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martedì 23 giugno 2009

Ezio Mauro su Silvio Berlusconi, sul Guardian


He saw himself as a modern Caesar.

Now his decline is epic

Ezio Mauro, director of Italian newspape


It's impossible to say today whether Silvio Berlusconi will fall as the result of a scandal that has its origins in his Caesar-like vision of power without limit or constraint - or whether he will succeed in regaining control over a crisis that for more than a month now has attracted headlines around the world and not just in Italy. What is certain is that a rift has emerged between the prime minister and the country and, even more importantly, between the leader and his supporters. It is a wound that could be fatal for a politician who for the past 15 years has conducted the most ambitious experiment in modern populism that the west has known.

In ensuring the constant consecration of The Leader before his people, every barrier between the public and the private had to be demolished. So when Berlusconi stood for election for the first time in 1994 he gave 50 million Italians the gift of his family photograph album. There were photos of Berlusconi as a child, of Berlusconi with his actress wife, and of Berlusconi the successful businessman. Now that potent mixture of the personal and political has become his undoing. Fate has imprisoned him in a mythical macho landscape that he constructed with his own hands, populated by young women and aspirant starlets, and rife with sexual innuendo.

And it is those women who are the beginning of the downfall - quite public, utterly political - for the leader who defined himself as a ladykiller and epic lover. When La Repubblica, almost two months ago, revealed that the prime minister had gone to the birthday party of Noemi Letizia, an 18-year-old living in the suburbs of Naples, things went off the rails in an unprecedented fashion. Berlusconi's wife accused him of using his friendships with young women to choose candidates for the European elections. She defined that method as "trashy politics".

Speaking to La Repubblica, Veronica Lario added something else. She said "my husband frequents minors," and that he did this "because he is ill, to the extent that I have asked his doctor to help him, as he would anyone who is not well".

At this point Berlusconi lost his head. When we asked him for an interview, he refused. When our paper publicly challenged him, every day, to answer 10 questions relating to the allegations made by his wife and the contradictory accounts emerging from this scandal, he reacted with insults. He has given five different versions of his relations with Noemi Letizia and her family, and has gone so far as to denounce a subversive plot to overthrow him.

But the prime minister is standing at the edge of a precipice. Two young women from Bari have told magistrates that they were paid by an intermediary to attend parties with other girls, at Berlusconi's homes in Rome and in Sardinia. An investigation into the possible abetting of prostitution is under way. In European papers, pictures of the prime minister, surrounded by young women, are doing the rounds. In Italy, Berlusconi has successfully sought an injunction on their publication. In Italy, the public has reacted by awarding Berlusconi 35% of the vote when he expected to gain 45%. His party is in disarray. He himself is silent and refuses to answer journalists' questions, and even the Church, his great ally, has been obliged to distance itself.

The prime minister, in freefall, describes the crisis as a coup. As far as La Repubblica is concerned, we will continue in our work as if this were a normal country. We will continue to condemn this abuse of public power.

Ezio Mauro, Sunday 21 June 2009


GLI ARTICOLI DELLA STAMPA ESTERA

Minzolini (Tg1) difende la sua scelta di "prudenza"..


Minzolini (Tg1) si difende dalle accuse di censura pro-Berlusconi

Il neo direttore del Tg1, Augusto Minzolini, replica (edizione delle 20 - 22/06/2008) a chi lo accusa di aver totalmente ignorato la notizia di testimonianze, inchieste e quant'altro su una delle cariche più alte dello Stato, giustificandosi in base ad una "scelta editoriale di prudenza"..


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“Il politico non ha un privato” lo diceva Minzolini


La iena degli archivi contro Augusto Minzolini.

Ieri il direttore del Tg1 si è deciso a render conto ai suoi ascoltatori del silenzio tenuto dalla sua testata sui casi in cui è coinvolto il presidente del Consiglio.

Qui la sua dichiarazione video (qui per iscritto) dove ci dice che “in questa storia piena di allusioni non c’è ancora una notizia“, le notizie essendo ciò che i giornali debbono scrivere o trasmettere (a dire il vero ci sono testimoni e prove, ma lasciamo perdere, quello che conta qui sono le parole del direttore).

Oggi, linkatissimo in rete, esce questo post con questa sua dichiarazione del 29 ottobre 1994.

Per chi volesse leggere l’integrale, con altre parole di saggezza, cliccare qui, è un pezzo di… Repubblica.

“Le smentite a ripetizione rivelano solo che abbiamo una classe politica nuova che non ha ancora assimilato il fatto che un politico è un uomo pubblico in ogni momento della sua giornata e che deve comportarsi e parlare come tale. […] Quattro anni fa, e cioè in tempi non sospetti, scrissi che la nomina di Giampaolo Sodano alla Rai nasceva dai salotti di Gbr, la televisione di Anja Pieroni. Oggi penso che se noi avessimo raccontato di più la vita privata dei leader politici forse non saremmo arrivati a tangentopoli, forse li avremmo costretti a cambiare oppure ad andarsene. Non è stato un buon servizio per il paese il nostro fair play: abbiamo semplicemente peccato di ipocrisia. Di Anja Pieroni sapevamo tutto da sempre e non era solo un personaggio della vita intima di Craxi. La distinzione fra pubblico e privato è manichea: ripeto, un politico deve sapere che ogni aspetto della sua vita è pubblico. Se non accetta questa regola rinunci a fare il politico”

p.s.

si chiama “crowdsourcing”, quando l’attenzione e l’occhio della rete segnala ai media perle che erano andate smarrite.

da La Repubblica



lunedì 22 giugno 2009

I TG di Berlusconia : libera Stampa in libero Stato..

Silenzi, omissioni, mezze notizie

il Patrizia-gate cancellato dai tg

Il Tg1 di Minzolini ha evitato di collegare Berlusconi alla D'Addario
Solo "feste a Palazzo Grazioli",
aggiungendo: "
Potrebbe trattarsi di millanterie"

di SEBASTIANO MESSINA, La Repubblica


Silenzi, omissioni, mezze notizie il Patrizia-gate cancellato dai tg
Il direttore del Tg1 Augusto Minzolini

È davvero possibile insabbiare uno scandalo che domina le prime pagine dei quotidiani nazionali, è al centro di un'inchiesta giudiziaria ed è finito immediatamente nei titoli della stampa internazionale? Sì, è possibile.

In questa Italia dove il presidente del Consiglio ha anche l'ultima parola sulle nomine dei direttori di cinque dei sei maggiori telegiornali, ormai non c'è più bisogno di contestare i fatti, i sospetti e le accuse: basta nasconderli, e oplà, la notizia non c'è più.

Quei quindici milioni di italiani che ogni sera si affidano ai telegiornali per sapere quello che è successo in Italia e nel mondo, quell'80 per cento di telespettatori che non leggono i giornali - dunque non leggeranno neanche questo articolo - e hanno la tv come unica fonte d'informazione, non hanno la più pallida idea di quello che è successo la settimana scorsa.

Già, cos'è successo? Proviamo a mettere in ordine i fatti, e confrontiamoli con quello che il Tg1 e il Tg5 hanno riferito ai loro fiduciosi telespettatori.

Mercoledì 17. Il "Corriere della Sera" pubblica in prima pagina un'intervista a una signora di Bari, Patrizia D'Addario, che racconta di essere stata pagata 2000 euro per partecipare a due feste a Palazzo Grazioli (residenza romana di Silvio Berlusconi), e dichiara di avere le prove di aver passato una notte in compagnia del presidente del Consiglio. E poiché chi l'ha pagata è un imprenditore della sanità, oggetto a Bari di un'inchiesta per presunte tangenti, il magistrato ipotizza un reato preciso: "induzione alla prostituzione". Su Berlusconi, dunque, aleggia il bruciante sospetto di essersi intrattenuto con una donna pagata per fare sesso con lui.

All'ora di pranzo, accendiamo il televisore. Il Tg5 delle 13, riferendo di "presunte irregolarità negli appalti della sanità privata", dà la notizia con queste parole: "Uno degli imprenditori si vantava di essere stato invitato a partecipare con delle ragazze a feste a Palazzo Grazioli". E vabbè, pensa il telespettatore, che male c'è a vantarsene? Dopodiché il cronista riferisce di "indagini per induzione alla prostituzione", ma evita accuratamente di dire chi avrebbe indotto chi, e soprattutto con chi la donna sarebbe stata indotta a prostituirsi.
Mezz'ora dopo, il Tg1 entra in argomento con le parole di Berlusconi, che un conduttore compunto scandisce con tono severo: "Ancora una volta si riempiono i giornali di spazzatura e di falsità". E mentre uno si domanda di cosa stia parlando, il conduttore precisa: "Si parla di feste con la partecipazione di alcune ragazze". Tutto qui? Sì, tutto qui.

Il telespettatore non capisce come mai Berlusconi sia così infuriato, ma aspetta l'ora di cena per saperne di più.
Attesa vana, perché i due telegiornali ripetono le formule criptiche dell'ora di pranzo: "Si parla di feste...". Il Tg1, preoccupato di aver detto già troppo, aggiunge premuroso: "Tutto da verificare: potrebbe trattarsi di millanterie o altro".
Dopodiché entrambi i tg rivelano che la faccenda ha un risvolto politico. Che non riguarda però il premier, ma D'Alema: colpevole di aver ipotizzato "una scossa" capace di destabilizzare il governo. Invece di spiegarci il nuovo "caso Berlusconi", dunque, entrambi apparecchiano un inesistente "caso D'Alema" sul quale concentrano la dose quotidiana di dichiarazioni in politichese stretto.

Giovedì 18. I magistrati di Bari interrogano cinque ragazze, i giornali inglesi titolano sulle "donne pagate alle feste di Berlusconi", ma il Tg1 delle 20 riesce a confondere ancora di più le idee al suo pubblico, spiegando che si indaga "sul presunto ingaggio di ragazze per avvicinare i potenti". Quali ragazze, e soprattutto quali potenti, non si sa.
Il Tg5 della sera, invece, fa finalmente il nome di Patrizia D'Addario, e anche quello dell'imprenditore coinvolto, Gianpaolo Tarantini, spiegando che quest'ultimo potrebbe aver "tentato di ingraziarsi persone influenti". Il telespettatore immagina che queste "persone influenti" siano gli stessi "potenti" evocati dal Tg1, ma non gli viene dato neanche un indizio per capire chi siano.

Venerdì 19. Gianpaolo Tarantini - l'imprenditore indagato per "induzione alla prostituzione" - dà all'Ansa la sua versione dei fatti, l'opposizione chiede al premier di riferire in Parlamento e il quotidiano dei vescovi, "Avvenire", lo invita apertamente a discolparsi: "Occorre un chiarimento con l'opinione pubblica".
Le notizie non mancano, ma il Tg1 di Minzolini comincia con un Berlusconi furioso: "Le trame giudiziarie e gli attacchi mediatici non mi butteranno giù!".
Il nostro telespettatore è sempre più curioso di capire cosa diavolo stia succedendo, ma deve accontentarsi di quello che gli passa il convento di Mimun, ovvero il Tg5 delle 20: "Il premier ha commentato così le voci che per vari rivoli sono emerse in questi giorni". Quali voci? E dove sono emerse? Certo non al Tg5 (e neppure al Tg1).

Sabato 20. Una delle ragazze coinvolte, Barbara Montereale, racconta a "Repubblica" cosa accadeva nelle feste di Palazzo Grazioli ("Tutte lo chiamavano papi"), mentre si apprende che dalle registrazioni consegnate da Patrizia D'Addario ai magistrati si sentirebbe la voce di Berlusconi che dice: "Vai ad aspettarmi nel letto grande".
Con questi tasselli il puzzle è quasi completo, e infatti l'indomani i giornali stranieri racconteranno la storia con dovizia di particolari.
Per il Tg1 e il Tg5, invece, il caso è chiuso. Non un titolo, non un servizio, non una parola. Una pietra tombale ha seppellito l'inchiesta di Bari, i sospetti dei magistrati, l'imbarazzo del premier e le domande dell'opposizione.

Cosa sia successo nelle misteriosissime feste di Palazzo Grazioli, il telespettatore italiano non è riuscito a saperlo. E forse non lo saprà mai, se aspetterà che glielo rivelino i tg di Berlusconia.

Sebastiano Messina (22 giugno 2009)

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Il ministro Bondi attacca, Repubblica risponde

L'invettiva del ministro Bondi nei confronti di "Repubblica", ma più ancora della libertà di informazione, merita nella sua miseria roboante appena due righe di commento.
Soltanto nel nostro Paese un ministro della Cultura può definire un giornale
"un'insidia per la democrazia".
Evidentemente nella sua concezione della democrazia che non prevede contropoteri e pubblica opinione, ma solo sudditi, la libera stampa rappresenta un'insidia. I cittadini sono avvertiti.
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BERLUSCONI IN THE INTERNATIONAL PRESS


"La situazione si è fatta grave, e persino seria"


da
Virgilio notizie

Berlusconi/ Il Foglio:

"La situazione si è fatta grave,

e persino seria"

"Caro Cav., un premier non si difende così", "non naviga per settimane tra mezze bugie", ma anzi "tocca a lui tirarsi su da questa condizione di minorità civile in cui si è ficcato, e reagire con scrupolo, intelligenza e forza d'animo. La situazione si è fatta grave, e persino seria".

Con un editoriale in prima pagina sul 'Foglio' del 18 giugno, Giuliano Ferrara critica severamente Silvio Berlusconi per la gestione delle vicende che lo hanno coinvolto nell'ultimo mese e mezzo. "Può essere che abbia ragione" a denunciare un "piano eversivo contro di lui", scrive l'Elefantino, ma "il problema è che le armi affilate di questa campagna provengono tutte da Berlusconi in persona e dal suo entourage".

Elenca Ferrara: "Una licenziosità di comportamento difficile da classificare e che abbiamo cercato di spiegare e difendere su queste colonne fin dove possibile, uno stile di vita esposto comunque ai noti meccanismi di condizionamento e di ricatto, vero o falso che sia il singolo racconto scandalistico, che sono l'eterna tentazione di coloro che frequentano in condizioni non perfettamente trasparenti gli uomini pubblici". E poi "un'autodifesa spesso risibile, esposta al ludibrio della stampa italiana e internazionale, difficile da capire nella logica di uno staff compos sui, capace di fare il proprio mestiere". Ultimo esempio l'"utilizzatore finale" utilizzato da Ghedini: "Una bestialità culturale e civile" che "riduce la storia in cui si cerca di invischiare il suo cliente, il che è veramente grave, a qualcosa di simile a quella che capitò all'onorevole Cosimo Mele".

A giudizio di Ferrara, però, il premier "non può comportarsi come un deputato di provincia preso con le mani nel vasetto della marmellata". 'Il Foglio' mette il premier davanti a un'alternativa secca: "O accetta di naufragare in un lieto fine fatto di feste e belle ragazze, oppure si mette in testa di ridare il senso e la dignità di una grande avventura politica" all'insieme delle sue opere. Perchè "il premier non si fa rappresentare da dichiarazioni slabbrate, non naviga per settimane tra mezze bugie che alimentano sospetti anche e soprattutto sugli aspetti più candidi del suo comportamento, non si dà per accessibile al primo che passa". Al contrario "un capo di governo parla al Paese, agisce sulle cose che contano, evita di farsi intrappolare nello scandalismo, parla un linguaggio di verità".

Altrimenti, avverte Ferrara, "si andrà avanti con questo clima da 24 luglio permanente", ovvero la vigilia del Gran Consigli che determinò la caduta di Mussolini, "in un clima di sospetti arroventato anche da una classe dirigente di maggioranza e di governo attenta alle proprie convenienze e opportunisticamente piegata, orecchio a terra, a captare i rumori e i rumors di un imminente declino".


Su RAINEWS24 , alcuni dei 66 Commenti :

  1. rodolfo il 21 June 2009 alle 11:03 am

    Chi è causa del suo mal pianga se stesso.E non rompa i cog…ni agli altri.

  2. Fabrizio il 21 June 2009 alle 10:06 am

    Non siamo un paese serio. Quando negli altri paesi parlano di noi si mettono a ridere. CHE SI DIMETTA!

  3. Alessia il 21 June 2009 alle 8:37 am

    Non preoccupiamoci troppo: lo stuolo dei solerti collaboratori del nostro amato “papi” correrà ancora una volta a dare una spolveratina di “sugar on the shit” e il popolo italiano sarà ancora una volta pronto a mangiarne a cucchiaiate! Dalla sua discesa in campo a oggi ci stiamo abituando a tutto e vedrete che tra qualche giorno un sondaggio ci dirà che il 98% degli italiani vorrebbe inserire tra i diritti umani fondamentali quello di esercitare e sfruttare il mestiere più antico del mondo per conseguire qualsiasi obiettivo si ritenga utile. Io non me ne meraviglierei.

  4. francesca il 21 June 2009 alle 4:59 am

    Comunque, in fin dei conti, ha ragione Ferrara: è lui che si è messo in questa situazione. Ha iniziato con l’invio a tutti gli italiani, anche a quelli a cui non gliene poteva fregare di meno, della sua agiografica autobiografia di padre modello di una famiglia esemplare, violando la privacy di coloro che avrebbero fatto volentieri a meno di riceverla. Ha proseguito con battute, di pessimo gusto, in mondovisione sulle presunte tresche della sua signora ( la vicenda Cacciari docet); e ha concluso , in bellezza, con la pesante intrusione nelle vicende private della famiglia Englaro e con le sue “accorate” parole sulle capacità riproduttive della povera Eluana. Perciò, chi di privacy colpisce….. . Ora non si può lamentare di cotanto interesse. Deve solo spiegare, con tanto di prove a suo discarico, come succederebbe a noi comuni mortali, se è vero che, mentre la sua maggioranza approvava la nuova legge sulla prostituzione in cui sono previste pene anche per “gli utilizzatori finali”, lui violava tale legge. Deve spiegare se è vero che usava voli di stato, mentre era in vigore l’ordinanza Prodi, per trasportare in Sardegna gli invitati alle sue megafeste e quindi utilizzava mezzi e uomini dello Stato, pagati con le nostre tasse, per codeste attività. L’unica buona notizia per noi Sardi, o perlomeno per quelli che la pensano come me, è che forse venderà villa Certosa. Ne sono felice: spero, che d’ora in poi, trascorra le sue vacanze, con annessi e connessi, in luoghi a lui più favorevoli tipo il lago di Garda o Milano Marittima. Non è un complotto, è la stampa, libera e non asservita, bellezza. Il caso Sircana, con foto sui giornali di famiglia, reprimende sulla moralità degli uomini di stato e relative dimissioni, docet…… .


da La Repubblica : I giornali stranieri seguono con crescente interesse la vicenda

Stampa estera scatenata
"Berlusconi può cadere"


Stampa estera scatenata "Berlusconi può cadere"
Un articolo su Berlusconi su El Pais online

Se i telegiornali italiani - con l'eccezione di Skytg24 e Tg3 - continuano a ignorare lo scandalo di Bari, altrettanto non si può dire per la stampa estera, che segue la vicenda con interesse crescente.

"È giunta l'ora per Silvio Berlusconi?", s'interrogava ieri El Mundo, principale giornale spagnolo di area centrodestra. "Molti considerano - aggiungeva - che lo scandalo erotico-festivo delle ultime settimane, in continua crescita, potrebbe causare la caduta finale di colui che finora sembrava politicamente immortale". E ancora: "Ormai non passa giorno in cui il rosario di rivelazioni non si incrementa con nuove e truculente scoperte, che ogni volta minano vieppiù la reputazione e il potere del Cavaliere".

Sempre in Spagna, anche El Paìs torna a parlare del caso Berlusconi con quella che definisce "la rivolta delle veline". Il quotidiano spagnolo afferma che "le denunce delle modelle pongono fine al feeling con la Chiesa cattolica ed all'ammirazione di molti italiani". "Secondo fonti diplomatiche", aggiunge il quotidiano, "Berlusconi ha chiesto la solidarietà di varie cancellerie straniere" nelle quali però "lo sconcerto supera la comprensione".

Non ci vanno leggeri nemmeno i media britannici, anche in questo caso senza distinzioni di destra o di sinistra. Il conservatore Times, sotto al titolo "Una notte nell'harem di Berlusconi", riporta le dichiarazioni di Patrizia D'Addario. Ma è soprattutto il Daily Telegraph, altra testata conservatrice a larga diffusione, a soffermarsi sul caso: "Il vizio minaccia di far cadere Berlusconi".

I
l Telegraph sostiene che c'è paura per "nuove rivelazioni in vista del summit del G8 del mese prossimo", e intervista James Walston, un professore di scienze politiche all'American University of Rome, che predice uno "stillicidio di rivelazioni" e afferma che "questo non darà a Berlusconi un'aria molto da statista quando tratterà con Obama e Merkel".

Spostandosi a sinistra si trovano Guardian e Observer, entrambi attenti alla vicenda del presidente del Consiglio. "Possono le rivelazioni di Barbara Montereale far cadere Berlusconi?", si chiede The Observer. Per il Guardian il racconto della Montereale potrebbe "convincere molti italiani che si è passato il segno".

Francesco Bei (22 giugno 2009)


GLI ARTICOLI DELLA STAMPA ESTERA




domenica 21 giugno 2009

Lo sconcio balletto italiano. Mentre in IRAN..

La Repubblica


Un premier sotto ricatto

e una suburra di Stato


di EUGENIO SCALFARI , 21.06.2009

cfr : Meno male che Fini c'è , Eugenio Scalfari, La Repubblica 29.03.2009








E INTANTO, IN IRAN..





da : The New York Times

A Supreme Leader Loses His Aura as Iranians Flock to the Streets

by ROGER COHEN


da : RAINEWS24


Neda, uccisa ieri a Teheran, è già un simbolo per la rivolta


VIDEO: La morte di Neda

21 june 2009 17:05


"Neda non ti dimenticheremo, non sarai morta invano"
,

"Ricordiamo Neda! Uccisa in Iran!",

"Neda è morta con gli occhi aperti, facendo vergognare noi che viviamo con gli occhi chiusi",

sono alcuni dei messaggi che compaiono oggi sul social network Twitter per ricordare la ragazza uccisa ieri negli scontri di piazza a Teheran, stando a quanto riferito dai sostenitori del candidato dell'opposizione Mir Hossein Mousavi.

Su Youtube è stato diffuso il video drammatico della ragazza morente in un lago di sangue.
Nel giro di poche ore Neda è diventata un simbolo degli oppositori del regime di Teheran.

Secondo un post trasmesso da Twitter apparso sul sito di opposizione loftan.org, la strada di Teheran dove la ragazza sarebbe stata uccisa, via Amirabad, sarebbe stata ribattezzata dai contestatori "via Neda".

Nei giorni scorsi su questo sito avevamo rilanciato le immagini di un altro studente morto negli scontri, un ragazzo di Isfahan, il video era finito in rete su Youtube. Non sappiamo come si chiamasse.

Le immagini che seguono documentano la drammatica situazione dell'Iran in questi giorni.

VIDEO: La morte di un ragazzo di Isfahan

Altro VIDEO








ADESSO UNA DOMANDA

A NOI STESSI :


QUALI SONO I NOSTRI "DIRITTI"


E QUALI I NOSTRI DOVERI..?



Saluti

Fabrizio Frosini

giovedì 22 gennaio 2009

Italia sull'orlo del baratro..

dal Blog di Beppe Grillo , 21 Gennaio 2009 :
http://www.beppegrillo.it/2009/01/io_so.html#comments


Io so

video_demagistrissalerno.jpg


Io so.
Io so che la criminalità organizzata e la massoneria comandano in Calabria e anche a Roma.
Io so che Luigi De Magistris è stato rimosso dai suoi incarichi a Catanzaro ed espropriato delle sue inchieste per impedire che scoppiasse una nuova Tangentopoli.
Io so che nove miliardi di euro di fondi europei, di cui i cittadini non hanno alcun controllo, finanziano ogni anni le mafie, i partiti e sono all’origine del voto di scambio nel Sud.
Io so che i padri di questa Repubblica, la seconda Repubblica, sono i mandanti morali dell’omicidio di Paolo Borsellino.
Io so che in Parlamento siedono mafiosi, amici di mafiosi, servitori di mafiosi, protettori di mafiosi e lo sanno molte Procure d’Italia, molti giornalisti e anche molti italiani, ma non abbastanza.
Io so che la Procura di Salerno deve essere lasciata libera di indagare la Procura di Catanzaro.
Io so che il tribunale per il Riesame ha dichiarato corretto il comportamento tenuto dalla procura di Salerno e dal suo Procuratore Apicella.
Io so che non esiste alcuna guerra tra Procure, ma una Procura indagata, quella di Catanzaro, e una che ha indagato nel rispetto della legge e dei regolamenti, quella di Salerno.
Io so tutto questo, ma non ho le prove. Solo una montagna, una colossale montagna di indizi.
Io so che Alfano ha il compito di proteggere Berlusconi dalla Giustizia e non la Giustizia da Berlusconi.
Io so che quattro cariche dello Stato sono al di sopra della legge, come neppure i re e i principi del Medio Evo, per non essere soggette alla legge, per non farsi processare, per non finire in galera.
Io so che le cariche dello Stato al di sopra della legge e, quindi, fuorilegge si chiamano, in ordine alfabetico: Berlusconi, Fini, Napolitano e Schifani.
Io so che un giornalista del Corriere della Sera, Vulpio, è stato rimosso dal suo incarico dal direttore Mieli per aver riportato nei suoi articoli i nomi eccellenti delle persone coinvolte dalle indagini in corso a Catanzaro da parte della Procura di Salerno, e tra questi Nicola Mancino, vice presidente del CSM.
Io so che Paolo Borsellino incontrò a Roma Mancino, appena prima della sua morte, e uscì sconvolto dal colloquio.
Io so che Apicella non deve essere rimosso da Alfano, il maggiordomo di Ghedini, l’avvocato di Berlusconi che lo difende mentre percepisce i soldi da deputato della Repubblica.
Io so, e lo sanno in tanti, che la Seconda Repubblica è nata per salvare dalla galera, e forse dalla morte, molti politici contigui alla criminalità organizzata.
Io so che la Seconda Repubblica è nata sulle stragi del ’93 e su accordi occulti.
Io so che Luigi De Magistris va difeso, che Clementina Forleo va difesa, che Luigi Apicella va difeso.
Io so che Napolitano sa, nel suo ruolo di presidente del CSM, ma preferisce voltarsi, ogni volta, dall’altra parte. Dalla parte dei partiti e della tenuta del Sistema.
Io so che ci sono 18 condannati in via definitiva in Parlamento, e un centinaio tra inquisiti e condannati in primo o secondo grado.
Io so che le ultime elezioni sono state illegali e che i parlamentari sono stati scelti dai capi dei partiti a tavolino e che non rispondono agli elettori, ma agli interessi di partito o delle persone che controllano il partito.
Io so che Luigi Apicella non può essere lasciato solo, che non può essere sospeso da nessun politico.
Io so che Luigi De Magistris deve continuare le sue inchieste “Why Not”, “Poseidone” e “Toghe Lucane”.
Io so che Clementina Forleo deve rientrare in possesso dell’inchiesta sull’Unipol ed essere libera di poter interrogare chiunque, anche Massimo D’Alema.
Io so che se la magistratura sarà soggetta al potere politico, se perderà la sua indipendenza, quella che le rimane, per l’Italia non ci sarà nessun futuro e, forse, non ci sarà più neppure l’Italia.
Io so che, per queste ragioni, il 28 gennaio 2009 sarò a Roma alle ore 9, in piazza della Repubblica, insieme all’ Associazione dei familiari delle vittime di mafia.
Io so che, per queste ragioni, ogni cittadino italiano dovrebbe testimoniare a Roma con la sua presenza.

Ps: Aderisci su Facebook alla

Manifestazione a sostegno del Procuratore di Salerno Luigi Apicella

sabato 26 luglio 2008

Sanità corrotta.. A quando una seria indagine in Toscana..?

La corruzione in sanità.. Uno dei più grandi serbatoi di denaro, prebende, voti e quindi fonte di potere..
La Toscana si autodefinisce "modello" da seguire.
Anche nella corruzione..?


FF


da L’Espresso , 24 luglio 2008

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Le-mani-sulla-sanita/2034474&ref=hpstr1


Le mani sulla sanità





di Paolo Biondani e Daniela Minerva


Cento miliardi l'anno. È il costo della salute in Italia.

Una torta da spartire per la politica.

Tra nomine, appalti e rimborsi a privati.

Un business che sempre più spesso finisce nel mirino della magistratura.


Oggi è in cronaca l'Abruzzo. Un mese fa c'era la Lombardia. Prima il Piemonte, la Puglia, il Lazio, la Calabria: da almeno 15 anni, decine di indagini giudiziarie documentano migliaia di truffe, sprechi, clientelismi, favoritismi, disservizi, frodi criminali, corruzioni e infiltrazioni mafiose. La salute degli italiani muove un giro d'affari di oltre 100 miliardi di euro. Che molti vedono come una torta da spartire. E i pm di Milano che indagano sulla Santa Rita e le altre "cliniche degli orrori", in un'audizione segreta al Senato, finiscono col descrivere la sanità come «un sistema che fa diventare i reati una prassi».


Come è potuto succedere? Da un lato c'è un flusso continuo, e da decenni in crescita, di denaro pubblico a disposizione per appalti, convenzioni con strutture accreditate, gente da assumere. Dall'altra ci sono i partiti alla guida delle Regioni, che stringono la morsa su ospedali e Asl attraverso il loro plenipotenziario, il direttore generale. Dopo la legge Bindi di riforma del Servizio sanitario nazionale del 1999, il manager è nominato dal governatore, quindi dalla politica, ed è lui che decide tutto: dai contratti alla scelta dei primari. In mezzo ci sono i medici, che maledicono quella legge che ha tolto loro tutto il potere e li ha messi nelle mani della politica; e i malati, che in molte parti d'Italia fanno sentire la loro voce e minacciano chi li governa, ma in molte altre no.

Su di loro contava Rosy Bindi quando firmò quella legge, nella convinzione che i governatori avrebbero fatto le cose per bene perché la sanità è uno snodo cruciale del consenso. Ma così non è andata: le mani della politica sulla torta si sono trasformate, spesso, in un reticolo di tangenti, appalti truccati, nomine incongrue. Perché la legge di depenalizzazione dell'abuso d'ufficio con finalità politiche del 1997 aveva reso praticamente impunibile chi spadroneggiava.

Così il sistema è saltato, fatte salve le solite isole felici. I reati, come dicono i pm, sono prassi. Da un lato le nomine, poltrone troppo spesso occupate da incapaci, ma dall'altra i denari. Oltre 100 miliardi, di cui la metà cash, a disposizione dei privati. Che forniscono beni e servizi agli ospedali, ma anche prestazioni sanitarie che il pubblico non riesce a erogare. È questo il ventre molle del sistema che crea consenso distorto per politici rapaci e che arricchisce manager disonesti. Perché sono gli uomini della politica a decidere chi e in quale misura può partecipare al business. E magari su chi si può chiudere un occhio nei controlli.

Così, stando alle accuse dei giudici di Pescara, il re delle cliniche abruzzesi Vincenzo Maria Angelini ha gonfiato i conti e il presidente Ottaviano Del Turco ha intascato in contanti, tra cucina e salotto, la sua fetta dei 15 milioni di tangenti confessate dall'imprenditore. L'ex sindacalista del Pd va considerato innocente fino alla sentenza definitiva, ma resta il fatto che la sua giunta e quella precedente di centrodestra hanno lasciato, tra il 2001 e il 2006, un buco nei bilanci sanitari di 908 milioni, scesi a 800 solo grazie ad aiuti statali d'emergenza. Di certo il costo del sistema, in Abruzzo, è impazzito. Solo nella stagione elettorale 2004-2005, la spesa pro capite è schizzata da 1.515 a 1.729 euro. Come dire che, da un anno all'altro, il debito di ogni abruzzese è aumentato di oltre 200 euro. E così è più o meno ovunque: i bilanci della sanità seguono una variabile politica, la spesa esplode negli anni più vicini alle elezioni. Il primato italiano è della giunta Storace, che ha governato il Lazio fino al 2005: nel suo ultimo biennio la sanità regionale è andata in rosso di ben 3,4 miliardi. Spesi per che cosa? Tutta buona sanità? Non proprio tutta se, negli stessi mesi le ammissioni (parziali) dell'imprenditrice Anna Iannuzzi, detta Lady Asl, hanno rivelato mazzette, imbrogli e rimborsi falsi e provocato 70 arresti, inguaiando anche tre assessori regionali: Giulio Gargano, Marco Verzaschi e Giorgio Simeoni, che è diventato deputato di Forza Italia.

Nel frattempo, la giunta è cambiata, insieme ai 19 direttori generali: ora c'è un tecnico, accanto a 7 Ds, 8 della Margherita, 1 del Prc e 1 del Pdci, a rispecchiare gli equilibri in giunta. I manager di Marrazzo hanno promesso pulizia e rigore. Hanno cominciato col cambiare primari e ridefinire gli appalti. E poi si sono trovati, quindici giorni fa, con le cronache di un giro di mazzette per un appalto informatico da 21 milioni di euro. Tra gli accusati, Anna Maria Robustellini, presunta "socia occulta" della ditta sub-appaltatrice Inside e, contemporaneamente, responsabile dei bilanci della Asl RmC. La stessa di Lady Asl. Tutto cambia a Roma C, per non cambiare nulla. Quando si tratta di spartirsi una ventina di milioni.

In un vortice di mazzette e appalti, quello che sembra importare meno a molti dirigenti è il fatto che stanno amministrando la salute pubblica. E che ogni euro in mazzette e servizi scadenti è un euro tolto ai malati. Ma la questione morale in sanità non esiste, se i presunti corrotti finiscono in Parlamento e nessuno sembra pagare mai il conto. Basti pensare a cosa accade in Sicilia, dove il debito sanitario aumenta di anno in anno, insieme alla fuga nelle altre regioni e nel privato dei malati. Che altro non possono fare se si si dà retta alle ispezioni fatte nella scorsa legislatura dalla commissione di controllo sul Servizio sanitario del Senato, che racconta raccapricciata lo stato dei due più grandi ospedali di Palermo, il Villa Sofia e il Policlinico universitario. Eppure, la giunta di Totò Cuffaro ha lasciato in eredità un disavanzo di tre miliardi. Andati anche a pagare Michele Aiello e la sua clinica oncologica Villa Santa Teresa, a Bagheria, che quando a governare la Sicilia era l'Udc di Cuffaro, incassava ogni dodici mesi 50 milioni di euro, mentre oggi che Aiello è stato condannato a 14 anni per mafia, la regione ne paga solo 6. Il prezzo di un ciclo di cure contro il tumore alla prostata è sceso da 136 mila a 8 mila euro. E il pentito Nino Giuffrè ha convinto i giudici: «Nel centro di Aiello erano rappresentati gli interessi economici di Provenzano». In Sicilia la mafia uccide, ma la politica cura. Attraverso i direttori lottizzati, i partiti scambiano voti con assunzioni (47.970 dipendenti della sanità regionale, con 12.808 dirigenti e 3.009 autisti per 256 ambulanze), con appalti (record nazionale di acquisti di beni e servizi: più 56 per cento in quattro anni) e con accreditamenti di cliniche, laboratori e studi privati (addirittura 1.844, per metà gestiti da un solo dottore).

Cuffaro, che a gennaio ha festeggiato con i cannoli la condanna a cinque anni per favoreggiamento aggravato dall'aver aiutato «singoli mafiosi», ora confida nella prescrizione in appello, ma la pista degli interessi della sua famiglia nella sanità potrebbe riaprirsi a sorpresa. Un'inchiesta della polizia e dei pm di Palermo sta ricostruendo la mappa di un comitato d'affari sospettato di governare la sanità nella provincia di Trapani. L'accusa ipotizza che alcuni centri privati siano in realtà imprese mafiose, create per drenare milioni di rimborsi pubblici. Gli artefici di questa specie di cupola sanitaria, stando ai pochi atti finora depositati, fanno ripetuti riferimenti a presunti interessi di «famigliari di Totò Cuffaro»: gli inquirenti stanno cercando riscontri. La lobby trapanese pilota anche nomine e promozioni dei medici: gli inquirenti hanno già scoperto 60 raccomandazioni, tutte andate a segno. Finora pochissimi dottori hanno rotto l'omertà, ammettendo di dovere, oltre al posto, una continua obbedienza ai «pupari » della sanità.

A Trapani chi sgarra paga: questa inchiesta è partita dall'omicidio, nel 2005 a Mazara del Vallo, di un infermiere risultato comproprietario del centro clinico "Cem". Nell'anno di interregno tra Cuffaro e Lombardo la salute dei siciliani è stata amministrata dai direttori generali (10 di Forza Italia, 6 dell'Udc, 6 dell'Mpa, 4 di An, un commissario e un cattedratico), che si sono spartiti una torta «incredibile», come la definisce la Corte dei conti: «Nel 2007 la spesa sanitaria è cresciuta da 7,5 a 8,5 miliardi (più 13 per cento), con un incredibile aumento di quasi 200 euro per ogni residente. Un costo assolutamente spropositato rispetto alla qualità del servizio», visto che i contribuenti siciliani continuano a pagare «218 milioni l'anno per curarsi in altre regioni ».

Ma il nuovo governatore Raffaele Lombardo promette che tutto cambierà. E ha pronti i suoi uomini. In un clima nazionale che sembra promettere l'impunità, anche nella sanità le elezioni possono più delle inchieste. E scombinano le fedeltà politiche: in Campania, dove la giunta Bassolino spende dal 2005 più di 9 miliardi all'anno per ritrovarsi con debiti netti per 4 e mezzo, ora i direttori di Asl e ospedali targati Pd sono saliti a 19, grazie a un'ex di Rifondazione e a Luigi Annunziata, il manager ex Udeur che faceva infuriare Sandra Mastella perché non nominava i primari di suo gradimento. L'Udeur ora all'opposizione ha solo tre poltrone, i socialisti due.

Questi gli equilibri del nuovo assetto politico. Ma la Campania va alle urne e gli uomini di Bassolino stringono le fila: a far saltare il risiko potrebbe essere il vero uomo forte della sanità in Campania, l'assessore Angelo Montemarano, il postdemitiano che per otto anni ha guidato l'Asl Napoli 1 (con oltre un milione di assistiti e 9 ospedali), creando circa metà di quel passivo che ora, come assessore, dovrebbe risanare. In bilico sembra essere anche la poltrona di Armando Poggi, che ha fatto il miracolo di salvare l'Asl Napoli 3 dopo lo scioglimento per infiltrazioni camorristiche. Ma ora è in rotta con Bassolino. E chissà se il terremoto Montemarano lo manterrà in sella. Ma ad aver problemi con le nomine non sono solo gli amministratori del sud. Nel novembre scorso il sindaco di Milano, Letizia Moratti, si è trovata indagata, tra l'altro, per aver assunto come responsabile dei servizi sociali, «senza concorso», l'ex dirigente sanitaria calabrese Carmela Madaffari. Nel suo curriculum spiccava la «decadenza per gravi inadempienze» dalle Asl di Lamezia Terme e di Locri. La procura della Corte dei conti, che rimprovera alla giunta Moratti di aver sprecato 11 milioni in questa e altre nomine, conclude che il «garantismo » riservato alla prescelta «sembra dovuto anche ai cittadini» che hanno «altrettanto diritto di essere amministrati da dirigenti senza ombre ». E di ombre sulla sanità lombarda ce ne sono molte. È vero, l'eccellenza di molti ospedali, soprattutto pubblici, attrae malati e i bilanci sono quasi a posto: 435 milioni di buco dal 2001 al 2006. Ma la sanità privata è alla sbarra: il bilancio provvisorio è di 66 indagati, 9 ospedali sotto inchiesta, oltre 7 mila truffe già accertate, dozzine di interventi «criminali» e giudici che tuonano contro «rimborsi gonfiati sistematicamente ». E i numeri fanno pensare a un problema di sistema: stranamente, in Lombardia un ricovero pubblico costa in media 3.127 euro, mentre ognuna delle 272 mila degenze private vale 129 euro in più.

Non è così nella stragrande maggioranza delle regioni: il privato costa meno del pubblico anche, in genere perché è in gran parte sul pubblico che pesano gli interventi sanitari di maggior impatto (dai trapianti alle neurochirurgie alle rianimazioni). Il record del risparmio è del Friuli, che paga alle cliniche 600 euro in meno. Non a caso la giunta Illy è l'unica in Italia che ha chiuso il quinquennio sanitario in attivo: più 102 milioni. Eppure Illy ci ha rimesso la poltrona. Non sempre il buon governo della sanità paga. E i partiti stringono il cerchio: il governatore forzista del Veneto Giancarlo Galan rivendica che è stato «giusto » assegnare a fine anno, senza qualsiasi selezione di merito, 18 poltrone sanitarie «ai più capaci»: tutti di Forza Italia. Mentre la Lega protesta perché ha tre direttori e An tuona perché ne ha solo uno «neanche designato dal partito». Ma così fan tutti, come diceva Clemente Mastella accusato di lottizzare i primari: sembra proprio il manuale Cencelli a disegnare la mappa del potere sanitario. Perché la torta della sanità serve a comprare consensi e perfino a scalare i partiti, come faceva in Piemonte il direttore dell'ospedale Molinette, Luigi Odasso, che con le tangenti riscosse sugli appalti del suo ospedale si era pagato, tra l'altro, 1.600 tessere di Forza Italia. E serve a far girare la macchina della politica, come è accaduto, secondo i pm di Bari, anche in Puglia. Qui l'ex governatore Raffaele Fitto, ora deputato, ha evitato l'arresto, bloccato dal Parlamento, per i 500 mila euro versatigli dal gruppo Tosinvest della famiglia Angelucci. In dicembre i pm hanno chiesto di processarlo anche per associazione per delinquere e peculato.

Ma Fitto è a Roma e a comandare la Puglia oggi è Nichi Vendola, che per ripulire il business della salute ha chiamato il tecnico Alberto Tedesco, anche se le aziende di suo figlio vendono prodotti sanitari a due cliniche accreditate. Tutto cambia a Bari, ma gli stessi pm del caso Fitto ora accusano la dirigente nominata da Vendola e Tedesco, Lucia Buonamico, di aver accreditato cliniche senza requisiti. Una trappola per colpire chi fa pulizia o un nuovo scandalo? Ogni risposta è prematura: l'inchiesta è ancora agli inizi. Per Fitto invece il caso è chiuso: l'ex governatore è entrato nel governo Berlusconi, come ministro per i rapporti con le Regioni. Anni di inchieste e processi, dunque, ma chi è rimasto nella rete della giustizia? Tra vecchi benefici e nuovi sconti di pena, oggi nessun colletto bianco rischia la galera per condanne inferiori ai sei anni di reclusione. Per la corruzione, il massimo è cinque. E così si avvera la profezia del magistrato Piercamillo Davigo, che nel 1992, dopo il primo arresto di Tangentopoli (Mario Chiesa, mazzette su appalti sanitari), capì che le successive condanne, per quanto numerose (ben 1.408), sarebbero servite solo a «far evolvere una nuova specie più resistente alle indagini». Come dire che gli impuniti ormai sono più furbi dei pm.

Ha collaborato Mariaveronica Orrigoni

L’Espresso http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Le-mani-sulla-sanita/2034474&ref=hpstr1 (24 luglio 2008)

L’Espresso http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Le-mani-sulla-sanita/2034474&ref=hpstr1 (24 luglio 2008)


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Quattro uomini d’oro

Alcuni big, altri operatori minori: nella rete dei magistrati a caccia di manager con le mani nella sanità ci sono finiti in parecchi. Ecco i più significativi.


GRUPPO SAN DONATO

È la holding sanitaria di Giuseppe Rotelli, milanese doc che possiede anche il 5 per cento delle azioni Rcs con opzioni fino all'11, che si appresta a rilevare l'anno prossimo, per 200 milioni, dalla Bpi. Può vantare 102 milioni di liquidità in cassa e neanche un euro di debito. Utili fatti amministrando 3956 posti letto, 18 case di cura (tra cui le cinque rilevate da Antonino Ligresti nel 2000) e 9542 addetti. Con un fatturato, nel 2007, di 725 milioni di euro, il gruppo sta sbarcando in Francia, partecipando all'asta per la vendita di Vitalia, secondo gruppo sanitario d'oltralpe, con 45 ospedali. Rotelli, insieme a 25 tra dirigenti e medici del San Donato, è indagato per presunti rimborsi gonfiati: secondo la procura, che gli ha sequestrato due milioni di euro, centinaia di cartelle cliniche sarebbero state alterate per ottenere dalla Regione versamenti di valore superiore fino a 30 volte a quanto dovuto.


TOSINVEST

È l'impero da oltre un miliardo di euro della famiglia Angelucci, con interessi dalla sanità, all'editoria (con "Libero" e "il Riformista"), al settore immobiliare (nel 2003 ha rilevato per oltre 80 milioni di euro l'intero patrimonio dell'ex Pci insieme ai debiti dei Ds) e bancario (ha venduto una quota di Capitalia dopo la fusione con Unicredit, ricavandone 500 milioni di liquidità). Ma il core business sono 26 strutture tra cliniche e ambulatori situate principalmente in Lazio, ma anche in Campania, Abruzzo e Puglia. E proprio la propaggine pugliese della Tosinvest è al centro della vicenda giudiziaria che vede coinvolto il ministro Raffaele Fitto, ex governatore e coordinatore regionale di Forza Italia, anima del movimento "La Puglia prima di tutto" a cui gli Angelucci hanno versato 500mila euro: regolare finanziamento registrato a bilancio, secondo la Tosinvest; tangente pagata per assicurarsi l'appalto da 200 milioni per la gestione di undici residenze per anziani secondo la Procura di Bari. Dopo alterne vicende il Tribunale del riesame ha riconfermato lo scorso 8 luglio il sequestro della somma in questione, oltre a beni dell'imprenditore romano per un valore di 55 milioni di euro. La Tosinvest, controllata da una holding lussemburghese, ha chiuso il 2006 con 45 milioni di utili.


FRANCESCO PAOLO PIPITONE

Notaio fino al 1996, anno del suo pensionamento. E oggi proprietario della clinica Santa Rita di Milano, ormai bollata come la "clinica degli orrori" per la serie di interventi, ritenuti dall'accusa gravemente lesivi, quando non mortali, e inutili, fatti per intascare presunti rimborsi illeciti per 2 milioni e mezzo di euro. Le vittime sarebbero cinque, mentre quasi un centinaio di pazienti avrebbero riportato lesioni gravissime. Socio unico e rappresentante legale della clinica, Pipitone è agli arresti domiciliari, come altri undici tra medici e dirigenti, il primario di chirurgia toracica Pier Paolo Brega Massone e il suo collaboratore Pietro Fabio Presicci. Chiusa dal 9 giugno in seguito alla sospensione del contratto con la Regione, la clinica è stata in parte riaccreditata lo scorso 22 luglio. Nuovo amministratore è l'avvocato e consulente regionale Luigi Colombo, uomo di fiducia del governatore Formigoni.

VINCENZO ANGELINI

Imprenditore della sanità abruzzese, 56 anni, sei case di cura sparse per la regione con oltre 250 posti letto e più di mille dipendenti, è la gola profonda dell'inchiesta di Pescara che ha travolto il governatore Del Turco. Ha confessato di aver pagato tangenti bipartisan per circa 15 milioni per far accreditare e finanziare le sue cliniche. Avrebbe così ricevuto rimborsi d'oro per prestazioni inesistenti sfruttando anche il sistema della cartolarizzazione dei debiti adottato dalla giunta regionale. Per Angelini non è il primo incidente giudiziario: già nel 1999 la procura di Pescara l'aveva indagato per falso, truffa e abuso in riferimento a prestazioni ospedaliere gonfiate. Il tutto era poi finito in prescrizione in seguito all'applicazione della legge ex Cirielli. Angelini ha costruito la sua fortuna sulla clinica Villa Pini di Chieti che ha iniziato a prosperare con l'arrivo dall'ospedale cittadino (diretto dal suocero Antonino Sollecito) di numerosi pazienti trattati in convenzione. Dalla Regione Abruzzo ha incassato negli ultimi anni un'ottantina di milioni (ora nel mirino della procura di Pescara): secondo alcune stime vanterebbe ancora crediti per altri 110 milioni.

(a cura di Chiara Andreola)



da Wikipedia : http://it.wikipedia.org/wiki/Ottaviano_Del_Turco

Ottaviano Del Turco




Ottaviano Del Turco
(Collelongo, 7 novembre 1944) è un sindacalista e politico italiano. E' stato membro della Direzione Nazionale del Partito Democratico, già presidente della Commissione Antimafia e Ministro delle Finanze nel secondo governo Amato dal 2000 al 2001. È stato eletto Presidente della Regione Abruzzo dal 2005, carica da cui ha presentato le dimissioni il 17 luglio 2008 in seguito al suo arresto operato su mandato della Procura della Repubblica di Pescara.


Dopo la licenza media inferiore emigra a Roma e inizia il suo apprendistato sindacale nella sede romana dell'Istituto nazionale confederale di assistenza (INCA). Come sindacalista di area PSI, entra a far parte della segreteria provinciale della FIOM di Roma e quindi approfondisce la sua conoscenza del sindacato dei Metalmeccanici entrando a far parte dell'ufficio di organizzazione centrale della FIOM (Federazione operai Metalmeccanici) della CGIL (1968).

Prosegue la carriera sindacale, prima guidando per molto tempo la corrente socialista della CGIL e successivamente diventando segretario aggiunto durante la segreteria di Luciano Lama (1970-1986).

Nel 1992 lascia il sindacato e un anno dopo diventa segretario nazionale del PSI subentrando a Giorgio Benvenuto, che aveva provvisoriamente sostituito Craxi al momento dell'uscita di quest'ultimo dalla vita politica italiana. Il partito, sconvolto dall'inchiesta Mani pulite, durante la sua segreteria si sfalda, diventando prima SI (Socialisti Italiani) e poi SDI (Socialisti Democratici Italiani).

Con quest'ultimo movimento, nel 1994 Del Turco viene eletto alla Camera (XII legislatura) nel collegio elettorale di San Lazzaro di Savena e viene nominato vicepresidente della Commissione Affari Esteri; nella successiva legislatura viene eletto al Senato nel collegio di Grosseto per L'Ulivo. Dal 16 maggio 1996 al 6 febbraio 1997 è presidente del gruppo dei senatori di Rinnovamento Italiano.

Durante il secondo governo Amato (2000) ricopre l'incarico di ministro delle Finanze.

La sua attività politica è legata anche alla Commissione Antimafia, della quale è stato presidente.

Nel 2004 viene eletto al Parlamento europeo nella circoscrizione sud, con 180 mila preferenze, per la lista Uniti nell'Ulivo e si iscrive al Partito Socialista Europeo.

Nelle elezioni regionali del 3 e 4 aprile 2005 viene eletto presidente della Regione Abruzzo, per la coalizione dell'Unione con il 58,1% dei voti, e lascia l'incarico di Strasburgo.

Nel 2007 fonda l'associazione Alleanza Riformista con l'intento di portare lo SDI nel Partito Democratico, in seguito al congresso nazionale dello SDI, nel quale prevale la linea del segretario nazionale Boselli, abbandona il partito per confluire con Alleanza Riformista nel Partito Democratico.

Dal 23 maggio 2007 è uno dei 45 membri del Comitato nazionale per il Partito Democratico. Coinvolto in un'inchiesta giudiziaria sulla sanità abruzzese, ha presentato le dimissioni dalla carica di Presidente della Regione Abruzzo il 17 luglio 2008.

sabato 17 maggio 2008

PASSAPAROLA... Il CSM non cadrà : è già caduto..

passaparola


Caso Forleo. Né si né no: ni!

di Felice Lima
(Giudice del Tribunale di Catania)



dal blog Toghe : http://toghe.blogspot.com/2008/05/caso-forleo-n-si-n-no-ni.html


Oggettivamente e al di là dei fatti e delle intenzioni dei protagonisti, non c’è dubbio che molti percepiscono le sanzioni proposte per Clementina Forleo da parte del C.S.M. (così come quella per Luigi De Magistris) come una ingiustizia.

Alcuni addirittura le interpretano come un atto di “disponibilità” della magistratura verso il potere.

Oggi, sulla mailing list di una corrente della magistratura un avvocato ha scritto che «Forleo e de Magistris in questo contesto sono le vittime sacrificali che anche la Magistratura ha voluto “donare” [al potere] in cambio di tranquillità».

In un bellissimo articolo di questo blog Silvio Leotta ha parlato de “La preoccupante alleanza fra magistratura e politica”.

Con riferimento al “caso Forleo”, ieri si è verificata una cosa bizzarra.

Nella votazione alla Prima Commissione del C.S.M. NON si è astenuta la prof. Letizia Vacca, quella che all’avvio della pratica ne aveva anticipato a reti unificate l’esito con parole decisamente inadeguate al suo ruolo e grandemente disdicevoli (sul punto mi permetto di rinviare al mio articolo “Clementina Forleo e tutti noi avremmo diritto a un ‘giudice’ imparziale”).

E si sono astenuti, invece, i Consiglieri Livio Pepino (di Magistratura Democratica) e Mario Fresa (del Movimento per la Giustizia).

Vi devo confessare che io questa cosa delle “astensioni” dei Consiglieri del C.S.M. non l’ho mai mandata giù.


In molte (troppe) occasioni questo o quel Consigliere del C.S.M. “si astiene”.

Ma badate, non si astiene, come sarebbe normale, perché la pratica interessa un suo parente o un suo compagno di corrente (che, anzi, per i compagni di corrente non ci si astiene proprio), ma si astiene nel senso che “non vota né si né no”.

Il che è davvero bizzarro.


Quello che ho capito io è che quando mi viene affidato un ufficio pubblico e mi danno lo stipendio per questo lavoro, esercitare l’ufficio è un mio dovere e non una “possibilità”.

L’astensione, dunque, è un istituto a tutela dell’ufficio e non del suo titolare.

La legge organizza alcuni organi amministrativi in forma collegiale perché vuole che le decisioni vengano adottate da più persone insieme.


Se uno non vota, si sottrae a una responsabilità e priva – in concreto – la decisione del suo contributo.

In definitiva, a me pare che ci si dovrebbe astenere solo perché si è in una qualche forma di conflitto di interessi o perché, come accaduto per la prof. Vacca, si è persa e fatta perdere credibilità e dignità alla istituzione, dimostrando prevenzione e mancanza di serenità nel giudizio.

Negli altri casi votare dovrebbe essere un dovere e astenersi una sottrazione a un dovere e a una responsabilità.

Tornando al “caso Forleo”, è grandemente imbarazzante che ieri i Consiglieri appartenenti alle due correnti cosiddette (ma ormai abbiamo scritto qui in tutte le lingue che questa distinzione è ridotta a una truffa) “progressiste” (Magistratura Democratica e Movimento per la Giustizia) abbiano “deciso di non decidere” (per il momento) su un caso tanto delicato come quello di Clementina Forleo.

Si doveva trattare di una decisione non politica, ma tecnica. O no?

La rappresentazione che se ne è data è che si agisce contro la Forleo non perchè ha fatto arrabbiare Massimo D’Alema, ma perchè ha creato una situazione oggettivamente insostenibile di incompatibilità “incolpevole” (perchè l’art. 2 si puoi “usare” solo se la cosa è incolpevole).

Dunque, o i presupposti per il trasferimento c'erano o no. Che spazio c’era per l’astensione?

Ovviamente, uno spazio c’era e dell’astensione è stata data una giustificazione. I consiglieri astenuti hanno chiesto un approfondimento istruttorio che gli altri Consiglieri hanno respinto.

Loro, allora, si sono astenuti, sostenendo che riproporranno la loro richiesta di approfondimento istruttorio al plenum del C.S.M..


Ma la questione è che, una volta che i Consiglieri votanti hanno votato per escludere l’approfondimento istruttorio e una volta che è chiaro (perché altamente prevedibile sulla base degli “schieramenti sul caso”) che il plenum respingerà la richiesta di approfondimento istruttorio, la partita era ed è realmente e concretamente quella fra votare a favore o votare contro il trasferimento della collega Forleo.

Fermo restando che al plenum tutti i Consiglieri potranno sempre votare come ritengono più opportuno, se ieri i Consiglieri progressisti avessero votato contro il trasferimento di Clementina Forleo la pratica sarebbe andata al plenum con con la proposta di trasferimento, ma con la proposta di trasferimento bocciata in Commissione.


Sono i paradossi della realpolitik.

A volte i Consiglieri cosiddetti progressisti votano delibere illegittime (è accaduto per la nomina di 23 magistrati del Massimario della Corte di Cassazione, annullata dal T.A.R. Lazio con una sentenza che intendo commentare qui nei prossimi giorni e che intanto può leggersi a questo link) e si giustificano (lo ha fatto, nella vicenda del Massimario, il Consigliere Mario Fresa con un resoconto che si può leggere a questo link) dicendo che votare contro la delibera sarebbe stato solo trovarsi in minoranza e perdere e, dunque, meglio votare “il meno peggio”.

Altre volte gli stessi Consiglieri progressisti si consegnano serenamente alla sconfitta certa, per difendere una richiesta istruttoria che è quasi certo che non otterranno.

Sembra che il primo sia realpolitik e il secondo rigore duro e puro.

Ma in realtà sono entrambi realpolitik.

Nel primo caso le correnti progressiste hanno ottenuto un tot numero di loro “soci” al Massimario (salvo vedersi annullare la delibera per eccesso di potere, sviamento di potere, illogicità della motivazione e travisamento dei fatti).


Nel secondo caso le correnti progressiste hanno ottenuto di poter sostenere di non essere responsabili né della proposta di trasferimento né della proposta di non trasferimento di Clementina Forleo.

Perchè mentre la partita – nei fatti e al di là delle intenzioni – rendeva possibile e “politicamente doveroso” solo il voto pro o contro il trasferimento, loro hanno votato per l’istruttoria.

Un tempo si diceva: la fantasia al potere!



P.S. – Resta la speranza che, se il plenum del C.S.M. non concederà l’approfondimento istruttorio, i Consiglieri progressisti, concedendo a Clementina Forleo il beneficio che spetta anche agli imputati (in dubio pro reo), in mancanza delle ulteriori prove, voteranno per il rigetto del trasferimento.





L'intera memoria difensiva di Clementina Forleo si può leggere in questo blog a questo link.

Appello per la Giustizia - Per De Magistris


L'amara denuncia di Carlo Vulpio, dall'inchiesta «Why Not» all'informazione distratta

Mani sporche che soffocano il Sud

Corruzione, mafie, veleni in procura: casi di ordinario marasma

Mani in alto, questa non è una rapina. O forse sì: immaginate un posto dove i carabinieri indagano sui giudici e i giudici, per farsi dare le carte e sapere che cos'abbiano scoperto i carabinieri, una bella mattina mandano i poliziotti in caserma. Coi mitra puntati, le braccia levate e il colpo in canna (Policoro, giugno 2007). Oppure un paesino dove una brutta mattina la terra trema e tutte le case restano in piedi, tutte meno una scuola che ammazza 27 bambini e una maestra, ma guai a dire che questa scuola è crollata perché l'avevano costruita peggio d'un canile: meglio seppellire la verità sotto macerie di retorica («quei piccoli angeli!...») dare tutta la colpa al terremoto, assolvere progettisti e amministratori, infine incassare soldi pubblici per la ricostruzione che, altrimenti, non arriverebbero (San Giuliano, ottobre 2002).

Dove eravate. Fu la prima domanda senza interrogativo che Roberto Saviano ci fece dalla copertina d'un settimanale, quando la sua scandalosa Gomorra stupì tutti. Che Paese è: sarà la domanda con risposta incorporata che ossessiona chi legge Roba Nostra (Il Saggiatore), 254 indignate pagine di Carlo Vulpio, scandalo al sole di Calabria, Basilicata e dintorni criminali. Dov'eravamo quando succedeva tutto questo e che Sud lasceremo, quando il malaffare sarà ovunque: «Nessuno — scrive Marco Travaglio nell'introduzione —, grazie anche a questo libro, potrà più dire di non aver saputo».

Forse Beppe Grillo la fa troppo semplice con la casta stampata ed è un po' provinciale quel suo scappellarsi di fronte a Cnn e Al Jazeera simboli di libertà: non c'è bisogno d'un Pete Dexter per sapere quant'è pericoloso raccontare certi affari di famiglia, a qualunque latitudine, o per capire che la 'ndrangheta somiglia davvero ad Al Qaeda. C'è casta e casta, però. E nonostante tutto sopravvive anche qui un'informazione di nobilissimi paria, cronisti di provincia pagati cinque euro a pezzo, che scarpina nella «Lucky Lucania» e magari non ha spazio su troppi «giornali distratti e distraenti» (virgolettati di Vulpio) e che è pur sempre roba nostra. Giornalisti che ci mettono la firma e ci rimettono la pelle. Ma comunque. Mezzogiorno corrotto = nazione infetta.

Nella provincia di Reggio Calabria, cuore nero del malaffare, in vent'anni sono stati condannati tre tangentari: tre. Nel silenzioso Molise una cattolicissima coppia, lui deputato e lei ginecologa obiettrice di coscienza che faceva gli aborti illegali, per anni ha regnato seminando paura e raccogliendo un nomignolo: Ceausescu. E poi ci sono i soldi truffati all'Unione Europea, i massoni giudici che informano i massoni inquisiti, i potenti di tutti i partiti che intimidiscono, i treni che impiegano sette ore dal Tirreno all'Adriatico, i carabinieri troppo attivi che vengono promossi e spediti in Iraq, i co.co.pro. che devono versare mezzo stipendio ai politici che li raccomandano... Prendete Potenza, «nera, sconosciuta, rassegnata e ripiegata su se stessa».

Le mani sulla città sono un film in bianco e nero, racconta Vulpio: adesso le mani stanno dappertutto. E i Don Rodrigo del Sud non fanno sconti. Lui, inviato del Corriere della Sera, l'ha provato seguendo da vicino due magistrati come Luigi de Magistris e Clementina Forleo. Che hanno indagato giudici e ministri e pure un presidente del Consiglio, intercettato gente che non dovevano, facendo anche qualche errore e sbattendo su fragorosi proscioglimenti. Osando comunque troppo, pagando sempre di più: l'uno col trasferimento, l'altra con un'incredibile sequela di minacce, di disgrazie, di lutti familiari. Tutt'e due, con l'inevitabile strepitus d'insulti e diffamazioni. Giudici che azzannano giudici: «Malati di protagonismo!». Giornalisti che impallinano giornalisti: «Velinari delle Procure!». Affari loro o roba nostra?

Si sa che molte redazioni sono il bordello del pensiero, diceva Kraus, e talvolta anche bordelli veri, chiosava Biagi, dove non sempre si può scrivere quel che si vuole, ma è già tanto se si riesce a non scrivere quel che non si vuole. Vulpio va oltre. E in questo libro, che sta coi pm senza se e senza ma, che ci va duro ad accusare la grande informazione di connivenza o conformismo, riporta anche una conversazione con Paolo Mieli in piena stagione di veleni e di microspie, dopo che una manina aveva passato ai giornali le telefonate private dell'autore: «La cosa più grave, più terribile che possano fare a uno di noi — gli disse il direttore del Corriere — è questa, intercettarlo e metterlo sotto controllo in questo modo. Dopo di che, possono solo sparargli». Why Not? Nella «democratura» del Sud, dittatura travestita da democrazia o viceversa, dice Vulpio che i segreti è meglio condividerli subito. Scrivere ogni cosa è un'assicurazione sulla vita e mica per niente è de Magistris a rinnovarsi la polizza: «Ma tu che credi, che in questi anni non abbia annotato tutto? Ho un diario mio, personale. Per tutelarmi da chi potrebbe farmi fuori fisicamente e professionalmente. Ma anche perché voglio che non si perda la memoria di tutto quello che è accaduto».

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Francesco Battistini, Il Corriere della Sera, 8 Maggio 2008