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venerdì 23 maggio 2008

A 16 anni dalla morte di Falcone..



23 maggio 1992, autostrada A29 Palermo-Trapani, svincolo di Capaci. Cinque quintali di tritolo esplodono per ordine di Totò Riina, per mano di Giovanni Brusca. Si spegne per sempre, senza possibilità di appello, la vita di Giovanni Falcone, di sua moglie Francesca Morvillo e della scorta.

Giovanni Falcone ha sacrificato la sua vita per lo Stato; era un’anomalia palermitana, era uno spietato persecutore del crimine organizzato, sentiva il bisogno di lottare contro la mafia, sentiva la necessità impellente di sacrificarsi alla causa.

Giovanni Falcone aveva un senso del dovere smisurato, credeva nella possibilità di liberare quella sua disgraziata terra dal cancro della mafia, credeva nella possibilità di costruire una società giusta, una società in cui lo stato sarebbe stato in grado di proteggere i propri cittadini e la credibilità delle proprie istituzioni.

Diceva: “Perché una società vada bene, si muova nel progresso, nell'esaltazione dei valori della famiglia, dello spirito, del bene, dell'amicizia, perché prosperi senza contrasti tra i vari consociati, per avviarsi serena nel cammino verso un domani migliore, basta che ognuno faccia il suo dovere”.

Era un uomo d’onore, riusciva ad attirare a sé le persone, le calamitava. Giovanni Falcone ha avuto il coraggio di portare avanti una lotta pericolosa, sapendo perfettamente che la sua esistenza sarebbe rimasta segnata per sempre.

Giovanni Falcone è morto ammazzato dalla mafia, abbandonato dallo stato, ossia da chi avrebbe dovuto proteggerlo...

Andrea Sferrella , giovedì 22 maggio 2008 , 21:18



Per ricordare Giovanni Falcone nel 16° anniversario della strage di Capaci : lettera aperta della Redazione del Circolo Culturale della Strada Persa, tratta dal sito web di Salvatore Borsellino : http://www.19luglio1992.com/

Una guerra solitaria


Scritto da : Circolo Culturale Strada Persa
giovedì 22 maggio 2008 13:20


Una guerra solitaria

Caro Giovanni,
una lettera aperta è forse una cosa sciocca in questo caso, ma è un modo come un altro per renderti omaggio nella ricorrenza della tua terribile e prematura fine, avvenuta proprio oggi, sedici anni fa. Sentivamo il bisogno di scriverti questa lettera perché, come molte persone che non ti hanno mai dimenticato, sappiamo di dover tramandare quest’oggi la tua eredità ed il tuo pensiero, e fare in modo che, per quanto possibile, la nobile lotta per la quale hai offerto la tua stessa vita non risulti vana.

“…la mafia è un fenomeno umano, e come ogni fenomeno umano ha un inizio e una fine: questo mi dà il conforto di sapere che prima o poi riusciremo necessariamente a sconfiggerla…”

“…la mafia è un’organizzazione criminale unitaria e verticistica, rigidamente gerarchizzata, che conta appoggi nella criminalità organizzata, nonché nell’imprenditoria, nella società civile e nelle istituzioni…”

Studiare i tuoi scritti e ripercorrere le vicende della tua professione è stato per noi un momento di crescita fondamentale, e per certi versi illuminante. Leggendo le tue parole abbiamo capito che decenni di onesto e coraggioso lavoro di magistrato antimafia ti avevano donato una conoscenza di Cosa Nostra assolutamente profonda e rara. Le tue idee superavano molti dei luoghi comuni che circondano questo cancro della nostra società, quasi a volerlo rendere benigno, e quindi meno intollerabile: tu avevi scoperto ed avevi capito cose talmente sconvolgenti che avrebbero fatto vacillare e forse crollare la democrazia italiana, sotto il peso dei suoi segreti impronunciabili. Avevi capito, ed oggi lo realizziamo anche noi, che ci sono cose che non si possono dire. Sono delle zone grigie, dei misteri insondabili che adombrano questo Belpaese, dei quali è meglio non parlare perché a farlo si rischia di finire al manicomio, se non al cimitero.

Ed una di queste zone grigie è proprio quella che circonda l’eterna lotta tra lo Stato e la mafia, la guerra suprema per il prevalere della legalità sulla criminalità organizzata. Così viene chiamata, e così uno se la immagina: come una guerra, in cui due potenze si scontrano e alla fine soltanto una prevale. Ma in verità, se ci si ferma a riflettere sui fatti storici che hanno segnato, negli ultimi trent'anni, la storia di questo interminabile conflitto, si scoprono degli episodi che a tutto fanno pensare fuorché ad uno Stato realmente interessato a debellare Cosa Nostra. Troppi fatti inquietanti hanno segnato questa ambigua lotta.

Basta ricordare la Procura di Palermo degli anni ‘80, il “palazzo dei veleni”, nel quale tu operasti per anni, dove un misterioso Corvo recapitava ai colleghi lettere minatorie anonime, aggirandosi nei meandri del pool antimafia per capirne le strategie e spifferarle ai suoi referenti di Cosa Nostra.
Basta ricordarsi del maxi-processo svoltosi a Palermo nel 1985, da te fortemente voluto ed istruito con uno sforzo sovrumano, e ricordare il modo in cui il suo potenziale contraccolpo sul sistema politico venne disinnescato impedendoti di succedere a Caponnetto alla direzione del pool antimafia, e designando invece “dall’alto” a tale ruolo Antonino Meli. Un uomo onesto, senza dubbio, che però fece regredire il lavoro del pool di decenni, rinunciando ad ogni velleità di alzare il tiro delle indagini a livello istituzionale.

Vedi, ormai andiamo convincendoci che i magistrati non sono tutti uguali: ci sono magistrati giusti e magistrati sbagliati, e tu e il tuo amico Paolo Borsellino eravate magistrati sbagliati, scomodi, perché non vi stava bene che le indagini si fermassero ogni volta al boss siciliano di turno, senza percorrere le innumerevoli piste mafiose che portavano alla Palermo bene, agli studi di liberi professionisti, ai nomi di rispettabili imprenditori, o a Montecitorio.

Concepivate la giustizia come un concetto perfetto ed assoluto: se la si vuole, la si deve cercare sino in fondo, senza fermarsi davanti alla lussuosa porta dello studio di un onorevole. Un pensiero così, non è difficile capirlo, era una mina vagante per quello stesso sistema legale che voi due rappresentavate. Tu e Paolo eravate due maestri dell’antimafia: conoscevate il vostro nemico così bene che eravate perfino arrivati a scoprire tutti i suoi stretti intrecci con la massoneria, lo Stato ed i servizi segreti.

Per questo vi fecero fuori: va bene tutto, va bene la giustizia, però a un certo punto alt, certi coperchi non li si può sollevare. La ragion di stato viene sempre e comunque prima della giustizia.

Per questo è sempre meglio che anche in magistratura, nei posti che contano, ci siano le persone giuste, gente inoffensiva: come li ha definiti Marco Travaglio nel suo libro Intoccabili, “gli specialisti delle carte a posto”. In quella Procura spaccata e sordida di veleni è ormai chiaro che qualcuno combatteva per la legalità pura e per lo Stato di diritto, mentre qualcun altro rispondeva ad ordini politici superiori, mimetizzandosi nella suddetta zona grigia.

Diventano quindi chiare e logiche le infami campagne di delegittimazione con cui ti colpirono quando pretendesti di approfondire i legami occulti mafia-politica interrogando a 360° il super pentito Tommaso Buscetta, il quale lasciò intendere che di legami Stato e mafia ne avevano sempre avuti, e forti, anche; salvo poi riservarsi di non fare nomi, poiché sapeva che ciò avrebbe comportato la tua condanna a morte. Ma di chi temeva la reazione Buscetta, se voleva difenderti dalla politica italiana? Chi tra i politici aveva interesse a che l’operato del pool fosse mantenuto low profile, per non scomodare interessi di Stato? Che cosa sapeva, Buscetta, di così sconvolgente da non poter essere detto? “Dottor Falcone, ci sono delle cose che io so ma non posso dirle, perché se gliele dicessi finiremmo entrambi al manicomio”, ti disse una volta Buscetta.

Eccole ritornare, le cose che non si possono dire: e chi si ostinava a dirle nonostante tutto allora era proprio un rompicoglioni, anzi una minaccia da eliminare ad ogni costo, prima che scoperchiasse verità sconvolgenti. Ecco perché decretarne l’isolamento, il ripudio, la diffamazione, la delegittimazione, che in un contesto come quello in cui tu e Paolo operavate equivaleva ad una condanna a morte. Un isolamento decretato proprio dallo stesso establishment politico-informativo che, subito dopo le stragi, si affrettò a riabilitarvi pubblicamente distribuendo tardive medaglie al valorcivile, grondanti retorica ed ipocrisia, poiché provenienti da quello stesso Stato che fino a un mese prima vi aveva osteggiati e denigrati in ogni modo. Un modo come un altro per dimostrare che in realtà le istituzioni apprezzavano Falcone e Borsellino, e ne rimpiangevano l’orrenda fine: ma appuntare sui vostri petti dilaniati la medaglia al valor civile è stato solo l’ultimo affronto, forse il più vergognoso, perché perpetrato al solo fine di salvare la faccia allo Stato, quando voi non eravate più in grado di ribellarvi.

A ricordare tutto questo, e le altre decine di morti forse meno celebri come Rocco Chinnici e tanti altri, di fronte all’evidenza dei fatti storici diviene logica ed ineludibile la conclusione che Stato e mafia non sono affatto poteri distinti ed antagonisti, ma costituiscono invece un duopolio inscindibile di potere ed interessi economici, che trova fisiologica espressione non nello scontro frontale, bensì nella negoziazione e nell’appoggio reciproco.

Del resto fu proprio per essersi rifiutato di piegarsi alla “trattativa” con Cosa Nostra (intavolata dalle istituzioni subito dopo il tuo attentato) che venne infine eliminato anche Paolo Borsellino, il quale con la sua integrità rappresentava un fastidioso ostacolo a quelle liaisons dangereuses.

È una triste ma irrefutabile verità, che tra lo Stato italiano e la mafia sono esistiti dei gravi rapporti collusivi, in virtù dei quali vi erano politici italiani che intrattenevano amichevoli rapporti con Cosa Nostra, e rappresentanti di quest’ultima che d’altro canto avevano sicuri referenti nelle istituzioni italiane, che ne curavano gli interessi e li tenevano al riparo da reazioni repressive dello Stato che potessero veramente danneggiarli.

L’esistenza del cosiddetto “terzo livello” della gerarchia mafiosa, ossia quello istituzionale, per dimostrare l’esistenza del quale tu e gli altri martiri deste la vita, appare oggi come una verità inconfutabile.

Non fu affatto guerra, né conflitto tra Stato e mafia, bensì una crociata solitaria, una tragica e solitaria guerra condotta da pochi uomini valorosi che non tolleravano di prendere ordini da nessuno, se non dal principio di legalità e di indipendenza della magistratura.

Di conseguenza appare ormai chiaro che la sconvolgente tesi dei “mandanti occulti” delle stragi di Capaci e via D’Amelio, in base alla quale l’ordine di morte per te e Paolo sarebbe partito non da Cosa Nostra ma da più su, dai disegni di qualche “mente raffinatissima”, è più che una semplice ipotesi.

Tu avevi già capito tutto, e anche Paolo, che nei giorni prima di morire ripeteva ai familiari e agli amici “È arrivato a Palermo il tritolo per me. E può anche darsi che a farmi saltare in aria sia la mafia, ma alla fine chi avrà ordinato la mia morte saranno altri.”

Ma ci sono cose che non si possono dire, e questa è una di quelle. Verrebbe da dimenticarsela proprio, perché a pensarla c’è da impazzire, oppure emigrare a ventimila chilometri da qui, lontano da questa palude marcia di corruzione, faide e disonestà che è diventata l’Italia. Oppure prenderne atto, continuare ad impegnarsi per diventare un magistrato sbagliato e provare a muovere guerra, un giorno, a questa orrida distopia.

Non è semplice, di certo, ma lo è un po’ di più quando lo si può fare stando sulle spalle di maestri come te, Paolo, Rocco e tutti quelli che sono venuti prima di noi, a dare il loro contributo.

In questo triste giorno che commemora la tua fine, ripensando a te e a tutto ciò che hai fatto per questo paese che non ti meritava, ci viene in mente la frase che pronunciasti quando già avevi capito di avere i giorni contati, e sapevi che presto ti avrebbero eliminato:

Possono uccidere gli uomini, ma non possono uccidere le nostre idee: quelle sopravvivranno sempre, e continueranno a vivere e a camminare sulle gambe di chi verrà dopo di noi.”

E ancora una volta avevi ragione. Forse, paradossalmente, è stata proprio la mafia a renderti giustizia uccidendoti.

Grazie Giovanni per quello che hai fatto per tutti noi. Prestare alle tue idee le nostre gambe, ora, per farle camminare ancora a lungo e portarle lontano, è il minimo che possiamo fare.

La Redazione del Circolo Culturale della Strada Persa
www.stradapersa.blogspot.com




IERI SUCCEDEVA QUESTO...

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OGGI NON E' CAMBIATO NULLA





MA NOI NON DIMENTICHIAMO..

NE' SIAMO DISPOSTI A PIEGARCI..



Saluti a tutti
Fabrizio Frosini

lunedì 5 maggio 2008

La mafia uccide.. Il silenzio, pure..

http://www.19luglio1992.com/index.php?option=com_content&view=article&id=318:la-mafia-uccide-il-silenzio-pure&catid=18:i-video&Itemid=33


La mafia uccide il silenzio pure

Desiree Grimaldi

IERI SUCCEDEVA QUESTO...

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OGGI NON E' CAMBIATO NULLA ...



da TOGHE http://toghe.blogspot.com/2008/05/in-ricordo-di-peppino-impastato.html venerdì 9 maggio 2008

In ricordo di Peppino Impastato




Oggi ricorre il 30° anniversario dell’assassinio di Peppino Impastato per mano della mafia.

Lo ricordiamo riportando un articolo pubblicato il 7 maggio 2008 su L’Unità.it.


____________


Sono molte le occasioni per celebrare, e ricordare, la memoria di Peppino Impastato, di cui quest’anno, questo maggio, ricorre il trentennale della morte.

Si comincia mercoledì con una manifestazione a Trapani organizzata dall’associazione Libera di don Luigi Ciotti.

Ma ce ne sono moltissime, di iniziative. Perché Peppino Impastato con la sua denuncia ironica e irriverente di tutte le coperture dell’Italia delle cosche è una figura che dopo trent’anni appare più viva che mai. Almeno in una fetta d’Italia.


E FRA LE EMERGENZE, ANCHE L'ECOMAFIA.. E LE COLLUSIONI POLITICHE.. COME SEMPRE..

http://www.la7.it/blog/post_dettaglio.asp?idblog=ILARIA_DAMICO_-_Exit_15&id=2256

torna l'emergenza rifiuti in Campania: gli inceneritori sono la soluzione ?

ILARIA D'AMICO 06/05/2008

Silvio Berlusconi ha promesso, in campagna elettorale, che il suo primo impegno da primo ministro sarà di risolvere il problema rifiuti in Campania. Sembra che il primo consiglio dei ministri del nuovo governo Berlusconi si terrà proprio a Napoli. Intanto, sono passati i cento giorni che Gianni De Gennaro, nominato commissario straordinario dal governo Prodi, si era dato per eliminare la spazzatura della strade.

Il servizio della nostra redazione, che potete vedere nei nostri player così come tutti i reportage di questa puntata, mette in luce come la situazione dei rifiuti nella provincia di Napoli sia ancora lontana dal potersi definire risolta. La spazzatura sta tornando ad invadere le strade.

Ilaria D’Amico approfondisce il delicato tema in studio con: l'On. Altero Matteoli membro Commissione parlamentare di inchiesta sul ciclo dei rifiuti, l'On. Ermete Realacci Presidente onorario Lega Ambiente e responsabile comunicazione del Partito Democratico, Walter Ganapini Assessore all'Ambiente Regione Campania, l'On. Tommaso Sodano Presidente Commissione Ambiente, il geologo e divulgatore scientifico Mario Tozzi, Daniele Fortini, amministratore delegato dell'A.S.I.A. (Azienda Servizi Igiene Ambientale) che si occupa della pulizia di Napoli, Mario Orfeo, direttore de Il Mattino, il dott. Federico Valerio Direttore del Dipartimento di Chimica Ambientale all’Istituto Tumori di Genova, Emanuele Burgin, Assessore Ambiente Provincia di Bologna e il Sindaco di Caivano (NA) Giuseppe Papaccioli, il dott. Giovanni Ghirga, pediatra e membro di Medici per l’ambiente.

Exit, però, ha cercato di aprire il dibattito anche su un altro aspetto. Gli inceneritori vengono indicati da tutte le forze politiche come l’unica soluzione per risolvere il problema dello smaltimento dei rifiuti. Ma è veramente così? L’Italia è l’unico paese in Europa che incentiva l’incenerimento dei rifiuti, come mai? Molti cittadini non vogliono un inceneritore vicino alle loro case perché temono che sia dannoso per la loro salute: hanno ragione? I nostri servizi cercano di dare risposta a questi interrogativi con l’intento di aprire un dibattito, su temi su cui in Italia poco si discute.

L’ultimo servizio infine, ci racconta le dinamiche di uno strano meccanismo: l’utilizzo degli inceneritori, reso economicamente vantaggioso dal contributo dei cosiddetti “cip-6” presente nelle nostre bollette, ha trasformato le cosiddette “eco-balle” in una sorta di “moneta preziosa”, usata anche come garanzia bancaria per ottenere finanziamenti e prestiti.


"Zappiamo Forbice come lui zappa noi. Libera informazione in libero Stato.
Diffondete il banner e telefonate, telefonate, telefonate."
Diffondi l'iniziativa
Zappiamo Forbice



Ps. 1: La mia diretta streaming per la Fiera del Libro è anticipata a domenica 11 alle ore 16.00 su questo blog.

dal Blog di Grillo : http://www.beppegrillo.it/2008/05/il_ghisa.html#comments

Il ghisa

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Un agente di Polizia Locale mi ha inviato una lettera. Fa il ghisa a Milano. Se chi deve controllare è alla fame il controllato lo può comprare. Chi lo dirige lo può demotivare. Carmine ha due passaggi illuminanti:
"Con il "prestigio sociale" non si paga al supermercato"
"E' molto più semplice licenziarsi e lavorare per il privato al quale si stava facendo l'accertamento".

"Scusate ma non ce la faccio devo sfogarmi.
Faccio l'agente di Polizia Locale (Vigile Urbano) a Milano e lavoro 365 giorni l'anno, con turni su tutto l'arco delle 24 ore. Sono uno che si accontenta, non vivo nel lusso sfrenato, anzi..., e pensavo di stare abbastanza bene fino a quando non ho sbirciato i redditi 2005 online prima dell'oscuramento.
I pubblici dipendenti hanno la nomea di non fare niente, ma non prendono come stipendio neanche niente, ma nessuno lo dice. Infatti con tutte le qualifiche che ho, tipo agente di pubblica sicurezza, pubblico ufficiale, agente di polizia giudiziaria ecc., mi sono accorto che a zero ore straordinarie sono l'ultimo in classifica, come reddito imponibile in confronto a tutte le persone attorno a me. Se lo Stato continua ad affamare i suoi collaboratori, servitori, chiamateli come volete, finanzieri,carabinieri...come può pensare che ci sia un buon andamento delle attività da svolgere?
E' vergognoso che gli accertamenti che la GdF svolge, una percentuale dei proventi della lotta alla evasione venga data al personale amministrativo dei vari ministeri e alla Guardia di Finanza niente, vero braccio esecutivo. Fare il lavoro di accertatore, faccia a faccia, sul campo è faticoso, le persone visto l'andazzo che c'è, si sentono sempre più in diritto di aggredire la divisa e le istituzioni. Come si può pensare che che un finanziere che accerta milioni di euro, viva con stipendi da fame e possa continuare a svolgere il proprio lavoro? E' molto più semplice licenziarsi e lavorare per il privato al quale si stava facendo l'accertamento.
Con il "prestigio sociale" non si paga al supermercato. Meglio non avere titoli e qualifiche ma avere uno stipendio adeguato al costo della vita. Ho visti gioiellieri dichiarare meno di me, gente anonima, semplici impiegati senza alcuna qualifica, dichiarare molto più di me.
I politici lamentano che il costo della Pubblica Amministrazione è elevato, ma evidentemente foraggiano i vertici della P.A., chi non è in prima linea, non lo è stato e mai lo sarà, chi non conosce la gavetta, la filiera di certi meccanismi. Si buttano via i soldi in manager e consulenti esterni, amici di amici, avulsi dai problemi reali delle istituzioni. La mia opinione è che il tutto viene fatto scientificamente per far si che non ci siano strumenti operativi e legislativi e risorse (soldi) per la truppa. In tal modo gli ultimi, i "soldati" saranno delegittimati e demotivati, distratti dai loro problemi economici,bollette, mutui...ecc. Altro che Rialzati Italia!!!
Io sarei ben contento di pagare il 70% di Iperf e dichiarare il reddito di Berlusconi, Montezemolo & C.
Saluti." Carmine


Ps. 1 Pubblico l’elenco aggiornato dei condannati del Parlamento 2008 con relativi reati. Diffondete il banner nei vostri blog. Ogni tanto leggetelo per non dimenticare.

Diffondi i condannati
Parlamento Pulito

Ps. 2 Per tutto il mese di maggio potete continuare a firmare per i referendum del V2-Day.

lunedì 21 gennaio 2008

Oltre al presente, non dimentichiamo il passato di certi "signori"..

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Ringrazio di cuore Beppe Grillo per averci ricordato CHI è Totò CUFFARO (presidente della Regione Sicilia, nel passato militante nella corrente di Mannino della DC siciliana).
Questo “signore” (oggi abbracciato da Casini e da Cossiga, oltre che da tanti altri, per essere stato condannato a 5 anni – primo grado di giudizio, è vero, ma la condanna c’é) osò accusare pubblicamente di corruzione Giovanni Falcone e quei giudici che hanno dimostrato con la loro storia da che parte stavano : giudici che hanno dato la loro vita per la Giustizia e di fatto per tutti gli italiani – anche per quelli che sostenevano e continuano a sostenere, con il loro voto, quegli squallidi personaggi che un tempo sputavano in faccia a Falcone la loro rabbia e che ora stanno zitti, confidando che la memoria degli uomini è corta e parziale..
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NON DIMENTICHIAMO!
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Saluti a tutti
Fabrizio Frosini

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CUFFARO, da Costanzo, ACCUSA FALCONE DI ESSERE UN GIUDICE CORROTTO..!
http://it.youtube.com/watch?v=F5MZmJLMQ9Y
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COSSIGA, da Latella, SKY TV, DIMOSTRA IL PROPRIO SPESSORE DI UOMO E DI POLITICO, PRENDENDO LE DIFESE DI CUFFARO E DI MASTELLA CONTRO LA MAGISTRATURA
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da La Stampa di oggi :
intervista a Bruno Tabacci , di Fabio Martini
"Cuffaro, Cesa, Mele: ora basta assolverci da soli"
«Casini sbaglia a sottovalutare il caso Sicilia. Così la politica si riduce a casta arrogante»

Col compiacimento di chi si sente un libero pensatore, Bruno Tabacci scandisce parole grosse, che pochi altri politici possono permettersi: «Confesso che le brutte vicende di questi giorni - i rifiuti campani, la vicenda Mastella, la condanna a Cuffaro - mi hanno messo in una condizione di grande prostrazione. Nella vicenda politica oramai c’è soltanto la violenza delle diverse bande in campo. Comincio a provare disgusto per quel che siamo diventati: l’etica pubblica si disperde, siamo diventati campioni del conflitto di interesse, che esalta il nostro personale contro quello generale».
Allievo di Albertino Marcora, già presidente democristiano della Regione Lombardia negli anni della Prima Repubblica, indagato e assolto durante Tangentopoli, da anni Bruno Tabacci vive con indipendenza di giudizio la militanza nell’Udc e nel centrodestra.
Il leader del suo partito, Pier Ferdinando Casini, ha tirato un sospiro di sollievo perché il Governatore di Sicilia Totò Cuffaro non è mafioso e dunque può restare al suo posto dopo una condanna a 5 anni. Lei condivide?
«Non sono d’accordo con la sottovalutazione fatta da Casini. La mia solidarietà umana a Cuffaro è fuori discussione, ma nella mia coscienza emerge un dissenso politico per l’indifferenza con la quale si valutano le sentenze giudiziarie. Qui non stiamo parlando di un divieto di sosta».
Quale il messaggio che viene fuori dalla vicenda?
«Quello della furbizia. Non si può ridurre tutto ad uno scontro tra poteri, nel quale oltretutto non emerge un’autorevolezza della politica, capace di indicare la strada di un rinnovamento anche alla magistratura. Una politica che si erge invece a difesa della casta».
Si obietta, il processo è lungo, fatto di tre gradi...
«Non è la prima volta che si ragiona così. Anche qualche illustre banchiere si è mosso sulla linea dell’irrilevanza della condanna di primo grado. Non è un esempio».
Con questo atteggiamento minimalista, non si alimenta il qualunquismo?
«Esattamente. Così si fa crescere l’antipolitica, non ci si può assolvere da soli in un sistema democratico fondato sulla divisione dei poteri. D’altra parte il giustizialismo e la risposta della piazza all’ebbrezza del sangue e alla decapitazione delle classi dirigenti, lo conosciamo già. Solo una politica alta e credibile può spingere la magistratura a recuperare appieno il senso dello Stato».
Lo spaccato offerto dall’inchiesta Mastella non racconta una politica impicciona sino a diventare soffocante?
«Emerge un quadro nel quale è difficile distinguere tra reato e costume, tra fatti penalmente rilevanti e abitudini consolidate. Si staglia la crisi di una politica arrogante che giustifica ogni corporazione e furbizia, il prevalere dell’accaparramento personale sull’etica pubblica. Non sono più le raccomandazioni di Remo Gaspari. La sanità non è per il malato, ma per chi vi opera: la politica vuole controllare la sanità per controllare i bisogni dei cittadini nella debolezza della loro salute e condizionarne le scelte».
Nel Mezzogiorno l’etica pubblica fatica da decenni, ma al Nord la politica è davvero così disinteressata?
«Anche al Nord accadono certe cose e nella stessa Lombardia non è che i Formigoni ci vadano leggeri».
Se lei distingue le fasi del processo, non se la sente di rimproverare il segretario del suo partito, Lorenzo Cesa, o il collega di partito Cosimo Mele che sono ancora «a monte»...
«Non ho lesinato le critiche quando, nel venir meno dell’etica pubblica, poi si giustifica tutto».
Mastella che si è dimesso è meglio di Cuffaro?
«Dopo il suo intervento alla Camera, ho stretto la mano a Mastella e gli ho detto: “Dai subito dimissioni irrevocabili”. Lui mi ha risposto: “Prodi sta...”. E io: “Se pensi di utilizzare l’interesse di Prodi a galleggiare, non arrivi a stasera”. Se pensava di restare, non lo ha fatto e ha dato il segno di come ci si deve comportare in questi casi».
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