’agenda rossa nella quale Paolo Borsellino annotava giornalmente dichiarazioni raccolte, approfondimenti su certi aspetti della “Strage di Capaci”, pensieri, ipotesi ed appuntamenti.

Il motivo principale dell’eliminazione di mio fratello – ha scritto − «credo sia stato quell’accordo di non belligeranza tra lo Stato e il potere mafioso che deve essergli stato prospettato nello studio di un ministro negli incontri di Paolo a Roma nei giorni immediatamente precedenti la strage, accordo al quale Paolo deve di sicuro essersi sdegnosamente opposto. Su questi incontri, che Paolo deve sicuramente aver annotato nella sua agenda scomparsa, pesa un silenzio assordante e l’epidemia di amnesie che ha colpito dopo la morte di Paolo tutti i presunti partecipanti lo ha fatto diventare l’ultimo, inquietante, segreto di Stato, come inquietanti sono i segreti di Stato e gli “omissis” che riempiono le inchieste su tutte le altre stragi di Stato in Italia. Ma il vero segreto di Stato, anche se segreto credo non sia più per nessuno, è lo scellerato accordo di mutuo soccorso stabilito negli anni tra lo Stato e la mafia».


“Buchi neri” e assenza di volontà – Semplice opinione o ipotesi realistica?

«Ci sono numerosi buchi neri, vuoti anche sulle ore, sui minuti che precedono e seguono la strage di Via D’Amelio» ha dichiarato qualche settimana fa a Liberainformazione Antonio Ingroia, sostituto procuratore a Palermo.

«È certo – ha precisato − che l’agenda quel giorno fosse con lui, nella sua borsa. Secondo un vecchio schema reiterato sempre o quasi sempre dopo omicidi eccellenti scompaiono documenti, basti pensare alla vicende che ruotano intorno alla cassaforte del Prefetto Dalla Chiesa, agli appunti che sono stati in parte cancellati dai diari di Giovanni Falcone, alle videocassette scomparse del giornalista sociologo Mauro Rostagno; solo per citarne alcuni».

Ed è per questo che i relativi procedimenti penali nei quali si ipotizza la complicità di burattinai esterni alle organizzazioni mafiose o la possibilità di collegamenti delle stesse con apparati deviati dello Stato si chiudono il più delle volte con l’archiviazione.

Perché tutto questo? «Perché – è stata la risposta del magistrato − c’è una parte dell’Italia che vuole la verità ma ce n’è anche un’altra che la verità su questi fatti non la vuole. Ci sono persone che sono coinvolte e altre non direttamente coinvolte ma che avrebbero comunque difficoltà ad affrontarla. E dunque preferiscono non averla. Omissioni, pigrizie e mezze verità taciute sono la dimostrazione di una scarsa volontà a fare i conti con questo passato. Basti pensare alla richiesta inascoltata di una Commissione parlamentare d’inchiesta sulle stragi del ‘92-’93. Non c’è risposta nei fatti, manca una volontà politica, collettiva intendo, che non riguarda solo la politica ma l’intera classe dirigente».

Sulla questione non sono mancati tentativi di sensibilizzazione dell’opinione pubblica, ma si è sempre trattato di incontri basati sul “passaparola” di comitati di impegno civico sorti spontaneamente, più che di associazioni presenti su tutto il territorio nazionale e collegate tra loro, capaci – se lo volessero – di mobilitare larghe fasce della popolazione.


Il dovere della politica – Una constatazione, questa, che sembra confermare quanto osservato una decina di anni fa dall’ex parlamentare siciliano Emanuele Macaluso nel libro "Mafia senza identità".

«Per fare avanzare una cultura antimafiosa – ha scritto – è stata presa la lodevole iniziativa di discutere questi temi. Lo fanno alcuni insegnanti, lo hanno fatto il generale Dalla Chiesa, lo fa Caselli e sistematicamente don Luigi Ciotti con la sua associazione Libera. Ancora una volta dico che queste iniziative, se non c’è la politica, cioè la competizione per governare sulla base di programmi e di valori, non portano lontano. E lo vediamo nel momento stesso in cui gli stessi procuratori impegnati nelle inchieste contro la mafia, dopo tanti successi, sostengono che il fenomeno sia più diffuso e pericoloso».

All’epoca, nel panorama della criminalità organizzata nazionale, spiccava Cosa Nostra, entrata in crisi con gli importanti arresti degli ultimi tempi.

Oggi l’organizzazione più potente è la ‘ndrangheta.

Per quanto riguarda la camorra ed i gruppi pugliesi basta leggere giornalmente le notizie di cronaca.

Ma ciò che più inquieta è la “ramificazione territoriale” delle quattro malepiante nelle regioni del Centro-Nord, denunciata a chiare lettere dal dottor Piero Grasso proprio nel momento in cui ha lasciato la Procura di Palermo per assumere l’incarico di capo della Direzione Nazionale Antimafia: da inchieste in corso – ha detto – risulta che certi operatori economici, per fare affari ed accaparrare appalti pubblici, dal Sud si dirigono verso le regioni del Nord e dal Nord rivolgono attenzione verso le regioni del Sud.

Più che opportune, dunque, le “linee di indirizzo” del ministro Fioroni che costituiscono la base di partenza per un’azione culturale ed educativa efficace e duratura in tutte le scuole di ogni ordine e grado.

Per la prima volta nella storia, infatti, viene inserita al primo punto del sistema nazionale di istruzione e di formazione l’«educazione alla legalità finalizzata alla lotta alla mafia», concepita come «impegno comune a fronteggiare situazioni in cui le organizzazioni criminali si pongono come antagoniste dello Stato e a stimolare i giovani a respingere le seduzioni dell’illegalità organizzata».

Se però ci si limita ad esprimere grande soddisfazione su questo e contemporaneamente non ci si impegna per costringere quanti operano nelle Istituzioni ad essere coerenti e decisi sugli intendimenti proclamati, in futuro si verificherà una situazione che non è difficile immaginare: i giovani di oggi, divenuti adulti, si troveranno alle prese con un problema ancor più preoccupante per il semplice fatto che gli adulti di oggi non hanno voluto affrontare e contribuire a risolvere. E i loro figli potranno accusarli di vigliaccheria. A ragione!

Quale potrebbe essere, allora, la strategia più efficace per il superamento dell’annosa questione in ambito nazionale?

Quella basata sulla consapevolezza della sua vera essenza.


Mafia, potere eversivo − Negli ultimi decenni la dimensione del fenomeno mafioso è diventata nazionale perché la grande “piovra” – costituita oltre che da Cosa Nostra, dalla ndrangheta, dalla camorra e dai gruppi pugliesi che della prima hanno seguito il modello operativo − non sempre adeguatamente ostacolata dalle pubbliche istituzioni e dalla società civile, è riuscita ad operare con efficacia e continuità snodando i suoi tentacoli, suddivisi in tre gruppi, in altrettante direzioni: con il primo ha sviluppato in tutto il Paese una vera e propria economia mafiosa, formata da attività di acquisizione, riciclaggio e investimento nel settore legale di capitali di provenienza illecita; con il secondo si è mossa come sempre alla ricerca di un collegamento con i pubblici poteri anche a livello centrale, per avere aiuti e protezioni d’ogni tipo; con il terzo ha esercitato, nel Sud come nel Centro-Nord, la violenza mafiosa contro quei magistrati, poliziotti, carabinieri, giornalisti, imprenditori, professionisti, sacerdoti ed uomini della democrazia che nell’azione diretta a contrastarla hanno operato coraggiosamente in prima linea, ad oltranza e senza guardare in faccia a nessuno.

Classico esempio della convergenza nefasta dei tre fattori fuori dalle regioni del tradizionale dominio, l’uccisione nell’83, da parte di boss trapiantati in Piemonte, del Procuratore della Repubblica di Torino Bruno Caccia proprio nel momento in cui aveva scoperto inquietanti rapporti di suoi colleghi con “uomini del disonore”.

In seguito, il radicamento nella zona ha consentito alle cosche persino il controllo di certe fasce del consenso popolare al punto che una dozzina di anni dopo il Consiglio Comunale di Bardonecchia è stato sciolto d’autorità perché condizionato da un’organizzazione di tipo mafioso.

È stato attraverso meccanismi del genere, attuati a vari livelli, che nel corso degli anni il fenomeno ha assunto la configurazione di un vero e proprio potere economico e politico esercitato con la violenza, collocato nel più ampio contesto di quel “sistema eversivo”, responsabile dei crimini e misfatti che hanno caratterizzato la “notte della Repubblica”, costituito da politici complici e conniventi con boss mafiosi e terroristi rossi e neri, alti funzionari statali infedeli, burocrati collusi, soggetti deviati dei servizi segreti, esponenti senza scrupoli dell’alta finanza sporca, gruppi eversivi e logge massoniche non sempre del tutto segrete.


Un progetto globale − Stando così le cose l’unica via da seguire è quella di passare dalla “visione globale” del fenomeno alla predisposizione di un “progetto globale” per il suo superamento, articolato su quattro versanti da percorrere contemporaneamente: giudiziario, economico, politico, democratico.

Lungo il versante giudiziario un’azione energica ed efficace è possibile a condizione che ci sia un costante potenziamento e perfezionamento della legislazione in materia e delle strutture della magistratura, delle forze di polizia, dell’apparato penitenziario, dell’ amministrazione finanziaria centrale e periferica e degli organismi che vigilano sulle società commerciali, sul sistema bancario e sugli altri enti di intermediazione finanziaria.

Lungo il versante economico si possono raggiungere buoni traguardi attraverso provvedimenti capaci di rimuovere le condizioni che nel Meridione hanno favorito la nascita e la crescita del fenomeno e di evitare che le stesse possano crearsi altrove.

I risultati di una ricerca svolta dal CENSIS nel 2003 hanno dimostrato che senza i meccanismi di distorsione del mercato pilotati dalle organizzazioni mafiose, negli ultimi tempi il sistema economico meridionale avrebbe potuto creare almeno 180.000 posti di lavoro in più l’anno.

Da ciò l’esigenza improrogabile di promuovere, da un canto, un armonico sviluppo del Paese per superare i tradizionali squilibri territoriali e risolvere il problema della disoccupazione che rappresenta la maggiore riserva di manovalanza per le organizzazioni malavitose; e di varare, dall’altro, una seria politica di incentivazione e di oculato controllo dei finanziamenti e degli appalti pubblici per salvaguardare e sostenere l’economia sana minacciata, nel Sud come nel Centro-Nord, dall’invadenza della mafia imprenditrice e finanziaria.

Lungo il versante istituzionale bisogna tendere al totale risanamento morale degli organismi rappresentativi, nazionali e locali, attraverso un’azione diretta a disinquinare i “palazzi” dalle infiltrazioni dei poteri criminali ed occulti ed a ripristinare quella chiarezza, quella trasparenza, quella linearità e quell’efficienza che rappresentano la condizione indispensabile per recuperare ed elevare il grado di fiducia dei cittadini verso lo Stato.

Lungo il versante democratico, infine, occorre intensificare la promozione di iniziative di approfondimento culturale e di sensibilizzazione civica sul problema per perseguire il duplice obiettivo di far capire a tutti la reale portata e la potenziale pericolosità che il potere mafioso e la cultura mafiosa presentano per la società, l’economia, la democrazia, la politica e le Istituzioni e di favorire una presa di coscienza sempre più profonda sul ruolo del “popolo sovrano” in uno Stato autenticamente democratico : un ruolo di vigilanza e di stimolo nei confronti di quanti operano all’interno delle Istituzioni perché si adoperino con tempestività e determinazione nei tre precedenti settori e contribuiscano all’eliminazione delle logiche clientelari che hanno minato alla base il nostro sistema rappresentativo.

Molto indicativo, in tal senso, l’auspicio espresso dalla Commissione parlamentare antimafia dopo le stragi in Sicilia del ‘92 e gli attentati del ‘93 a Roma, Firenze e Milano che determinarono nel Meridione il rilancio del movimento antimafia, genuino perché spontaneo: «In corrispondenza di consistenti sintomi di risveglio della coscienza civile nelle aree tradizionali, bisogna che nel resto del Paese si diffonda la convinzione del carattere nazionale del fenomeno, della sua varietà di forme e di comportamenti, della sua capacità di adattamento agli ambienti, della sua aspirazione a costruire una vera e propria economia criminale, alternativa rispetto a quella che si fonda sulla libera concorrenza e sul libero mercato. Ma occorre, per questo, una collaborazione attiva ed un impegno proficuo da parte degli Enti locali, delle forze economiche e sociali, della società civile, del mondo politico».


Il testamento di Dalla Chiesa − Dodici anni prima era stato il generale−prefetto Carlo Albero Dalla Chiesa ad esprimere, sia pure in termini più generali, lo stesso concetto nel corso della famosa intervista rilasciata a Giorgio Bocca (La Repubblica, 10 agosto 1982) alcune settimane prima di perdere la vita nella “Strage di Via Carini”: «Dalla Chiesa mi prospettò, come unico sistema per contenere il fenomeno mafioso, la sensibilizzazione dell’opinione pubblica, per creare una coscienza collettiva antimafia».

Quella volta, l’idea di rivolgersi a Giorgio Bocca per manifestare le sue preoccupazioni per il difficile compito da svolgere in Sicilia non fu casuale.

Era stato il comune impegno nella guerra di Liberazione che aveva portato entrambi alla convinzione secondo la quale i valori di libertà, democrazia e giustizia – soffocati dal fascismo e divenuti la bandiera della Resistenza e l’essenza stessa della Costituzione – erano da tempo calpestati dai poteri criminali e occulti.


La Resistenza «La partecipazione alla Resistenza – scrive il figlio Nando nel libro "In nome del popolo italiano"è la prima esperienza nella quale mio padre si trova ad agire nella duplice veste di comandante di uomini e di combattente per la democrazia italiana. La considera anche, con orgoglio, come la prima fonte della sua legittimazione a ritenersi un esponente della democrazia repubblicana. La Resistenza diventa per lui il primo momento in cui la sua identità di ufficiale dei carabinieri si combina con un forte radicamento nei sentimenti di un popolo».

Ma non sbandierava questa sua concezione: quando ne parlava faceva capire che contava sulla riservatezza degli interlocutori. Infatti Giorgio Bocca, che conosceva il suo carattere, non pubblicò la frase sulla necessità del coinvolgimento dell’opinione pubblica: la riferì ai magistrati dopo la sua morte.

«Uccidendo Carlo Alberto Dalla Chiesa – osservò all’epoca Ernesto Galli della Loggia (L’Europeo, 20 settembre 1982) – forse la mafia ha dato allo Stato repubblicano il suo fin qui unico eroe. È certo che la gente ha sentito istintivamente la figura del generale−prefetto ucciso, e la natura di questa morte, come qualcosa di diverso dalla figura e dalla morte di tanti altri, caduti per mano delle organizzazioni criminali».

Quale il motivo di fondo? La gente aveva capito che, «con risorse e poteri adeguati – scrisse Francesco Alberoni (La Repubblica, 11 settembre 1982) – il generale avrebbe colpito duro, e stava addirittura per riuscirci lo stesso perché, come tutti i grandi strateghi, aveva identificato il punto debole dell’avversario: sapeva come vincere e anche dopo la morte ha indicato la strada per vincere».


L’impegno degli onesti − La frase scritta in Via Carini sul luogo della strage, «Qui è morta la speranza dei palermitani onesti», fu infatti smentita subito dai fatti perché proprio da quel giorno – sostenne padre Ennio Pintacuda − «il coraggio degli onesti ha fatto piuttosto crescere l’altra Palermo, l’altra Sicilia, l’altra Italia perché mai come in questo periodo è stato presente e attuale quel detto dei cristiani dei primi tempi: “Il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani”. Anche il sangue delle vittime della mafia è stato un seme che ha fatto crescere il numero delle persone e delle forze che si sono unite all’insegna dell’onestà e della coscienza morale e operano per sconfiggere il subdolo potere che ha inquinato le istituzioni del Paese. La frase del cartello di Via Carini fu come un grido di riscossa che riversò in campo nazionale la mobilitazione contro la mafia. Si demarcò allora lo spazio di lotta per il riscatto e furono indicate le categorie e il modo di aggregazione di questa mobilitazione».

Un avvenimento del tutto nuovo? «Un movimento con queste caratteristiche – precisò Pintacuda – e così esteso, non era sorto e non si era affermato in Italia dai tempi della Resistenza, cioè dai tempi della prima liberazione che permise di ricostruire lo Stato democratico dalle rovine del fascismo e dalla guerra da esso voluta: uomini che si pongono al di sopra delle ideologie, dell’appartenenza religiosa, delle classificazioni politiche, delle collocazioni territoriali e coinvolge magistrati, uomini di chiesa, intellettuali, borghesi, operai, anziani e giovani. È come se fosse nata una chiesa più grande, una nuova, affascinante ideologia. La prima liberazione fu quella che affrancò gli italiani dal potere dittatoriale e restituì all’uomo la possibilità di far valere i suoi diritti fondamentali; la seconda dovrà affrancare i cittadini dal losco potere della mafia ridando dignità e sicurezza alla civile convivenza. La nuova Resistenza è partita da Palermo e dalla Sicilia e si sta estendendo a tutto il Paese».


Arrigo Boldrini: “Nuova Resistenza!” − La conferma più autorevole della validità di questa convinzione si registra dieci anni dopo.

«Siamo per una nuova Resistenza contro la mafia e la violenza» dichiara all’indomani del 25 aprile del 1992 Arrigo Boldrini, presidente dell’ANPI in un’intervista a Maurizio De Luca, direttore de La Nuova Venezia, La Tribuna di Treviso e Il Mattino di Padova.

«La mia generazione – spiega – ha sofferto, senza perdere mai la speranza e la fiducia, nonostante il travaglio di quegli anni in Italia e dappertutto nel mondo. Le riforme istituzionali? Si possono fare, si devono fare. Ma innanzitutto occorre un’amministrazione pubblica onesta e pulita, bisogna battere l’illegalità e la prepotenza mafiosa. Non abbiamo bisogno di una seconda Repubblica ma di una Repubblica avanzata e moderna che non può scindere il suo legame con la Resistenza, cioè con i valori ideali, moderni e avanzati, di democrazia, diritti civili e umani, pace e solidarietà, contro provincialismo e particolarismo».

Il giorno prima Francesco Cossiga − che, custode di tanti segreti, si era invece battuto per la seconda Repubblica da instaurare con una revisione poco ortodossa della Costituzione ed aveva denigrato in qualche modo la Resistenza – aveva lasciato il Quirinale rassegnando le dimissioni da Capo dello Stato.

A ventiquattrore dall’annuncio delle dimissioni, ad alcuni giorni da uno dei periodi prevedibilmente più complessi della storia di questa Repubblica – chiede De Luca a Boldrini – come definirebbe il proprio stato d’animo: preoccupazione, sconforto, speranza? O che altro? «Se devo trovare una risposta, sarebbe fiducia. Fiducia in questo Paese. E anche in una scelta autorevole per la Presidenza della Repubblica».


L’ex PM svizzero – Il 23 maggio, viene ucciso Giovanni Falcone. L’indomani, alla carica di Capo dello Stato viene eletto Oscar Luigi Scalfaro. Il giorno dopo, in una dichiarazione a La Repubblica, Paolo Bernasconi, ex procuratore pubblico di Lugano, dichiara che «in Italia la mafia conduce una guerra contro lo Stato. Le persone che si sono opposte e si oppongono a questa guerra sono poche. È in atto una seconda Resistenza, con la “erre” maiuscola, e Falcone era uno dei capi di questo comitato di liberazione nazionale».

Il 19 luglio viene eliminato anche Paolo Borsellino.

«Nel corso dei funerali – ricorda Nando Dalla Chiesa – tra la folla assiepata intorno alle strade o affacciata ai balconi, passa per incanto sempre più netta una parola, dapprima sussurrata e poi gridata con rabbia lucida: “Resistenza! Resistenza!”. Come sono lontani i volti pietrificati dal dolore di Piazza Fontana! E com’è lontana la rabbia politicamente impotente dei funerali in cui si stringeva intorno a Pertini! La gente mormora di un progetto, di un suo progetto istintivo. Sente possibile una strategia: gli amici, i nemici e le cose da fare. E chi è là, chi raccoglie il senso di quanto sente, non può non afferrare che in quel preciso istante nei rapporti tra la democrazia dei cittadini e i poteri corrotti e criminali è avvenuta una rottura. Che la nostra storia individuale e collettiva, di italiani, non di palermitani o siciliani, non è e non sarà la stessa. Che i nostri doveri sono cambiati».


Il presidente Scalfaro – La mattina del 21 luglio, commemorando Paolo Borsellino in seno al CSM, il presidente Scalfaro – che tra i primi impegni annota nell’agenda un incontro con i dirigenti dell’ANPI – lancia un messaggio solenne: «Nuova resistenza!».

In che senso? «Questa Patria – dice − deve saper risorgere, e dipende da noi, uomini e cittadini. Resistere, resistere, resistere, perché siamo dalla parte della libertà».

Durante la prima Resistenza, ai tempi del nazifascismo – spiega − «sembrava che l’aurora non sarebbe mai spuntata, e un giorno è spuntata; contro il terrorismo le forze si unirono, coraggio e avanti»; oggi, nonostante le stragi e la corruzione, «la democrazia è più forte della violenza e delle azioni criminose, di chi vuole sconfiggere tutto. Siamo di fronte alla crisi più pesante, quella dei valori dell’uomo, ma non vincerà né la violenza né la ricchezza senza morale – guardate ai processi sulle tangenti – vincerà l’uomo se sarà credibile. La gente ha bisogno di credibilità. Non di infallibilità, ché quella non ce l’ha nessuno. Come si può chiedere se chi chiede non ha credibilità?». Per questo «occorre ricominciare dalla ricostruzione dei valori morali» per non deludere «le attese della gente pulita e onesta».

Lo Stato, la Patria – aggiunge Scalfaro – non possono essere rappresentati «da chi non è degno, da chi non è giudice perbene, da chi non è pulito, da chi non è cittadino operoso».

D’altra parte perché sono stati uccisi Falcone e Borsellino? «Per che cosa? Per una Patria che abbia il trionfo della giustizia? O perché vinca la disgregazione, l’abbandono, il gettare la spugna? Queste parole non si riferiscono ai magistrati, ma a tutta la realtà dello Stato. Di chi è questa Patria? Solo di chi muore o anche di chi vive e deve vivere e operare? Bisogna quindi resistere. Resistere e lottare tutti insieme!».


Nando Dalla Chiesa «Dunque – osserva Nando Dalla Chiesa – che cosa significa “Nuova Resistenza”?. Che immagini, che progetti, che Italia stanno dietro questa parola d’ordine che nei mesi estivi è serpeggiata, una bocca via l’altra, un cervello dopo l’altro, dalla Sicilia alla Lombardia, dall’Emilia alla Calabria e di nuovo al Trentino, ricevendo l’autorevolissimo avallo del capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro? Chi pensa che sia uno slogan d’altri tempi intriso di ideologia se lo tolga dalla testa: non lo è. Chi crede che sia una moda emozionale – simbolo un lenzuolo alla finestra – si ricreda: è molto di più».

L’appello alla “Nuova Resistenza” era all’epoca e rimane ancor oggi un invito esplicito a battersi per fare in modo che ci sia – come ebbe a rilevare tanto tempo fa Sebastiano Patanè, capo della Procura di Caltanissetta − «un fronte unico, compatto dello Stato in tutte le sue articolazioni ed espressioni, un comportamento antimafia serio da parte di tutti».

Bisogna quindi evitare gli errori del passato, bisogna fare in modo che nell’esercizio dei poteri dello Stato ci siano coesione, coerenza, determinazione, tempestività e non promesse non mantenute, incertezze, tentennamenti o peggio ancora ambiguità.


“La mafia teme chi non la teme” − È necessario, in altri termini, dimostrare con i fatti, giorno dopo giorno, che lo Stato ha la sincera intenzione di estirpare la “malapianta” sin dalle radici più profonde.

Solo così la battaglia civile – compresa quella dei giovani − potrà aver successo; solo così potranno essere eliminate le condizioni che hanno provocato nella gente del Sud la delusione atavica dalla quale sono scaturite la rassegnazione, l’indifferenza e l’omertà; solo così sarà possibile creare finalmente nel cittadino quella “fiducia senza riserve” nel Parlamento, nel Governo, negli Enti Locali e nella Magistratura che costituisce il fondamento essenziale dello Stato democratico e di diritto.

Non è vero che la mafia non conosce la paura. «La mafia teme chi non la teme» ha ripetuto per quasi mezzo secolo nei suoi libri Michele Pantaleone per far capire che anche per la sconfitta della “piovra” vale il proverbio “volere è potere”.

E non può essere altrimenti.

«La mafia – sosteneva Giovanni Falcone – è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione ed avrà quindi una fine».


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Questo articolo è stato pubblicato anche sul numero di marzo 2008 di "Patria indipendente", rivista mensile dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia.

11 commenti:

Paolo Emilio ha detto...

E' solo un dettaglio, però forse è utile precisare che non si tratterebbe di una "nuova Resistenza", ma piuttosto di una "prima Resistenza", giacché la vera Resistenza, con annessa guerra civile, si è svolta soltanto sulla Linea Gotica e nei territori dell'autoproclamatasi Repubblica Sociale, non certo al Sud, invaso dagli Alleati anche con il concorso dei mafiosi siculo-americani, che furono reintrodotti in gran massa nell'isola proprio a far data dal 1943.

Il fatto che dagli Stati Uniti e dalla Sicilia la mafia si sia in seguito diffusa capillarmente in tutta Italia non vale comunque a mutare l'inesattezza, almeno dal punto di vista storico.

Del resto, l'unica divisione italiana che effettivamente continuò ad attaccare gli Alleati sino ad essere annientata dai cannoni navali e dagli attacchi aerei sulla Piana di Catania fu la divisione "Livorno", che non era territoriale.

Le altre divisioni, composte da reclute "territoriali", si squagliarono invece come neve al sole, senza combattere.

E l'assenza della volontà di combattere, tranne poche eccezioni come Falcone e Borsellino, è la vera, unica chiave di accesso al potere di cui dispone ancora oggi la mafia.

Anonimo ha detto...

«La mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione ed avrà quindi una fine» - fine naturale, per auto-affogamento, aggiungo io. Nella lotta alla mafia, questa tesi di Falcone, è l'unica vera, ascoltata fin ora.
È inutile, per la sua sconfitta, invocare il risveglio delle coscienze popolari, l'arrivo di nuove primavere, il varo di leggi di emergenza, 41 bis, sequestro di beni ecc... ecc....
Questi eventi, che si auspica pervada e/o reclami il popolo, si realizzeranno o saranno utili, soltanto quando nel nostro Paese non accadono più casi simili a quelli di de Magistris e Forleo, quando Berlusconi e Dell'Utri non scendono in politica, quando Di Pietro continua a fare il poliziotto o il magistrato, quando ci consentono di votare scegliendo tra le diverse formazione politiche i candidati che più ci aggradano e ci rappresentano, secondo i nostri interessi di cittadini.
Per chiarire, concludo, che secondo me Berlusconi è inadeguato a guidare il Paese, pur non ritenendolo né mafioso né colluso. D'Alema, Fassino, Latorre sono certo che siano persone perbene , ma, dopo le intercettazioni, non candidabili. Solo così un popolo ritrova la fiducia, l'amore, il senso dello Stato e quant'altro necessario al vivere civile.
bartolo iamonte

Vincenzo Scavello ha detto...

Sottoscrivo ogni parola di questi post e, amaramente, aggiungo: "nell'attesa che venga quel giorno" c'è un'intera generazione di Uomini e Donne scippata del proprio diritto alla partecipazione sociale, per la mancanza di un dignitoso lavoro. Uomini e Donne troppo presi da preoccupazioni quotidiane per trovare la forza di ribellarsi ed indignarsi, aspettando l'avvento di un principe che possa dare speranza al loro futuro. E quelli più grandi? Troppo preoccupati perchè non vedono per i loro figli la possibilità che si realizzi quel minimo di sicurezza economica ottenuta "quando stavamo peggio".

Non ci sarà una nuova resistenza e non ci sarà, per adesso, l'autoimplosione delle Mafie.
Non ci sarà fino a quando le pensioni dei nonni daranno sollievo ai bisogni dei nipoti, fino a quando, cioè, arriveranno altri nonni con pensioni ridotte ad un terzo di quelle di adesso, che non basteranno nemmeno per comprare le indispensabili medicine.
Soprattutto non c'è da sperare in niente se continueremo a pagare con milioni di euro Manager ignoranti che vedono vittorioso Napoleone a Waterloo; se si riscriveranno i libri di Storia e in questi troveremo, tra gli eroi del Novecento, un tale Mangano; se si commineranno anni di carcere e i condannati, anche se in primo grado, diventeranno Senatori; se ex Ministri della Repubblica vengono condannati a tre anni di carcere ma è come se non fosse successo niente, grazie all'indulto generalizzato.

A Proposito, come funziona l'indulto?

Come può un Ministro della Sanità (Sirchia), commettere un reato nel 2001, essere condannato nel 2008 e godere dell'Indulto, approvato nel Luglio 2006?

Gradirei maggiori delucidazioni, chiedendo scusa per la mia ignoranza!

Anonimo ha detto...

Corriere della Sera 18.4.08
di Carlo Vulpio
Toghe Lucane, pentito rilancia il caso.
Articolo molto interessante.
Dr. De Magistris. L'attenzione è accesa!
Alessandra

Anonimo ha detto...

Fin da quando per la prima volta, incontrai la parola Resistenza, l’ho sempre scandita mentalmente: R-Esistenza. R-Esistenza era ed è per me , consapevolezza della /lle soggettività. E la soggettività non può prescindere dalla libertà.Quindi, R-esistere diventa ri-pensarsi soggetto: uomo, donna, cittadino/na. In una fase di emergenza democratica, come la nostra, lo spazio politico (polis) tende a restringersi. Non più la città, come luogo dove poter esperire una diverso modo di allearsi e con-vivere, bensì, lo spazio da proteggere, proteggendosi. I soggetti hanno paura, dei furti, della violenza, della precarietà. Facile gioco hanno quindi,le forze conservatrici, che giocando su queste paure,ottengono così il consenso popolare. Sono convinta che oggi, più che un problema”sociale”, noi abbiamo un problema (di vuoto) culturale.Negli anni ’70 l’ingresso prepotente del movimento delle donne nella storia, aveva rappresentato il punto di rottura di quel falso equilibrio tra sfera privata e sfera pubblca. La R-Esistenza delle donne al principio genealogico e patriarcale immetteva sulla scena parole e prassi che finora (e tuttora) erano (sono) considerati “impolitici”: autocoscienza, desiderio, libertà del corpo. Un soggetto nuovo ir-rompeva e r-esisteva. Oggi che si ri-affacciano all’orizzonte, i fantasmi di una mancanza di giustizia, e di armonia, di ottusità, di una riduzione dello spazio politico (e di cultura politica) del ritorno ad un privato esasperante che penalizzerà ancora una voltà di più le donne, R-Esistere, significherà in primo luogo,obbligarsi a rispettare la libertà di essere.Soggetti differenti.

Un saluto
Lia Gambino.

Paolo Emilio ha detto...

Non conosco personalmente la gentile Lia Gambino ma credo che si possa facilmente desumere dal contenuto e financo dalla forma del suo scrivere un perfetto esempio di articolo dell'estrema sinistra, stile primi anni '70, anni che il sottoscritto, per ragioni anagrafiche, ricorda benissimo.

Un vero "flashback" al tempo della mia giovinezza !

Con tutto il rispetto per la gentile scrittrice, vorrei soltanto rilevare che è proprio con ragionamenti siffatti, privi di concretezza e invece pieni di astratta "ideologia" nonché, per giunta, di vetero-femminismo, che la sinistra ha perso "di brutto" le elezioni !

Cordiali saluti.

"Uguale per tutti" ha detto...

Il problema, Paolo Emilio, è che Lia non è candidata ad alcuna elezione, che le elezioni sono finite e che Lia propone proprio un percorso culturale che si colloca su un piano diverso da quello propagandistico/elettoralistico.

Le parole di Lia risentono della cultura alla quale Lei Paolo Emilio fa riferimento. Le Sue (Paolo Emilio) risentono ancora della propaganda elettorale appunto ormai superata.

Il problema, a nostro modesto parere, non è stabilire perchè la sinistra ha perso le elezioni (problema che riguarda solo chi alle elezioni ci partecipava dal lato dei candidati), ma quali contenuti ognuno vuole proporre, indipendentemente dalla propaganda elettorale.

Lia propone quei contenuti lì.

A noi sembrano interessanti e ringraziamo Lia.

Mettiamoo in conto (e lo mette in conto anche Lia) che ad altri sembrino non interessanti.

Ma questo, credo, è il problema: stabilire cosa ci interessa. Non "etichettare" tutto in "di destra" o "di sinistra".

Paolo Emilio, ognuno è ciò che è e porta la cultura e le idee che ha.

Qui offriamo ospitalità a tutti e non distinguiamo i lettori in "amici e nemici", "di destra e di sinistra".

Né ci possiamo preoccupare, ogni volta che qualcuno scrive cose "di sinistra" di mettere qualcosa "di destra" e viceversa.

Per fortuna le elezioni sono passate. Godiamoci la libertà di dire ognuno ciò che gli pare, senza presidiare una par condicio alla quale questo blog non era soggetto neppure durante le elezioni.

Qui tendiamo a non fare distinzioni fra i lettori, ma se proprio se ne devono fare, li distinguiamo in "interesanti e non interessanti" con riferimento agli argomenti che espongono, così da aprire orizzonti a chi, pensandola diversamente, non conosce quegli argomenti e ne sarà arricchito.

Un caro saluto.

La Redazione

Anonimo ha detto...

Gentile paolo emilio,
se avesse letto con più attenzione il mio commento e con meno pre-giudiziale, avrebbe capito che la mia analisi non riguardava uno specifico partito politico,né ideologie di nessuna genere. E' proprio il contrario. Forse, la sinistra, ha perso perché certe tematiche non sono mai entrate (o mai veramente interiorizzate) nel suo dna. Per lei, sicuramente una lingua o un linguaggio di genere, che parli di differenza, di rin-novata soggettività,illusoria divisione tra il privato e la città,di una legislazione che ponga attenzione ai diritti e ai desideri delle persone,è vetero. Per me, viceversa, non hanno mai trovato asilo nella pratica politica della sinistra. Questo vuoto, ri-propone ciclicamente tematiche che vengono lasciate alla gestione delle forze più conservatrici ; così per l'aborto,la fecondazione,ecc.

Mi pare più "vetero" continuare con un atteggiamento che pregiudizialmente, cataloga i desideri e le esigenze dei soggetti reali, come "impolitici". E' il flashback (continuo) di una concezione obsoleta del dis-ordine sociale.

un saluto
Lia

Paolo Emilio ha detto...

Gentile Redazione,

Non capisco il senso del Vostro ultimo intervento: "Le parole di Lia risentono della cultura alla quale Lei Paolo Emilio fa riferimento. Le Sue (Paolo Emilio) risentono ancora della propaganda elettorale appunto ormai superata".

Scusate, ma cosa volete dire, che Lia risente della "cultura" e il sottoscritto, invece risente della "propaganda" ?

Potevate anche dirlo più apertamente, se per questo. E' una Vostra civile opinione. A mio giudizio del tutto infondata, giacché vale proprio il RECIPROCO, ma non posso certo farVi mutare giudizio.

Continuerò a seguirVi lo stesso, anzi, con maggior interesse e rispetto, se possibile !

Cordiali saluti.

Paolo Emilio ha detto...

Gentile Lia,

Le rispondo perché comprenda che le mie osservazioni riguardavano un problema concreto. Non che quello che dice non lo sia, ma anche la forma è importante. E, come dissi qualche giorno fa, al pensionato o alla "vecchina" che hanno paura di essere scippati mentre ritirano la pensione, e magari di rivedere il giorno dopo l'arresto lo stesso scippatore a piede libero, tutti i suoi nobili ragionamenti, purtroppo, non dicono nulla.

Ci sarà pure un motivo per cui Veltroni da un lato e la Lega dall'altro hanno assorbito i voti per quelli che ora sono ... extraparlamentari.

Il motivo principale è, a mio modesto avviso, quello di non aver saputo parlare ai veri interessi della popolazione.

Voi avevate IDEALIZZATO troppo il "popolo". Ma ricordate la Storia: le regioni più FASCISTE d'Italia erano ... l'Emilia-Romagna e la Toscana ! Proprio le regioni "rosse" per eccellenza !

Il popolo, purtroppo (o per fortuna), bada al SODO, non agli ideali. Che ci vuole fare ?

E' sempre stato così.

Cordialissimi saluti.

Felice Lima ha detto...

Il problema, Paolo Emilio, è che non c'è solo il piano elettoralistico. C'è anche il piano culturale. Così come per i problemi sociali non c'è solo l'approccio circostanziale e occasionale (più soldi in busta paga, bonus per i neonati, ecc.). C'è anche l'approccio strutturale.

E tutto ciò vale sotto un doppio profilo.

Sotto un primo profilo, il fatto che alla "gente" non gliene importi della poesia, non significa che se uno parla di Leopardi, lo si debba accusare di non essere sensibile ai problemi della "gente".

In sostanza, ciò che piace o interessa o preme alla "gente" è un problema per alcune persone in alcuni momenti.

Non c'è solo audience nella vita.

Sotto altro profilo, purtroppo è proprio degli animali soddisfare i bisogni in maniera immediata e diretta.

Dovrebbe essere proprio degli uomini fare valutazioni più complesse e lungimiranti.

Prendiamo ad esempio la questione "sicurezza".

C'è una soluzione del problema che consiste nel fare leva sulle paure della "gente" e promettere più poliziotti e più repressione.

C'è una soluzione del problema consistente nel comprendere che ci sarà sempre meno sicurezza quanto più aumenterà la marginalità di intere fette della popolazione.

Dunque, c'è un approccio della "gente" per il quale ci saranno meno ladri se ci saranno più carabinieri.

E c'è un approccio che pensa che ci saranno meno ladri se ci sarà meno evasione fiscale e meno sfruttamento del lavoro.

Ovviamente, io non pretendo di dire se e quale sia la soluzione giusta. Le segnalo soltanto che il criterio "ciò che vuole la gente" non è un criterio assiologico. E' solo un criterio commerciale/elettorale.

Che può anche essere un ottimo criterio, ma non l'unico.

A me, peraltro, personalmente sembra un criterio non solo sbagliatissimo, ma anche terribilmente dannoso. Ma è solo un'opinione personale e rispetto pienamente chi la pensa in un altro modo.

In ogni caso il fatto che abbia più spettatori "Il grande fratello" invece che "La storia siamo noi" è un fatto, ma non dice nulla né sulla qualità dei due programmi né sulla loro concreta utilità.

Un caro saluto.

Felice Lima